Come leggere un’etichetta

di Gabriele Piamarta

Eccoci qua a parlare di un argomento del quale si pensa sempre di saperne abbastanza, sbagliando. Oggi proviamo insieme a fare un po’ di chiarezza generale.

Se non si fosse capito dal titolo, oggi concludiamo il primo macrotema della nostra campagna parlando di etichette, in particolare di etichette di vestiti. Ne parleremo affrontando tre punti:

1.      Cosa devo guardare quando sono in negozio?

2.      Come lavare correttamente un capo?

3.      E, infine, come smaltirlo?

https://pixnio.com/

1.  Premessa: ove possibile, è sempre meglio scegliere vestiti di seconda mano, o perlomeno comprare solo quando è necessario, cercando di far durare i propri indumenti.

Detto ciò, ora possiamo iniziare. Immaginiamo di essere in un negozio: la prima cosa importante è non rimanere sotto choc per l’impatto che ci provoca ciò che troviamo davanti a noi: una scelta tra centinaia di capi di diversa marca, materiale, colore e tipologia.

Ed ora sorge la domanda fondamentale del mondo della moda, che mette in crisi filosofi e luminari:

scelgo solo in base ai gusti estetici e alle marche o anche in base ad altri fattori?

Noi oggi siamo qui per spezzare una lancia a favore dei cosiddetti “altri fattori”,  eccovi due dati che vi faranno capire perchè.

Dopo il settore petrolifero che, per ovvie ragioni, si aggiudica tristemente il primo posto nella classifica dei settori più inquinanti, indovinate quale settore si piazza al secondo posto? Eh già, proprio quello della moda! Pensate che per produrre un paio di jeans si utilizza un quantitativo di acqua pari al fabbisogno idrico per “100 giorni di vita di una persona che vive in Occidente e quello di un anno di una persona che vive nel sud Sahara.”

“Se la produzione annuale di abiti dovesse continuare a crescere alla  velocità attuale, si arriverà a produrre 160 miliardi di tonnellate di abiti per il 2050. Più di tre volte dell’attuale volume di produzione. Per produrre queste quantità verranno utilizzati 300 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili.” (Asvis)

Ma non è tutto: secondo uno studio dell’Unione Europea, circa l’8% delle patologie dermatologiche è dovuto alla bassa qualità degli indumenti che indossiamo giornalmente.

Oggi, però, non siamo qui per lamentarci, bensì per trovare alternative, perciò torniamo alla domanda del paragrafo: “Cosa guardare quando siamo in negozio?”. 

Per prima cosa, diffidate della moda low cost: se una maglietta ha un costo troppo basso è sinonimo di materiali di scarsa qualità (pericolosa per la pelle, e di facile scarto perchè poco durevole) e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici.

Come seconda cosa, molto importante, guardate il materiale, e se possibile evitate i materiali sintetici, sia per discorsi dermatologici che ecologici. Puntate sui materiali naturali; quello che va per la maggiore è il cotone. Cotone che purtroppo ha parecchi punti a sfavore, come l’elevato uso di pesticidi e l’enorme consumo di acqua.

Ora la domanda sorge spontanea: 

Ma se le fibre plastiche non vanno bene, e ora nemmeno il cotone è green, cosa possiamo acquistare?”

Domanda più che legittima, direi. Per fortuna negli ultimi anni  troviamo parecchie alternative più ecologiche: il cotone organico (che utilizza fino alla metà dell’acqua rispetto al cotone classico), la canapa e il lino, ormai utilizzati anche da alcuni grandi marchi. Ci sono infine tessuti meno usati, ma super ecologici come il bamboo, l’eucalipto, la seta ecologica e molti altri.

2. Ed eccoci ad un altro argomento molto delicato: il lavaggio. Direte voi:

“Il lavaggio? E cosa c’entra il lavaggio dei vestiti con la sostenibilità?” 

Beh, c’entra molto in realtà.

Prima di tutto mettiamo in chiaro una cosa: 

lavare i vestiti in modo corretto = durata maggiore dei capi. 

