di Gabriele Piamarta

Eccoci qua a parlare di un argomento del quale si pensa sempre di saperne abbastanza, sbagliando. Oggi proviamo insieme a fare un po’ di chiarezza generale.

Se non si fosse capito dal titolo, oggi concludiamo il primo macrotema della nostra campagna parlando di etichette, in particolare di etichette di vestiti. Ne parleremo affrontando tre punti:

1.      Cosa devo guardare quando sono in negozio?

2.      Come lavare correttamente un capo?

3.      E, infine, come smaltirlo?

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1.  Premessa: ove possibile, è sempre meglio scegliere vestiti di seconda mano, o perlomeno comprare solo quando è necessario, cercando di far durare i propri indumenti.

Detto ciò, ora possiamo iniziare. Immaginiamo di essere in un negozio: la prima cosa importante è non rimanere sotto choc per l’impatto che ci provoca ciò che troviamo davanti a noi: una scelta tra centinaia di capi di diversa marca, materiale, colore e tipologia.

Ed ora sorge la domanda fondamentale del mondo della moda, che mette in crisi filosofi e luminari:

scelgo solo in base ai gusti estetici e alle marche o anche in base ad altri fattori?

Noi oggi siamo qui per spezzare una lancia a favore dei cosiddetti “altri fattori”,  eccovi due dati che vi faranno capire perchè.

Dopo il settore petrolifero che, per ovvie ragioni, si aggiudica tristemente il primo posto nella classifica dei settori più inquinanti, indovinate quale settore si piazza al secondo posto? Eh già, proprio quello della moda! Pensate che per produrre un paio di jeans si utilizza un quantitativo di acqua pari al fabbisogno idrico per “100 giorni di vita di una persona che vive in Occidente e quello di un anno di una persona che vive nel sud Sahara.”

“Se la produzione annuale di abiti dovesse continuare a crescere alla  velocità attuale, si arriverà a produrre 160 miliardi di tonnellate di abiti per il 2050. Più di tre volte dell’attuale volume di produzione. Per produrre queste quantità verranno utilizzati 300 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili.” (Asvis)

Ma non è tutto: secondo uno studio dell’Unione Europea, circa l’8% delle patologie dermatologiche è dovuto alla bassa qualità degli indumenti che indossiamo giornalmente.

Oggi, però, non siamo qui per lamentarci, bensì per trovare alternative, perciò torniamo alla domanda del paragrafo: “Cosa guardare quando siamo in negozio?”. 

Per prima cosa, diffidate della moda low cost: se una maglietta ha un costo troppo basso è sinonimo di materiali di scarsa qualità (pericolosa per la pelle, e di facile scarto perchè poco durevole) e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici.

Come seconda cosa, molto importante, guardate il materiale, e se possibile evitate i materiali sintetici, sia per discorsi dermatologici che ecologici. Puntate sui materiali naturali; quello che va per la maggiore è il cotone. Cotone che purtroppo ha parecchi punti a sfavore, come l’elevato uso di pesticidi e l’enorme consumo di acqua.

Ora la domanda sorge spontanea: 

Ma se le fibre plastiche non vanno bene, e ora nemmeno il cotone è green, cosa possiamo acquistare?”

Domanda più che legittima, direi. Per fortuna negli ultimi anni  troviamo parecchie alternative più ecologiche: il cotone organico (che utilizza fino alla metà dell’acqua rispetto al cotone classico), la canapa e il lino, ormai utilizzati anche da alcuni grandi marchi. Ci sono infine tessuti meno usati, ma super ecologici come il bamboo, l’eucalipto, la seta ecologica e molti altri.

2. Ed eccoci ad un altro argomento molto delicato: il lavaggio. Direte voi:

“Il lavaggio? E cosa c’entra il lavaggio dei vestiti con la sostenibilità?” 

Beh, c’entra molto in realtà.

Prima di tutto mettiamo in chiaro una cosa: 

lavare i vestiti in modo corretto = durata maggiore dei capi. 

