di Fabiana Pompermaier

Tic, tac. È pressante il ticchettio dell’orologio biologico della Terra, che ci ricorda che abbiamo nove anni per fermare la nostra corsa incontrollata verso danni irreversibili all’ecosistema del Pianeta. Entro il 2030, siamo chiamati ad attuare delle azioni concrete che frenino l’aumento delle temperature e permettano di salvaguardare la straordinaria biodiversità che ha reso per millenni la Terra un posto florido per la vita.

Alcune timide risposte sembrano essere arrivate. A fine 2019, l’Unione Europea ha presentato il Green Deal, un piano d’azione che promuove politiche volte a rendere l’economia del continente più pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento entro il 2050. Un piano sicuramente ambizioso, ma per certi aspetti non abbastanza, che dimostra come il cambiamento verso un mondo più sostenibile passi attraverso la transizione ecologica, una trasformazione energetica che riduce la dipendenza dai combustibili fossili e favorisce le energie rinnovabili e pulite. 

Sulla spinta delle promesse europee, anche in Italia sono stati introdotti degli incentivi per migliorare le performance energetiche delle nostre abitazioni, ma anche per promuovere una mobilità più sostenibile: i “bonus bici” o “bonus monopattino”, di cui si è tanto dibattuto negli ultimi mesi, ne sono un esempio, così come le agevolazioni per l’acquisto di auto elettriche o ibride e la conseguente proliferazione di colonnine di carica nelle nostre città.

Foto di Marilyn Murphy da Pixabay

Interessante è stata la risposta della popolazione alla promozione di questi nuovi gadget tecnologici, infatti, i portali per la richiesta dei contributi pubblici per l’acquisto di biciclette elettriche sono stati inondati di domande in poche ore, e quasi 2.5 milioni di italiani starebbero considerando l’acquisto di un monopattino elettrico (Ansa, agosto 2020). Per soddisfare questa crescente richiesta, numerose amministrazioni locali introducono poi il servizio di noleggio condiviso, 500 monopattini elettrici sono stati aggiunti al pacchetto di mobilità sostenibile solo nel Comune di Trento. Positivi sono anche i dati riguardanti la vendita di auto elettriche: in Italia, a novembre 2020, si è registrato un aumento del 173% rispetto all’anno precedente. 

Questa presa di coscienza è fondamentale e risulta inevitabile contribuire alla “Rivoluzione verde”. È altrettanto importante riflettere sugli impatti che questa transizione ecologica ha e può avere in diversi contesti nel mondo, cercando di imparare dalle esperienze passate, considerando come altre rivoluzioni tecnologiche e sviluppi indiscriminati hanno portato pesanti conseguenze per il pianeta e i suoi popoli. L’agire sostenibile, nelle sue dimensioni ambientale, sociale ed economica, parte dall’aprire lo sguardo, scrutare oltre l’orizzonte temporale e geografico della nostra realtà e domandarsi: tutto questo è davvero sostenibile? E per chi?

I minerali fondamentali per la transizione ecologica: il cobalto e il coltan

Nel 2020, la Banca Mondiale ha pubblicato un report intitolato “Minerals for Climate Action: “The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition” (Minerali per l’Azione climatica: la Dipendenza da Minerali della Transizione all’Energia Pulita), che analizza i componenti alla base della transizione ecologica, come auto elettriche e tecnologie energetiche legate alla produzione di energia eolica, solare e geotermica, senza dimenticare gli onnipresenti dispositivi informatici. Ciò che caratterizza queste tecnologie è la dipendenza da minerali quali grafite, litio, rame, cobalto e coltan. Questi minerali sono fondamentali per la produzione di queste tecnologie, perché, nel caso di litio, cobalto e coltan, sono necessari per la realizzazione delle batterie da cui questi dispositivi dipendono.

Più ambiziosi diventano gli obiettivi legati al clima, più minerali e metalli saranno necessari per un futuro a basse emissioni“.1

La Banca Mondiale stima che, entro il 2050, saranno necessarie 3 miliardi di tonnellate di metalli e minerali per poter provvedere all’incremento previsto di energia solare, eolica e geotermica e il suo stoccaggio. Per il cobalto significa un aumento di estrazione e produzione del 500%. Simili previsioni anche per il coltan, abbreviazione di columbite-tantalite, fondamentale per la produzione missilistica e nucleare ma anche, e soprattutto, per la telefonia mobile.