Ma non è tutto. Come precedentemente detto, sarebbe auspicabile che comprassimo e utilizzassimo solo prodotti naturali, ma sappiamo bene che praticamente ognuno di noi ha dei prodotti sintetici in casa, comprati per convenienza, disattenzione o semplicemente per necessità (l’abbigliamento tecnico e sportivo ne è un esempio). Perché lo sto dicendo? Perché purtroppo ad ogni lavaggio di abiti sintetici viene rilasciata una significativa quantità di microplastiche, che essendo per l’appunto, “micro”, non vengono fermate dai filtri e finiscono nei corsi d’acqua, ed infine in mare. Fortunatamente, però, nel 2021 l’ingegno umano continua  a sorprenderci: da qualche anno sono stati inventati dei fantastici sacchetti che, una volta riempiti con i vostri vestiti, non permetteranno la fuoriuscita di microplastiche. Le particelle di plastica dei vestiti sintetici, però, sono solo uno dei fattori inquinanti derivanti da un lavaggio tradizionale. Infatti, proviamo a pensare alle quantità di agenti chimici che vengono introdotti nelle acque reflue grazie all’uso di detersivi ed ammorbidenti. Questi prodotti contengono tensioattivi, perlopiù derivanti dal petrolio, che aumentano la penetrabilità degli agenti chimici negli organismi, danneggiando più facilmente la flora e la fauna acquatica. Ma ecco che, ancora una volta, si è trovata una soluzione al problema: perchè non utilizziamo un dispositivo ad ossigeno attivo? Un’azienda vicentina ha saputo fare dell’ozono il miglior disinfettante in circolazione, limitando l’utilizzo di acqua, elettricità, e riducendo drasticamente l’emissione di agenti chimici nell’ambiente. Il lavaggio tradizionale può essere ora più sostenibile, grazie ad un piccolo strumento, che, una volta connesso alla lavatrice, laverà e sanificherà gli indumenti con acqua fredda arricchita di ozono, ioni d’argento e raggi UV, evitando dunque l’utilizzo di detersivi inquinanti e talvolta irritanti.

3.  Dulcis in fundo, eccoci arrivati allo smaltimento dei rifiuti. Cosa fare quando non si usa più un vestito? 

Beh, in primis, meglio pensarci bene prima di buttarlo. Infatti, la scelta più ecologica sarebbe quella di tenersi i propri indumenti. Capiamo però la necessità di ricambio, perciò torniamo alla domanda: “come smaltire i vestiti?

Per rispondere a questo quesito bisogna suddividere gli indumenti in due categorie, quello in buono stato che può ancora essere messo, e quello che ormai non può più essere indossato.

Nel primo caso la scelta più indicata è quella di evitare di buttarlo, ma anzi garantire una nuova vita al proprio indumento. Questo si può fare in vari modi: regalando il capo ai parenti o agli amici, partecipando agli swap party, oppure portandolo ai vari mercatini dell’usato.

Tutto un altro discorso è invece se si parla di vestiti inutilizzabili, dai quali avete già recuperato tutto il salvabile (bottoni, cerniere, ricami).  Per questi non ci sono tante alternative e, a meno che non siate fortunati/e e conosciate persone  o organizzazioni che si occupano di riciclare tessuti, la strada è una sola: i cassonetti gialli dedicati. Attenzione però alle regole, perché in alcuni luoghi si accettano solo abiti in buono stato.

Enrico Marchi CC BY-NC-SA 2.0

“ma che fine fanno dopo?”

Una volta riposti nei cassonetti, la responsabilità è del Comune, che  se in buono stato, li distribuisce a delle cooperative, perché venga recuperato quanto più materiale  possibile. Tutti i vestiti inutilizzabili invece finiscono se va bene per essere venduti a ditte che li trasformano in imbottiture, altrimenti nell’inceneritore.

Come potrete immaginare quest’ultima non è un’ipotesi che ci piace, ma, ad oggi non siamo ancora riusciti a trovare delle valide alternative, perciò tu, lettore o lettrice, conosci delle proposte migliori? In primis per allungare la vita degli abiti che indossi, e poi che idea sostenibile ci proponi per quanto riguarda i vestiti da buttare via?

Fonti

https://asvis.it/goal12/articoli/461-5207/lindustria-della-moda-ed-il-difficile-raggiungimento-degli-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile

https://www.laleggepertutti.it/242652_quali-tessuti-causano-dermatiti-e-problemi-alla-pelle

“Compra Meno, Scegli Bene, Fallo Durare”: El Costurero per una moda più sostenibile

di Maddalena Recla

Photo by Dinh Pham on Unsplash

Sai che nel 2020 il settore della moda è risultato essere una delle maggiori cause di inquinamento a livello mondiale?

