di Emanuele Pastorino

Global Strike 2019 – Trento | Foto del Forum trentino per la pace e i diritti umani

Only way through is colonization

Acclimatization

Population exodus

Monetization

Civilization

The operation has begun

There is no Planet B

I King Gizzard cantano anche i nostri rifiuti. There is no Planet B1è una delle frasi che più risuonano nelle manifestazioni del 2019, quelle dei Fridays for Future e di Extinction Rebellion, e ben rappresenta il problema: “tra 400 anni, se qualcuno farà un buco ad Ischia Podetti, troverà i nostri rifiuti indecomposti come noi troviamo i reperti archeologici delle antiche civiltà”. A dircelo è Thomas Deavi, ingegnere ambientale e divulgatore che collabora come libero professionista con gli enti gestori del Trentino, per formare e informare la popolazione sulla corretta gestione dei rifiuti.

Discarica di Trento (Ischia Podetti) | Llorenzi, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Molto nella gestione dei rifiuti è cambiato, eppure viviamo in una costante crisi: “la difficoltà nel gestire questo passaggio è legata al fatto che il Trentino è un insieme di valli fatte a V, dove lo spazio a disposizione per stoccare rifiuti è minimo e dove lo sfruttabile è stato sfruttato (l’ultimo spazio era la discarica di Arco, anche quella ormai satura)”.

Dagli anni ‘80, quando in Trentino sono stati censiti più di 400 siti di deposito dei rifiuti, discariche più o meno formali, le cose sono molto cambiate: “attualmente, quei 400 posti sono diventati 1”, osserva ancora Thomas Deavi.

Foto di RitaE da Pixabay

Il contesto è molto mutato per mille ragioni: la sensibilità ecologista e le battaglie politiche hanno portato a trasformare le regole del gioco. Riduzione, riuso, riciclo sono diventati parte del ragionamento: siamo passati dal portare il 100% del rifiuto prodotto in discarica a introdurre limiti progressivi.

In Italia, l’anno cui guardare è il 1997, con l’entrata in vigore del decreto Ronchi2: abbiamo sviluppato sistemi di raccolta e intercettazione dei rifiuti sempre più precisi, capaci di togliere dalle discariche porzioni sempre più ampie di rifiuti, di attivare la raccolta differenziata, di renderla prassi.

Allo stesso tempo, però, diminuiva lo spazio dove lasciare questi rifiuti: “le discariche non sono infinite”, ci dice ancora Thomas, “per veicolare un’immagine che uso spesso in classe, ma anche nelle serate per gli adulti, è come se io avessi dello sporco in camera e per gestirlo in maniera corretta, lo mettessi sotto al tappeto. Questa è la discarica”.

Guardando ai dati del 2019 relativi ai rifiuti urbani, ci racconta Chiara Lo Cicero, referente dell’Unità organizzativa rifiuti e bonifica dei siti inquinati per la Provincia Autonoma di Trento, a fronte di 280mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Trentino, circa 213,5mila sono stati differenziati (75%). Un dato incoraggiante ma “i numeri possono dire tutto”, osserva la dott.ssa Lo Cicero. 

Gli ingombranti (9,7mila tonnellate) e lo spazzamento stradale (8,4mila, di cui circa 700 tonnellate vanno in discarica) coprono un’altra fetta della torta. 

“Gran parte del residuo (quasi 52mila tonnellate), di cui 13,4mila vanno all’inceneritore di Bolzano. Tutto il resto va in discarica. A questo resto dobbiamo aggiungere 11,5mila tonnellate di 191212 provenienti dalla raccolta differenziata”.

Quel codice – 1912123 – indica il residuo di lavorazione negli impianti dove viene portata la raccolta differenziata e in cui viene selezionata, separando il rifiuto differenziato correttamente dalle impurità. 191212 indica le impurità, e sono moltissime. “Ma non è tutto”, sottolinea la dott.ssa Lo Cicero “molte raccolte differenziate vanno fuori provincia e quindi non abbiamo intercettato i dati di questo 191212”.

La qualità del nostro rifiuto

“C’è un calcolo ben preciso definito a livello nazionale e su questo dobbiamo basarci” continua Chiara Lo Cicero, sottolineando come il problema sia che i calcoli, frutto della normativa nazionale a cui bisogna fare riferimento, sono esclusivamente basati su criteri quantitativi e non vanno ad indagare la qualità del rifiuto differenziato.