SRSG visits coltan mine in Rubaya © MONUSCO/Sylvain Liechti CC BY-SA 2.0

Da dove vengono questi minerali e come vengono estratti? Per rispondere a questa domanda abbiamo parlato con Alice Pistolesi, redattrice dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, e autrice di un articolo sui danni ambientali causati dall’altro sorvegliato speciale nella transizione ecologica, il litio. Insieme, scopriamo che  il 60% delle riserve mondiali di cobalto sono nella Repubblica Democratica del Congo, una percentuale che tocca l’80% per il coltan. 

Foto di Kudra Abdulaziz da Pixabay

La Repubblica Democratica del Congo: uno scandalo geologico

C’è una leggenda che viene raccontata nei villaggi delle regioni sud-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC): Dio, stanco del suo peregrinare in giro per il mondo per distribuire le risorse, inciampò nel Kilimangiaro e il sacco che portava sulle spalle gli cadde, riversando il suo contenuto nel Paese. Questa consapevolezza ci viene confermata da Alice Pistolesi, che descrive la RDC come ”uno scandalo geologico, un Paese così tanto ricco di ogni tipo di risorse da essere scandaloso. È come se, quando c’è stata la distribuzione di queste risorse, quasi tutte si fossero concentrate in questo pezzo di mondo. Questa, che potrebbe sembrare una benedizione, in realtà assolutamente non lo è, anzi si è trasformato nella maledizione di questo territorio”. 

In RDC, uno Stato grande quanto tutta l’Europa occidentale, infatti, non si trovano solo le più grandi riserve di cobalto e coltan a livello mondiale, ma anche importanti quantità di diamanti, oro, uranio e rame, oltre che legname pregiato proveniente dalle sue imponenti foreste pluviali. Di fronte a tanta disponibilità di risorse e considerando le tendenze mondiali che portano alla crescente digitalizzazione e transizione ecologica, verrebbe da pensare che la RDC sia uno degli Stati più ricchi del mondo, alla stregua delle monarchie del Golfo. 

La realtà è ben diversa: nel 2020, la RDC si posiziona al 175esimo posto su 189 paesi nella classifica stilata dalle Nazioni Unite, con un indice di sviluppo umano pari al 0,48. Questa classifica guarda alle condizioni di vita, all’accesso alle infrastrutture sanitarie e all’istruzione, alla distribuzione delle risorse economiche e alla sicurezza della popolazione. Per la RDC significa che il 73% della popolazione, equivalente a 60 milioni di persone, pari all’intera popolazione italiana, vive al di sotto della soglia di povertà, con meno di $1.90 al giorno. Come accennava Alice Pistolesi, la presenza massiccia di risorse nel sottosuolo si è trasformata non solo in una maledizione per il popolo congolese, ma anche in una causa di guerre e violazioni dei diritti umani. 

I minerali e il conflitto

“Non c’è mai una sola causa che porta alla guerra: ci sono sempre una serie di cause che portano all’estrema conseguenza che è poi il conflitto”. Alice Pistolesi sottolinea che,  come per il Mozambico,  anche per la situazione in RDC non ci sia una causa unica che spiega decenni di privazioni e conflitti: la corruzione dilagante, gli appetiti e interessi internazionali, le lotte interne per i confini e gli attriti etnici e religiosi sono spesso legati a doppio filo con l’accaparramento delle risorse minerarie. In questo contesto, minerali come il coltan e il cobalto vengono chiamati “minerali da conflitto”, perché coinvolti nelle dinamiche di potere che spesso sfociano in violenza, tra diversi gruppi armati e nei confronti dei civili. 

A febbraio 2021, l’ambasciatore italiano in RDC Luca Attanasio è stato ucciso insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista, Mustapha Milambo, sulla strada tra Goma e Rutshuru, nella provincia congolese del Nord Kivu. Proprio in quell’area, come nel resto della regione sud-orientale della RDC, sono concentrate le miniere di coltan e di cobalto. La presenza delle miniere ha portato queste regioni, al confine con l’Uganda e il Ruanda, a diventare l’epicentro di conflittualità che perdurano dalla fine degli anni ’90. Oltre 120 gruppi armati si contendono il controllo delle risorse, supportati e finanziati dai governi degli Stati vicini e dagli interessi delle multinazionali che operano nella zona, e mal fronteggiati da un lacunoso Stato centrale, spesso incapace di controllare le azioni delle sue stesse forze armate. 