Nonostante se ne parli ancora poco, la moda è un business che ha un impatto estremamente dannoso sull’intero ecosistema in termini di produzione di rifiuti, emissione di CO2 e consumo di risorse idriche. Il settore produce di fatto il 20% dello spreco globale di acqua ed è responsabile del 10% delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale, dato comparabile a quello dell’intera Europa. 

Una delle principali cause delle enormi conseguenze portate dall’industria del vestiario risiede nell’affermazione su scala internazionale della fast fashion: un modello di business nato negli anni Ottanta basato su produzioni estremamente rapide in grandi quantità e a prezzi bassi. Negli ultimi decenni, specialmente a partire dagli anni 2000, questo business ha rivoluzionato il mondo della produzione dei vestiti e le abitudini di acquisto delle persone, innescando un circolo vizioso altamente insostenibile. Il modello ha infatti accelerato e aggravato il costo ambientale del guardaroba, portando consumatori e consumatrici a comprare di più e usare meno, creando tassi di spreco elevati e favorendo delle scelte dannose per l’ambiente, i lavoratori e le lavoratrici. 

Secondo la Ellen McArthur Foundation, se nei prossimi anni non si riuscirà a ridurre l’impatto negativo del settore, entro il 2050 l’industria della moda consumerà il 25% del carbon budget mondiale, ossia il bilancio che indica la quantità di CO2 che possiamo ancora emettere nell’ atmosfera senza sforare la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura globale, rispetto ai livelli preindustriali – obiettivo affermato dagli Accordi di Parigi del 2015. 

Considerando il contesto in cui ci troviamo, un cambio di rotta risulta dunque necessario per il benessere del pianeta. Di fondamentale importanza, in quest’ottica, è e sarà cruciale promuovere una trasformazione culturale che riesca a mutare i comportamenti quotidiani delle persone. Per questo motivo, a livello globale numerosi movimenti e organizzazioni  sostengono da anni l’esigenza di un cambiamento, cercando di orientare tutti e tutte verso un consumo più critico e consapevole.

Anche a Trento ci sono persone che si impegnano ogni giorno per promuovere una moda più consapevole e rispettosa dell’ambiente e degli individui. Un esempio tra queste è Sandra Toro, fondatrice dell’Associazione El Costurero. Da oltre cinque anni, tramite la sua organizzazione, Sandra cerca di trasmettere alla comunità trentina l’importanza di un comportamento più sostenibile, che eviti gli sprechi e diffonda la cultura dello zero waste, quindi zero sprechi, anche quando si tratta di vestiario. In particolare, El Costurero promuove il riuso e il riciclo dei vestiti attraverso lezioni e laboratori in cui viene trasmessa la tecnica del cucito, grande passione della sua fondatrice.

Ecco l’intervista che abbiamo realizzato con Sandra per scoprire di cosa si occupa El Costurero e per capire meglio come avere un guardaroba sostenibile!

Cos’è “El Costurero”?

El Costurero è un’associazione culturale che nasce nel 2015 a Trento con l’obiettivo di promuovere, valorizzare e divulgare il riutilizzo di materiali, attraverso workshop di sartoria sovversiva e incontri su tematiche legate alla sostenibilità, all’ecologia e al risparmio delle risorse. Nel laboratorio di Trento in via Torre D’augusto 9, nel quartiere di San Martino, si può per partecipare a corsi, attività e workshop dove imparare a cucire e riciclare materiali che di solito vengono buttati via.

Una curiosità: da dove deriva il nome?

El costurero in spagnolo è la scatoletta dove si tengono tutte le cose per cucire (fili, aghi, forbici, bottoni ecc). Nella mia città, a Medellín in Colombia, ai tempi delle nonne, era anche il momento di ritrovo delle donne, dove si faceva maglia, uncinetto, rammendo e si chiacchierava.

È stato difficile portare l’idea del riuso di materiali e vestiti in Trentino? 

È stato molto difficile, lo è ancora e lo sarà per un po’.

Quanto è stato importante entrare in relazione con altre realtà sensibili a queste tematiche (come Fa’ la Cosa Giusta! Trento e il Distretto Economia Solidale) per lo sviluppo dell’Associazione?