“Stiamo cercando di intercettare tutto quel rifiuto che, dagli impianti di selezione e trattamento, rientrano in discarica”, ci racconta, “e stiamo cercando di farli ritornare alla frazione d’origine (verso l’organico, la plastica o il vetro) e riconnetterli al gestore che li ha prodotti, decurtandoli per definire un indice di qualità della raccolta differenziata”.

“Negli imballaggi leggeri, oltre il 50% sono impurità”, ci dice ancora Thomas Deavi. “Ogni 100 chili buttati nel sacco azzurro, più della metà non doveva finire lì. Nel momento in cui arrivano nell’impianto di Lavis, dove avviene la selezione di quel rifiuto, i nostri sacchi azzurri vengono aperti e ci sono lavoratori e lavoratrici che separano i rifiuti, quello che non è plastica, non è acciaio, non è alluminio o non è tetrapack, o in generale non è imballaggio, va a finire in discarica come residuo di lavorazione”. È così che nasce il 191212.

“Invece che portare ad un vantaggio, anche economico (perché sotto al discorso dei rifiuti ci sono delle economie) diventa un costo” continua Deavi.

Azioni, pratiche, politiche: i tre piani di lavoro

Queste economie possono emergere e avere forza a fronte di un cambiamento di sguardo da parte di tutte e tutti: “il riuso deve essere posto al centro di una vera e propria riqualificazione culturale: oggi vediamo moltissime piattaforme (vinted; subito.it; ebay) che puntano e investono su un’economia del riuso” osserva Deavi. “Parallelamente, in Italia, ma non solo, c’è ancora l’idea – diffusa – per cui chi attinge al riuso lo faccia per questioni strettamente economiche: usato non è uguale a povero”.  

Trasformare il modo in cui guardiamo alle cose passa anche da pratiche collettive e politiche pubbliche che facilitino la trasformazione culturale, delle abitudini e degli stili di vita collettivi e individuali: sono tre i piani di lavoro – lo sappiamo – su cui concentrare un cambiamento così imponente. 

Le azioni individuali che devono essere più consapevoli, certo, ma che non possono che essere accompagnate da più informazione, più controlli, da scelte strategiche che facciano sì che a tutti i livelli della governance dei rifiuti convenga mantenere i cittadini e le cittadine informati e attenti a ciò che fanno quando creano rifiuti.

Sono gli altri due livelli, quelli senza i quali le azioni collettive, per quanto virtuose, non riescono ad avere l’impatto che speriamo: pratiche collettive e politiche pubbliche che mettano in campo scelte diverse. 

Tutti gli attori sono coinvolti” – osserva Chiara Lo Cicero – “e bisogna insistere molto su questo: noi lo stiamo facendo e verrà previsto dal Piano Rifiuti Urbani, direttamente o rinviando a documenti di integrazione che usciranno subito dopo”.

Per questo, ci racconta, nella rielaborazione del Piano Provinciale per i Rifiuti Urbani – un percorso già attivato e che dovrebbe arrivare ad una prima bozza entro il 31.12.2021 – sono state coinvolte fin da subito le categorie produttive: “anche le aziende producono rifiuti urbani”, osserva la dott.ssa Lo Cicero, “e poi tutte queste aziende sono interessate a questo sistema in qualità di stakeholder”, interessate a capire quali saranno le scelte e gli indirizzi dell’amministrazione nel prossimo futuro.

Ci fa anche alcuni esempi: “insisteremo sull’apertura di centri di riuso, strutture dove posso portare una bicicletta che non funziona più per farla riparare e rimetterla in circolazione, anziché portarla al CRM. Pubblicizzeremo i centri di riuso anche come CRM”.

Ma non solo: “Vogliamo revisionare i marchi provinciali” ci racconta ancora Lo Cicero, riferendosi agli ECO-marchi PAT, certificazioni elaborate dalla Provincia per attivare pratiche virtuose di sviluppo sostenibile3.

“ECOAcquisti, ECORistorazione, ECOEventi, puntando a Mercatini di Natale senza bidoni dell’immondizia, perché non servirebbero più grazie a bicchieri e tazze riutilizzabili, ed elaborando un criterio di assegnazione che tenga in considerazione questi marchi; Ecolabel, per il turismo, che è in corso di discussione con le APT allo scopo di sviluppare un turismo ecosostenibile del Trentino”.