La DRC è spesso definita, infatti, uno “Stato fallito”, un Paese nel quale il governo centrale, che ha sede nella lontana capitale Kinshasa, non riesce a mantenere il controllo sul territorio, a provvedere alle necessarie funzionalità quali istruzione, infrastrutture, ospedali, e ad assicurare il rispetto delle leggi in modo trasparente attraverso gli organi di controllo. “Questo fa sì che le bande armate prolifichino, che ci sia un vastissimo reclutamento, soprattutto di giovani, all’interno di queste bande armate, che molto spesso non si sa bene a chi rispondono. Perché? Perché ovviamente non si vedono alternative. Lo Stato non riesce a garantire una centralità di potere”, commenta Alice Pistolesi. 

Una storia complessa e sanguinosa

Questa situazione di instabilità ha radici profonde, nella storia coloniale e d’indipendenza del Paese. I libri di storia sono macchiati dalle atrocità commesse da Leopoldo II, re dei Belgi, che dal 1885 al 1908 considerò il Congo il suo giardino personale, ben consapevole delle straordinarie risorse di cui disponeva, e mise in atto delle politiche che vengono considerate oggi un genocidio. Dall’indipendenza, conquistata nel 1960, fino agli anni ’90, la RDC viene controllata da un regime dittatoriale che vede accentrare nella figura del presidente Mobutu tutti i poteri (e le risorse). 

Gli anni ’90 sono stati anni di profondo sconvolgimento per la RDC, anche sulla scia di ciò che succedeva al di là dei suoi confini. Nel 1994, il genocidio in Ruanda sconvolge il mondo, anche per l’immobilità della comunità internazionale, e porta 3 milioni di persone a rifugiarsi nella zona di Goma, Nord Kivu nel giro di una settimana. Se è vero che la maggior parte degli sfollati rientrano dopo pochi mesi, lasciano comunque alle spalle una devastazione ecologica e delle tensioni che perdurano tutt’oggi. 

MONUSCO Uruguayan Peacekeepers patrol the town of Pinga to secure the place left without police or FARDC after NDC militia withdrew, the 4th of December 2013. © MONUSCO/Sylvain Liechti CC BY-SA 2.0

Tra il ’98 e il 2003 si raggiunge il periodo di più elevata conflittualità, con quella che è stata rinominata la Guerra Mondiale d’Africa, a causa del numero di Paesi coinvolti. In questo periodo si aggiunge un altro importante attore in campo: le Nazioni Unite decidono di inviare in RDC una missione di pace, una delle più dibattute e controverse, anche per la sua lunga permanenza nel Paese e l’ingente uso della forza che è autorizzata ad operare, la MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo).  Risale al 2002 il Rapporto Onu che traccia il collegamento tra il conflitto e la presenza di multinazionali, aziende straniere interessate all’accaparramento delle risorse, che sono accusate di favorire conflitti civili nell’area. 

Alice Pistolesi ci spiega che questo è stato un momento di svolta soprattutto perché gli attori in gioco si sono resi conto che una guerra aperta non era sostenibile, non per la popolazione o per la devastazione che inevitabilmente portava alla biodiversità, ma per gli affari, per l’estrazione dei minerali. Si è ben presto capito che una guerra a bassa intensità era più conveniente: “è un conflitto che non sfocia mai in una guerra aperta, che è caratterizzata da combattimenti costanti, trincee, bombardamenti, coprifuoco.

Quest’ultima è una di quelle guerre che fermano tutto, non c’è troppa possibilità di fare altro mentre il territorio viene bombardato. Come si definisce, invece, un conflitto a bassa intensità? È quello che fa sì che la “vita” possa andare avanti, e che si possa quindi continuare ad estrarre.”

Quando lo sfruttamento nelle miniere incontra il conflitto

Non commettiamo l’errore di pensare che questo tipo di conflitto sia meno logorante. Una miccia accesa, che brucia lentamente, costantemente, lascia al suo passaggio la strada spianata per privazioni e violazioni dei diritti fondamentali. In un contesto che è divenuto terra di nessuno a causa dell’assenza assordante dello Stato centrale e dei giochi di potere di signori della guerra vicini e lontani, le principali vittime sono le categorie più fragili: le bambine e i bambini, e le donne.