Penso che fare rete sia una cosa molto importante, ancora di più quando stai cercando di dire al mondo un messaggio che forse ancora non vuole ascoltare. Fin dall’inizio ho cercato di collaborare con tutte le associazioni e realtà sul territorio e questo sicuramente mi ha aiutato a portare il mio messaggio più velocemente di come sarei riuscita a fare da sola. In cinque anni siamo passati da una stanzetta a Gardolo a un laboratorio in San Martino, e abbiamo partecipato alla maggior parte degli eventi a Trento e dintorni dove si parla di sostenibilità, ecologia e risparmio di risorse.

Quali sono i principali miti da sfatare quando si parla di moda sostenibile/riuso dei vestiti?

Mito 1

Donare i vecchi vestiti è un metodo sostenibile per ripulire l’armadio.

Verità

Mentre i negozi dell’usato e di carità donano o vendono una parte dei vestiti che ricevono, la maggior parte dei vestiti donati finiscono o nelle discariche o spediti nei Paesi in via di sviluppo (principalmente in Africa), fattore che ha un impatto negativo sulle industrie locali. In generale, solo il 10% dei vestiti donati ai negozi dell’usato viene venduto. 


Mito 2

I vestiti comprati online e restituiti vengono rivenduti.

Verità

I resi finiscono in discarica o bruciati. Il più delle volte per le aziende è meno costoso disfarsi dei resi che ispezionarli e rimpacchettarli. I brand non vogliono che vengano donati per paura che il prezzo crolli o danneggi la loro esclusività. Negli ultimi cinque anni il volume dei resi da acquisti online è incrementato del 95%.


Mito 3

Se il capo è più costoso allora meno lavoratori saranno stati sfruttati.

Verità

Molti dei brand di medio e alto prezzo in realtà producono nelle stesse fabbriche dei brand del fast fashion. Questo vuol dire che i diritti e le condizioni dei lavoratori sono le stesse sia per i brand costosi che per quelli a basso costo. Il prezzo di un capo non garantisce che i lavoratori siano stati pagati il giusto perché il costo del lavoro è solo una minima parte del totale dei costi di produzione.

Quale potrebbe essere un consiglio da dare e da usare quotidianamente (alla portata di tutti/e) per essere più sostenibili quando si parla di riutilizzo dei materiali e di vestiti?

Compra meno, scegli bene, fallo durare.

Quando si comprano vestiti, quali sono gli aspetti più importanti a cui fare attenzione (materiali, lavorazione, costo, ecc)? E quanto è importante leggere l’etichetta?

Sicuramente la cosa più importante è leggere l’etichetta: da lì si possono ricavare molte informazioni utili, come i materiali e dove è stato prodotto il capo. Ma non è abbastanza: tante volte i materiali e luoghi di produzione sono ingannevoli perché ci sono margini entro i quali si possono modificare queste informazioni. Io consiglio alle mie costureras di guardare anche sempre le cuciture e sentire il materiale al tatto. Se lo facessimo tutti avremo “l’occhio più allenato”. Il prezzo è poco rilevante se non si è in grado di valutare la qualità.

Portando lo sguardo sulla situazione attuale, è evidente come la pandemia abbia rappresentato un momento di grandi difficoltà e cambiamenti per quanto riguarda le tematiche legate alla sostenibilità. Secondo te, che impatto sta avendo sulle abitudini individuali per quanto riguarda l’acquisto/riuso di vestiti? 

Su questo non ti saprei rispondere (non ho abbastanza elementi in mano per valutare). Sicuramente per noi è stato un momento molto difficile, perché con le restrizioni dovute al Covid non possiamo fare gli swap party, che non vediamo l’ora di poter tornare a fare.

A fine aprile si è tenuta la Fashion Revolution Week, un’iniziativa del movimento Fashion Revolution, il quale si batte per un’industria della moda che rispetti le persone e l’ambiente. Vista la tua adesione al movimento, quale credi sia la sfida maggiore al momento per quanto riguarda l’affermazione di un modello di moda più sostenibile? 

Bisogna che i consumatori diventino più consapevoli e le leggi più chiare e restrittive. Sicuramente si stanno facendo molti passi avanti con nuovi materiali e nuovi modelli di produzione, ma la catena è molto lunga e bisogna agire in tutti i suoi anelli. 

Durante la Fashion Revolution Week noi ci siamo impegnati – come sempre – a raccontare alle persone cosa sta succedendo e chiedere ai brand #WhatsInMyClothes e #WhoMadeMyClothes.

I sette consigli di Sandra per un guardaroba sostenibile:

  • comprare vintage o di seconda mano
  • supportare i negozi locali
  • comprare equosolidale
  • affittare
  • partecipare a uno swap party
  • personalizzare 
  • riparare

Vi aspettiamo nel laboratorio!