Azioni puntuali e concrete ma anche di sistema: insieme alla pianificazione della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stata depotenziata moltissimo anche l’informazione ai cittadini

“Dopo la grande spinta di vent’anni fa per l’attivazione della raccolta differenziata” – osserva Chiara Lo Cicero – “non è stata più portata avanti l’informazione: il cittadino è tempestato, non capisce più niente, non sa più se seguire quello che legge nelle etichette o quello che legge sui giornali legati alle disfunzioni degli impianti. Questo genera una fortissima disinformazione”.

Sul piano locale, la nascita del Nucleo Operativo Interservizio (NOI) presso il Comune di Trento è stato un tentativo di mettere in comunicazione vari soggetti, dal Comune a Dolomiti Ambiente, dagli esercenti alla Polizia Urbana che ha attivato molti interventi che, osserva Thomas Deavi “sono, però, piccoli rispetto alla gestione della massa di rifiuti dei complessi edilizi più grandi e dove convivono cittadini con livelli informativi molto diversi”. 

Su questo osserva come si stiano sviluppando azioni parallele e preventive: “con ITEA, Dolomiti Ambiente e il Comune si è lavorato per formare questi cittadini in modo da far sì che ci siano dei ‘nuclei di abitanti’ di quei complessi abitativi in modo che formino un ‘comitato di accoglienza’ di prossimità per chi arriva a viverci e spiegare il senso e il funzionamento della raccolta”.

Sul piano provinciale, “l’APPA ha, per legge, il compito di informare”, osserva il dott. Deavi, “nel 2003 facevamo serate pubbliche, incontri nelle scuole, collaborazioni con i supermercati. I fondi, da allora, sono diminuiti dell’80%. A questa percentuale se ne collega un’altra: negli imballaggi leggeri, oggi, circa il 50% sono impurità che vanno a finire in discarica. 

Fare formazione, stabilire pratiche di questo tipo, è necessario per avere azioni dei singoli più consapevoli”. 

Informazione che deve essere veicolata dal pubblico, dagli enti gestori e dalle aziende che si occupano di rifiuti anche attraverso sistemi di sanzionamento e premialità che non guardino solo al/la cittadino/a ma anche a chi ha la responsabilità della raccolta e, al contempo, di informare correttamente sui modi in cui la differenziata va fatta. Per farlo, ci racconta ancora Chiara Lo Cicero, serve fare un’azione a ritroso, dall’impianto alla raccolta, che punti “sul potenziamento dell’informazione e sui maggiori controlli anche in quelle isole ecologiche di raccolta stradale, dove la gente butta tutto quello che vuole”. A tutto questo vanno affiancati sistemi di informazione integrata, sanzioni per i cittadini così come già esistono ma anche “sanzioni sulla frazione estranea per il gestore, che avrà interesse ad attivare un sistema informativo”, conclude la dott.ssa Lo Cicero.

Ridurre è l’unica via

Tutto quello che buttiamo via lo abbiamo comprato”: il concetto è molto semplice ma è attorno a questo che si gioca la partita dei rifiuti. 

“Quando vado nelle scuole” – ci racconta Deavi – “faccio ragionare su questo: i ragazzi, in classe, hanno dai 3 ai 5 bidoni (tra la classe e i corridoi). Il bidone della carta, degli imballaggi leggeri, dell’umido, del residuo. Nei corridoi c’è la raccolta delle pile. Faccio ragionare i ragazzi – che siano bambini delle elementari o ragazzi del liceo – sul fatto che loro sono abituati a differenziare: lo vedono in classe, lo vedono a casa, lo vedono a calcio, a pallavolo, nelle piscine eccetera. Trent’anni fa, quando io andavo al liceo, avevamo un cestino rotondo dove buttavamo tutto”.

Abbiamo detto che l’informazione – e la sensibilizzazione – delle persone passa soprattutto dalle abitudini che cambiano: Chiara Lo Cicero ce lo spiega bene e fa un esempio sul grande tema, quello della plastica.

Ci racconta che sono in corso di revisione e ripensamento i criteri ambientali minimi (CAM)4 che vengono utilizzati nelle gare pubbliche per i servizi e, in particolare, di quelli dedicati ai servizi di ristoro negli uffici pubblici, in particolare con riguardo ai distributori automatici. 