Nel 2015, Amnesty International ha pubblicato un report che analizza la situazione nelle miniere in RDC, chiamato: This is what we die for, “Questo è ciò per cui moriamo”. Il settore dell’estrazione mineraria è caratterizzato da profonda povertà ed estrema corruzione, da conflitti costanti e abusi sessuali, su una scala talmente estesa che è difficile da comprendere. Per provare a capire, bisogna pensare che le economie dell’Africa sub-sahariana dipendono dai sistemi di lavoro informali, cioè non contrattualizzati e privi di qualsiasi assistenzialismo. Si tratta di un sistema che coinvolge 20 milioni di persone, e ne supporta indirettamente 100 milioni. A sua volta, il processo di estrazione di cobalto e coltan nella RDC è dipendente dallo sfruttamento minorile.

Jclaboh, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

L’UNICEF stima che ogni giorno lavorino all’interno delle miniere di cobalto e coltan 40.000 bambine e bambini, costretti a turni estenuanti e privi di qualsiasi tipo di protezione (Luca Attanasio, Domani, 2021). Come gli adulti, infatti, vengono impiegati all’interno di tunnel che scendono nel sottosuolo per decine di metri, supportati da sistemi precari e mal ventilati. I crolli e gli infortuni sono all’ordine del giorno, tali per cui è difficile avere delle stime accurate che ne descrivano l’incidenza. 

Inoltre, Il coltan è un materiale radioattivo, e venendo toccato e lavorato per la pulizia senza guanti, lascia sulla pelle l’uranio di cui è composto. Anche l’esposizione cronica al cobalto porta all’insorgenza di malattie respiratorie, dermatiti croniche e tumori.
A questo si aggiunge lo sfruttamento e distruzione ambientale, che porta a un’ingente perdita di biodiversità e deforestazione, e l’inquinamento dell’aria e delle falde acquifere da cui dipendono i villaggi circostanti. 

Creuseurs at Gecamines, Kolwezi ©Fairphone CC BY-NC 2.0

Alice Pistolesi ci aiuta ad aggiungere un altro tassello fondamentale per comprendere la gravità della situazione in RDC, e a delineare i modi in cui il conflitto si inserisce in questo sistema di sfruttamento. Non solo i gruppi armati attingono dalle miniere per reclutare nuovi membri, assoldati per terrorizzare  la popolazione locale e destabilizzare la situazione, ma, come in altri contesti conflittuali, lo stupro è utilizzato come arma di guerra. Nel 2018, il ginecologo congolese Denis Mukwege e Nadia Murad, con lui impegnata a denunciare le violenze, vincono il Premio Nobel per la Pace per il prezioso lavoro di ricostruzione e denuncia di questi crimini. 

“Lo stupro ha un doppio significato- spiega Alice Pistolesi – la donna viene stuprata, viene stigmatizzata, quindi viene messa agli angoli del villaggio, e non viene più reinserita all’interno della comunità. Questo fa sì che il territorio di disgreghi”. La distruzione del tessuto sociale è anche rispecchiata nel massiccio abbandono delle attività agricole, principale forma di sostentamento locale, per lavorare nelle miniere. I salari dei minatori sono bassissimi, meno di $2 al giorno, ma sono appositamente mantenuti più alti rispetto alla paga media di un lavoratore locale, per attirare sempre più persone. 

Il ritorno della ricchezza: la discarica di Agbogloshie

Entering Agbogbloshie ©Fairphone CC BY-NC 2.0

Nel considerare gli impatti che la digitalizzazione e la transizione ecologica hanno nel mondo, non si può non parlare del fine vita di questi apparecchi. Dove finiscono i computer, i cellulari, le batterie e la miriade di gadget tecnologici da cui siamo circondati?
La filiera produttiva parte, come abbiamo capito, dalla Repubblica Democratica del Congo, dove i minerali come il coltan e il cobalto vengono estratti. Il secondo passaggio avviene quanto questi minerali vengono venduti, principalmente ad aziende cinesi, per essere portati in Asia per la raffinazione. Vengono poi venduti nel mercato occidentale e quindi la loro ricchezza viene portata altrove.

“In che modo questa ricchezza torna in Africa?”, spiega Alice Pistolesi. “Torna in Africa sotto forma di rifiuto. In Ghana, ma non solo, c’è la più grande discarica di rifiuti tecnologici, una discarica a cielo aperto immensa. Come se fosse una vera e propria città, popolata dai rifiuti tecnologici europei e occidentali”. Ogni anno, infatti, nel mondo sono prodotti 40 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici. Solo una piccola parte vengono riciclati, mentre i restanti finiscono in aree come la discarica di Agbogloshie, nella periferia di Accra (Ghana).

Cosa facciamo (e possiamo fare) noi?