Per qualsiasi informazione su “El Costurero” e le sue attività potete visitare il sito o seguire i profili Facebook e Instagram.  

Fonti 

Comunità in dialogo: leggere le etichette come atto politico e collettivo

di Emanuele Pastorino e Silvia Pedrazzoli

Foto di Erik Scheel da Pexels.com

Cosa sapete di quello che sta dietro l’etichetta della verdura che mangiate ogni giorno? Come scegliete la piattaforma con cui farvi arrivare la cena a casa? Che diamine vuol dire gig economy? Cos’è l’agroecologia?

E, soprattutto, perché parlarne per spronare le persone a guardare dentro le etichette?

La lettura delle etichette – ma ormai lo avrete capito – è un gesto individuale che però ha la capacità di innescare processi intrinsecamente politici e collettivi: di questo, noi ne siamo sicurз.

Ecco, allora, che come altrз prima di noi, abbiamo deciso di prendervi per la gola

Tra i fondatori di questi gruppi (i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale -, ndr) c’è sempre stata l’idea per cui il cibo sia uno strumento per riattivare una partecipazione che non c’era più e che non riusciva a passare nei canali storici di mediazione della domanda” ci ha raccontato Francesca Forno, professoressa dell’Università di Trento ed esperta di movimenti sociali, in particolare legati al cibo.

Cibo, bene vitale.

Il cibo è un bene vitale sotto tanti punti di vista: se non serve spiegare il ruolo che ha nelle nostre tradizioni, quello su cui vale la pena concentrarsi è la sua capacità di mettere assieme relazioni, di far incontrare bisogni diversi e di dare loro una dimensione nuova, collettiva. Il cibo non solo è parte della nostra quotidianità, ma costituisce il simbolo del prendersi cura. 

Cibo e cura, cura e comunità: durante il primo lockdown, le azioni di cura della comunità legate al cibo si sono moltiplicate. Di più: sono state il gesto, spontaneo ed immediato, con cui le persone hanno reagito a quella crisi. Che poi, è anche questa crisi.

Insomma, se intrecciamo relazioni di cura, dove il nostro animo e la nostra azione si interessano in modo premuroso dell’altro – chiunque sia, questǝ altrǝ – allora le comunità che frequentiamo o in cui viviamo saranno curate.

Questo è uno dei significati che diamo all’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030, questo lo sguardo che vogliamo dare al rapporto tra cibo, comunità e cura. Con l’ottica dell’agire locale che guarda al contesto globale, abbiamo cercato esempi virtuosi, esperienze italiane e trentine, nate da bisogni diversi, ma che tendono a rendere più sostenibile la realtà che hanno attorno.

Cibo e cura, cura e comunità, comunità e lavoro: questi gli elementi da cui siamo partiti.

Diritti da costruire: cibo e lavoro.

Il lavoro posto al centro: questa la cifra distintiva del progetto Consegne Etiche promosso, a Bologna, dalla Fondazione Innovazione Urbana.

“Siamo partiti dal rispondere soprattutto alla questione lavorativa del rider. Quindi, partendo da quello, siamo arrivati a delle quote minime che dovevano essere garantite”. 

© Margherita Caprilli per Fondazione per l’Innovazione Urbana

A raccontarcelo è Chiara Sponza che, per la Fondazione, si occupa di design dei servizi, gestione progetti e prossimità. Tutto è partito nel primo lockdown, con un’assemblea pubblica tra alcuni commercianti che portavano avanti autonome reti di prossimità e i rider, in particolare grazie al coinvolgimento di Riders Union Bologna, il sindacato dei rider bolognesi che, nel 2019, ha portato alla creazione della prima Carta dei diritti dei lavoratori digitali, di quella gig economy che entra nelle nostre vite e che crea una voragine di sfruttamento e assenza di tutele. Da quel momento, sono partiti tavoli di coprogettazione: nasce un Manifesto che fissa 13 criteri condivisi e inizia a delineare il significato di “etiche”.