Ma non è tutto. Come precedentemente detto, sarebbe auspicabile che comprassimo e utilizzassimo solo prodotti naturali, ma sappiamo bene che praticamente ognuno di noi ha dei prodotti sintetici in casa, comprati per convenienza, disattenzione o semplicemente per necessità (l’abbigliamento tecnico e sportivo ne è un esempio). Perché lo sto dicendo? Perché purtroppo ad ogni lavaggio di abiti sintetici viene rilasciata una significativa quantità di microplastiche, che essendo per l’appunto, “micro”, non vengono fermate dai filtri e finiscono nei corsi d’acqua, ed infine in mare. Fortunatamente, però, nel 2021 l’ingegno umano continua  a sorprenderci: da qualche anno sono stati inventati dei fantastici sacchetti che, una volta riempiti con i vostri vestiti, non permetteranno la fuoriuscita di microplastiche. Le particelle di plastica dei vestiti sintetici, però, sono solo uno dei fattori inquinanti derivanti da un lavaggio tradizionale. Infatti, proviamo a pensare alle quantità di agenti chimici che vengono introdotti nelle acque reflue grazie all’uso di detersivi ed ammorbidenti. Questi prodotti contengono tensioattivi, perlopiù derivanti dal petrolio, che aumentano la penetrabilità degli agenti chimici negli organismi, danneggiando più facilmente la flora e la fauna acquatica. Ma ecco che, ancora una volta, si è trovata una soluzione al problema: perchè non utilizziamo un dispositivo ad ossigeno attivo? Un’azienda vicentina ha saputo fare dell’ozono il miglior disinfettante in circolazione, limitando l’utilizzo di acqua, elettricità, e riducendo drasticamente l’emissione di agenti chimici nell’ambiente. Il lavaggio tradizionale può essere ora più sostenibile, grazie ad un piccolo strumento, che, una volta connesso alla lavatrice, laverà e sanificherà gli indumenti con acqua fredda arricchita di ozono, ioni d’argento e raggi UV, evitando dunque l’utilizzo di detersivi inquinanti e talvolta irritanti.

3.  Dulcis in fundo, eccoci arrivati allo smaltimento dei rifiuti. Cosa fare quando non si usa più un vestito? 

Beh, in primis, meglio pensarci bene prima di buttarlo. Infatti, la scelta più ecologica sarebbe quella di tenersi i propri indumenti. Capiamo però la necessità di ricambio, perciò torniamo alla domanda: “come smaltire i vestiti?

Per rispondere a questo quesito bisogna suddividere gli indumenti in due categorie, quello in buono stato che può ancora essere messo, e quello che ormai non può più essere indossato.

Nel primo caso la scelta più indicata è quella di evitare di buttarlo, ma anzi garantire una nuova vita al proprio indumento. Questo si può fare in vari modi: regalando il capo ai parenti o agli amici, partecipando agli swap party, oppure portandolo ai vari mercatini dell’usato.

Tutto un altro discorso è invece se si parla di vestiti inutilizzabili, dai quali avete già recuperato tutto il salvabile (bottoni, cerniere, ricami).  Per questi non ci sono tante alternative e, a meno che non siate fortunati/e e conosciate persone  o organizzazioni che si occupano di riciclare tessuti, la strada è una sola: i cassonetti gialli dedicati. Attenzione però alle regole, perché in alcuni luoghi si accettano solo abiti in buono stato.

Enrico Marchi CC BY-NC-SA 2.0

“ma che fine fanno dopo?”

Una volta riposti nei cassonetti, la responsabilità è del Comune, che  se in buono stato, li distribuisce a delle cooperative, perché venga recuperato quanto più materiale  possibile. Tutti i vestiti inutilizzabili invece finiscono se va bene per essere venduti a ditte che li trasformano in imbottiture, altrimenti nell’inceneritore.

Come potrete immaginare quest’ultima non è un’ipotesi che ci piace, ma, ad oggi non siamo ancora riusciti a trovare delle valide alternative, perciò tu, lettore o lettrice, conosci delle proposte migliori? In primis per allungare la vita degli abiti che indossi, e poi che idea sostenibile ci proponi per quanto riguarda i vestiti da buttare via?

Fonti

https://asvis.it/goal12/articoli/461-5207/lindustria-della-moda-ed-il-difficile-raggiungimento-degli-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile

https://www.laleggepertutti.it/242652_quali-tessuti-causano-dermatiti-e-problemi-alla-pelle

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