Nel fissarli, fino adesso non si è fatta attenzione al tema dei rifiuti: nel giro di due anni scadranno anche tutti gli appalti provinciali, ed è l’occasione per cambiare alcune abitudini.

“Ci siamo accorti che, per la riduzione del rifiuto, dobbiamo parlare anche di qualità” osserva Chiara Lo Cicero. “Il grosso problema è l’uso scorretto della plastica che porta alla produzione di ingenti quantità di rifiuto: moltissime regioni stanno facendo normative sulla plastic free. C’è la direttiva 904 che ha vietato l’utilizzo di plastiche monouso: la bozza di recepimento italiana, così come i CAM a livello nazionale, hanno recepito queste direttive con un’azione di sostanziale greenwashing”, ci spiega. 

“Se da una parte viene bandita la plastica viene anche concesso l’utilizzo di plastiche biodegradabili. Questo, a mio avviso, non è andare contro la riduzione del rifiuto, ma far passare il concetto che è meglio produrre un rifiuto costituito da bioplastica piuttosto che produrne uno di plastica”.

Le bioplastiche, dunque, se da un lato non riducono il rifiuto, dall’altro non riescono neanche ad essere biodegradate, come dovrebbero. Infatti la certificazione che viene data a queste bioplastiche che non è garanzia di biodegradabilità delle stesse. “La certificazione”, osserva, “è basata su esperimenti fatti in laboratorio, dove viene tutto sminuzzato sotto i 2 mm, e dove si riesce a degradare la plastica entro i 90 giorni a 55°, condizioni che non rispecchiano quelle che si trovano negli impianti. Nei nostri impianti – non quelli trentini: in tutti gli impianti – non funziona così” sottolinea Lo Cicero.

“A livello provinciale, gran parte della raccolta differenziata dell’organico va all’impianto di Cadino che non è un semplice impianto di compostaggio, ma ha una tecnologia integrata: un primo trattamento anaerobico, che fa una degradazione spinta del rifiuto e produce biogas (purificato poi in biometano utilizzato per i trasporti locali), ed un secondo trattamento aerobico che rappresenta il cosiddetto compostaggio. È un impianto all’avanguardia e anche questo impianto ha le sue difficoltà a trattare la bioplastica

Questo genera un problema enorme: proseguendo con politiche di sostanziale greenwashing si genera il paradosso per cui sono le persone più attente all’ambiente a metterlo maggiormente in pericolo. L’utilizzo delle bioplastiche, di fatto, non ha cambiato le abitudini delle persone ma ha comportato costi elevatissimi: per i singoli, visto che le bioplastiche costano molto di più che la plastica; per il pubblico.

Complice il calo di un’informazione univoca e chiara e l’incertezza sempre maggiore dettata dall’essere comunque sommersi di stimoli diversissimi, le persone stanno facendo sempre più fatica a differenziare bene: le impurità, di cui parlavamo prima, sono un costo anche in termini economici e non solo ambientali. 

“L’unica cosa possibile da fare – visto che sta peggiorando la qualità dell’organico – è stata quella di acquistare, per l’impianto provinciale di Cadino, 4 macchinari nuovi. 3 per togliere il ferro, di tutti i tipi: 8 anni fa la qualità era molto più buona, oggi troviamo lattine di tonno, contenitori della marmellata e molto altro. Il quarto macchinario, invece, per lo scodellame di plastica biodegradabile: “è un impianto che funziona come una lavastoviglie”, ci spiega la dott.ssa Lo Cicero. “Questa macchina le lava, ripulendole dall’organico, e separando la poltiglia – per reimmetterla in ciclo – dalle scodelle – che vengono asciugate, messe in un container e poi buttate in discarica”.

E su questo ritorna il tema delle abitudini da cambiare: “vogliamo arrivare al punto di fare la scelta coraggiosa di vietare in tutti i modi l’usa e getta nel contesto della Provincia di Trento” ci racconta Lo Cicero. “Dobbiamo riuscire a cambiare l’abitudine del cittadino: non può esserci più l’abitudine di bere un sorso d’acqua e buttare il bicchiere. Devo portarmi il bicchiere da casa, portarmi la tazza di ceramica e andare alla macchinetta con la mia tazza” ci spiega.