A partire da una prima assemblea pubblica (che coinvolgeva esercenti di prossimità e cooperative del territorio che avevano dovuto reinventare il proprio lavoro durante il lockdown, rider, ricercatori nel settore del cooperativismo di piattaforma, startup sensibili al tema della consegna e altre esperienze locali), è seguita una fase di coprogettazione in cui “abbiamo rilevato” – ci racconta Chiara – “che dovevamo garantire alla cooperativa, per ogni ora di lavoro del fattorino – quindi compresa di tutte le spese di contratto e tutto quello che ci sta attorno – € 25 + IVA […]. Questo garantisce appunto i costi di contratto, di tutela, di malattia, di tutto quanto più € 9 netti all’ora di salario”.

Non diverso il ragionamento alla base di Food4Me: da piazza San Nicolò, a Verona, nell’ottobre 2019, 8 rider riescono a fondare la prima cooperativa di rider in Italia. L’obiettivo? Quello di creare un “servizio che promette di essere più affidabile, eticamente responsabile e socialmente sostenibile nel tempo, sono questi i presupposti principali della cooperativa”, come racconta nel suo comunicato stampa ConfCooperative Verona (tra i partner a sostegno del progetto, assieme a CISL e Banca Etica), a ridosso dell’avvio del progetto.

A raccontarci di questa esperienza è Thomas Morbioli, uno dei rider fondatori: la “diversità” di Food4Me, così la definisce, è quella di essere più tutelati rispetto a quanto non avvenga con le grandi piattaforme: hanno un contratto con contributi, assicurazioni, diritti.

E su questa diversità insiste, sottolineando l’importanza del ruolo dell’occhio del consumatore, che dev’essere più attento su questi temi.

Il nostro occhio quindi può essere allenato a comprendere i fattori complessi della realtà, comprendere la sostenibilità o insostenibilità delle nostre azioni, per prenderci cura delle comunità a cui apparteniamo.

Ricerca per l’azione e composizione del conflitto.

Quest’occhio allenato non serve soltanto ad agire come individui, come consumatori consapevoli, ma anche a dar vita a processi capaci di accompagnare le trasformazioni delle città.

In questo senso, il conflitto è una materia prima su cui lavorare. “Con Consegne Etiche ci è andata bene, nel senso che abbiamo riscontrato più voglia poi di trasformare questo conflitto in una collaborazione che non su altri progetti”: Chiara Sponza ce lo dice sorridendo e ricordando che la Fondazione è nata “proprio per creare delle occasioni di dialogo tra il “basso” e l’amministrativo, diciamo”.

E “dialogo” è la parola da cui parte anche Francesca Forno, responsabile scientifica di Nutrire Trento.

“L’idea con cui nasce Nutrire Trento – ci racconta – è quella di aggregare queste istanze dal basso, che praticano l’alternativa, e di renderle visibili” e di farlo attraverso una ricerca per l’azione: “noi non guidiamo il processo – io non so dove andrà Nutrire Trento e non voglio neanche immaginarmelo. C’è una circolarità molto forte, tra pratiche e ricerca”.

Nutrire Trento è una “cerniera” tra città e Università, un tavolo di lavoro che raccoglie persone e sensibilità diverse. Partendo dalla mappatura di attori e luoghi della filiera corta con l’arrivo dell’emergenza sanitaria,, grazie al dialogo instaurato dal gruppo di lavoro,  è stato lanciato  Nutrire Trento #fase2, una risposta alla chiusura dei mercati e alle difficoltà di produttori/produttrici, così come di consumatori/consumatrici. 

Visto che le relazioni nutrono altre relazioni, è poi nata una Comunità che Supporta l’Agricoltura (CSA), un’esperienza che punta ad autosostenersi. “Dentro a Nutrire Trento c’è questo: persone diverse cercano di trovare delle comunanze ripensando i propri bisogni per indirizzarli verso obiettivi collettivi”, ci spiega Francesca Forno.

“All’inizio era molto forte, soprattutto tra gli agricoltori convenzionali – meno tra quelli biologici che avevano già intrapreso la via della transizione agroecologica – il tema della fatica, dell’impossibilità di rinunciare a certe pratiche perché la terra è bassa” – ci racconta ancora la prof.ssa Forno – “ogni attore, al Tavolo, inizialmente, aveva posizioni diverse di cui abbiamo tenuto conto riflettendoci assieme per pian piano sostituire i bisogni individuali con quelli collettivi, come quello di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ambientale e sociale. Un esercizio che possiamo chiamare deliberazione collettiva dei bisogni. L’obiettivo di Nutrire Trento è trovare assieme le soluzioni ai grandi problemi di oggi che sono problemi che ci riguardano tutti e che necessitano dell’impegno di ognuno di noi per essere risolti”. 