A gennaio 2021, è entrato in vigore un regolamento europeo che impone agli importatori europei di stagno, tungsteno, tantalio e oro di garantire che le loro catene di approvvigionamento non siano legate ai conflitti armati. Garantire la tracciabilità dei minerali in contesti complessi come la RDC che, come abbiamo visto, sono spesso un buco nero di interessi, dinamiche e violenze interconnesse è sicuramente un passo avanti. Ma non si tratta di un’impresa semplice.

Leggere le etichette, informarci sulla filiera produttiva dei prodotti che usiamo quotidianamente, tracciare la loro provenienza, può fare la differenza. 

Tic, tac. L’orologio biologico, per di più, continua a scandire il passare del tempo, il che rende la transizione ecologica sempre più urgente ed inevitabile. “Ci state rubando il futuro”. Nel dicembre 2018, una platea di alti funzionari e diplomatici ascolta sbigottita le parole pronunciate da Greta Thunberg, divenuta la rappresentante di un movimento che ha riempito di giovani le strade di mezzo mondo e che chiede a gran voce un cambiamento, perché non c’è più tempo. L’agire sostenibile, nelle sue dimensioni ambientale, sociale ed economica, parte dall’aprire lo sguardo, scrutare oltre l’orizzonte temporale e geografico della nostra realtà e domandarsi: tutto questo è davvero sostenibile? E per chi?

Note

1 Testo originale: “The more ambitious the climate targets become, the more minerals and metals will be needed for a low-carbon future”, traduzione personale. 

Bibliografia

Amnesty International, This is what we die for – Human rights abuses in the Democratic republic of the Congo power the global trade in cobalt, 2015. 

Amnesty International, DRC: Alarming research shows long lasting harm from cobalt mine abuses, 6 maggio 2020, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/05/drc-alarming-research-harm-from-cobalt-mine-abuses/

Redazione Ansa, Monopattini elettrici, agli italiani piane sempre di più, Ansa 20 agosto 2020, https://www.ansa.it/canale_motori/notizie/eco_mobilita/2020/08/20/monopattini-elettrici-agli-italiani-piace-sempre-di-piu_b2ee258b-fd7c-47ba-b3c0-9c24a886f6c1.html

Arthur Usanov et al. Coltan’s connection to the conflict in the DRC in Coltan, Congo & Conflict, The Hague Centre for Strategis Studies, 2013. 

Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, Goma: un inferno nel conflitto infinito della RD Congo, 24 febbraio 2021, https://www.atlanteguerre.it/goma-linferno-nellafrica-il-conflitto-costante-della-rd-congo/

Banca Mondiale, Minerals for Climate Action: “The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition”, 2020. 

Camillo Casola, Il cuore fragile della Repubblica Democratica del Congo, ISPI, 24 febbraio 2021, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-cuore-fragile-della-repubblica-democratica-del-congo-29405 

Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Final report of the Panel of Experts on the Illegal Exploitation of Natural Resources and Other Forms of Wealth of the Democratic Republic of the Congo, S/2002/1146, Ottobre 2002. 

Jacopo Ottaviani, La repubblica dei rifiuti elettronici, Internazionale, 2015, https://www.internazionale.it/webdoc/ewaste-republic/ .

Luca Attanasio, Katanga, sette bambini su dieci in miniera per due euro al giorno, Domani, 26 ottobre 2020, https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/congo-miniere-bambini-cobalto-qi2pix2y .

Raffaello Zordan Minerali e conflitti, l’UE detta le regole che obbligano le imprese estrattive a dichiararne la provenienza da luoghi di guerra e instabilità, La Repubblica, 5 febbraio 2021, https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2021/02/05/news/minerali_e_conflitti_l_ue_detta_le_regole_che_obbligano_le_imprese_estrattive_a_dichiararne_la_provenienza_da_luoghi_di_gue-286144628/

Roberto Mostarda, L’altra faccia dell’energia pulita, Wall Street Journal Magazine, 2 settembre 2019, https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/57154-laltra-faccia-dellenergia-pulita.

Vincenzo Genovese, Auto elettriche in Italia: a che punto siamo?, SkyTG24, 23 novembre 2020, https://tg24.sky.it/tecnologia/2020/11/23/auto-elettriche-italia#:~:text=Boom%20di%20auto%20elettriche%20e%20ibride%2C%20%2B72%25%20nel%202020&text=Si%20tratta%20di%20un%20dato,allo%20stesso%20periodo%20del%202019

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