“Ci è stato fatto notare che in questo modo creeremo, in un primo tempo, diversi problemi all’utenza: sì. Quello che vogliamo fare è creare il problema in modo che l’utenza si crei la soluzione da sola: la prima volta magari resterà senza caffè; la seconda si porterà la tazza da casa” osserva Lo Cicero, e sottolinea “ci sarà anche la possibilità di avere tazze riutilizzabili, sanificabili, sottoposte a cauzione vicino alle macchinette: se voglio me la porto a casa, altrimenti la si può lasciare per essere sanificata”.

E nel frattempo?

Questi interventi hanno percorsi di medio-lungo termine per raggiungere risultati: e nel frattempo?

“Dobbiamo trovare modalità alternative di riutilizzo di questi scarti” osserva Chiara Lo Cicero “questa è la grossa sfida: trovare delle novità, cambiare abitudini. È la parte più difficile”.

Negli anni si è molto discussa l’opzione della soluzione tecnologica, con la proposta – risalente all’inizio degli anni 2000 – di realizzare un termovalorizzatore per Trento. Tema che sta ritornando: “la soluzione tecnologica ha il vantaggio” osserva Thomas Deavi “che metto dentro 100 m3 di rifiuto, mi ritrovo a dover smaltire, a dover trovare lo spazio per 10 m3 di ceneri”, pensando ad un normale termovalorizzatore e alle difficoltà, di cui abbiamo parlato, nel trovare spazi adeguati dove smaltire i nostri rifiuti.

Ma il punto è forse un altro: il tema dei rifiuti impone di guardare con estrema attenzione alla questione della ricerca e innovazione: “fino a poco tempo fa” ci racconta Chiara Lo Cicero “non sapevamo che il polverino dei pneumatici potesse essere usato nell’asfalto”. Oggi Salvadori ha sviluppato questo meccanismo.

Accanto a queste forme di ricerca – che non sono soltanto tecnologiche, ma anche sociali ed economiche: andate a dare un’occhiata ai meccanismi elaborati da ATOTUS a Vezzano5 – c’è tutto il tema dell’impianto di destino finale. La situazione che stiamo vivendo – esaurimento dei siti di discarica; abitudini lente al cambiamento; l’inceneritore di Bolzano che fa resistenza e non vuole più i nostri rifiuti – impone di guardare a questa ipotesi con consapevolezza.

La Provincia, per questo, ha attivato un tavolo di approfondimento con l’Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler: “si può essere green”, osserva Chiara Lo Cicero, “anche prevedendo una tecnologia complessa per il trattamento dei rifiuti. Non si parla più di incenerimento, tecnologia vetusta, ma di produzione di idrogeno o biometano. Non è possibile prevedere solo la discarica e non ricorrere ad ulteriori trattamenti: abbiamo provato in questi ultimi anni e siamo assolutamente vittime di coloro che hanno gli impianti che servono a noi”.

Per fare tutto questo serve necessariamente una maggiore capacità di guidare questi processi: per il Trentino, questo ruolo dovrà essere assunto dalla Provincia, superando il sistema attuale – che prevede 12 gestori – per privilegiare la creazione di una cabina di regia unica capace di dare uniformità alla gestione, dalle tariffe alle regole della raccolta, dalla formazione all’informazione.

Un ruolo, quello del pubblico, che è di facilitazione e guida, non sostitutivo: serve l’insieme dei tre piani di lavoro – azioni individuali, pratiche collettive, politiche pubbliche – capace di generare una trasformazione di sguardo. “Se la cura diventasse il principio organizzativo di tutti gli stati del mondo, infatti, la disuguaglianza economica e le migrazioni di massa diminuirebbero e l’ingiustizia ambientale troverebbe rimedio grazie all’impegno reciproco alla cura del mondo. […] Per renderla realtà occorre contrastare e ripensare la nostra economia, a partire dal suo rifiuto della cura6.

Fonti

1. https://open.spotify.com/track/3YCiB91fQ6aGH3KkBEyriG?si=19885414466949c9 

2. https://www.ciclia.it/decreto-ronchi/ 

3. http://www.unirima.it/2018/07/06/scarti-lavorazione-cer-191212/

3.  http://www.eco.provincia.tn.it/ 

4. https://www.minambiente.it/pagina/i-criteri-ambientali-minimi 

5. https://www.atotus.it/ 

6. The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, 2021, p. 80.

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