È la deliberazione collettiva dei bisogni il metodo cui Nutrire Trento guarda. Il Tavolo si configura infatti come uno “spazio intermedio” con l’obiettivo di ridare slancio alla partecipazione, sperimentando pratiche capaci di infilarsi tra le pieghe del sistema e trasformarlo. Questo è il filo rosso che unisce le storie che stiamo raccontando.

© Nutrire Trento

L’ultima, in ordine di tempo, sta nascendo ancora qui a Trento: è la Portineria de la Paix, uno spazio, un presidio permanente capace di dare risposte in rete, mappando le risorse della comunità. Ma non solo: la Portineria ha la volontà di esserci e di stare nella e con la comunità. Francesca De Pretis, la portinaia assunta nell’ambito del progetto, descrive questa cosa con chiarezza: “la Portineria è come un porto, un luogo di scambio di vite e di esperienze che ha la volontà di mantenere uno sguardo attento sulla comunità e su quello che avviene, in un movimento continuo – da fuori a dentro, da dentro a fuori”.

© La Portineria de la Paix

Lì, l’associazione La Chichera – uno dei partner del progetto guidato da A.P.S. Dulcamara, insieme ad Alchemica, due punti libreria e ARCI del Trentino – aggiungerà ancora un tassello, portando in questa altra forma di “spazio intermedio” il discorso legato al cibo: lo farà con iniziative ed eventi, rendendo visibile la dimensione di comunità che riguarda il cibo.

Bisogni, cibo, conflitto

Sì, ok, ma cosa c’entra tutto questo con la lettura delle etichette? 

Le quattro storie che abbiamo raccontato – che, per la verità, sono solo accenni – descrivono come i livelli di lettura e consapevolezza legati alle nostre abitudini di consumo siano moltissimi e stratificati. 

Leggere le etichette in modo più attento, dunque, non riguarda semplicemente avere un minor impatto sull’ambiente. Riguarda, in modo profondo, come si sta all’interno della società: “non si può risolvere la crisi ambientale senza la crisi sociale. Non c’è risoluzione alla crisi ambientale se non c’è redistribuzione”, ci spiega ancora Francesca Forno. 

Ambientale e sociale, correlati e interconnessi.

Leggere le etichette in modo consapevole non è soltanto una buona pratica individuale, un meccanismo per risparmiare o per impattare meno sull’ambiente: è un modo per prendere coscienza della necessità di cambiare le cose e della possibilità di farlo soltanto stando assieme, come collettivo. 

Un cambiamento “lento, soave e profondo”, prendendo in prestito le parole di Alex Langer, capace di durare.

Riferimenti

Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano

Comunicato stampa ConfCooperative Verona

Consegne Etiche

CSA Naturalmente dal Trentino. Agricoltura secondo natura

Fondazione Innovazione Urbana

Food4me Facebook

Food4me

Manifesto valoriale di Consegne Etiche

Mappa di Nutrire Trento

Nutrire Trento #fase2

Progetto Nutrire Trento

Propaganda Live, Puntata del 24 aprile 2020

Riders Union Bologna 

Chi ammazza l’Amazzonia? Srotoliamo il filo che ci unisce alla foresta

di Giulia Bassetto e Giacomo Oxoli

Cleared land in the Amazon Jungle, Brazil
Cleared land in the Amazon Jungle, Brazil © Riccardo Pravettoni CC BY-NC-SA 2.0

Alberi abbattuti. Fiamme che divampano. Cenere trasportata dal vento. Biodiversità in fumo. Persone e animali che perdono la casa. Il cielo di San Paolo grigio per giorni. Eventi a cui ci stiamo abituando che risalgono tutti a un fattore: lo sfruttamento umano dell’Amazzonia. Una fetta importante di biodiversità dell’intero Pianeta sta venendo consumata dalle logiche miopi di profitto che vede l’essere umano al centro, una fetta importante che viene difesa dagli indigeni locali e che, inconsapevolmente o consapevolmente, arriva sulle nostre tavole. Cercheremo di srotolare quel filo che lega la Foresta Amazzonica alle nostre diete e all’importanza di leggere le etichette e di informarsi. Nel farlo, troveremo tanti nodi che riguardano le attuali politiche ambientali brasiliane, i trattati commerciali dell’Unione Europea come il Mercosur, il land grabbing. Srotolare il filo ci aiuta a venirne a capo, a prendere in mano l’inizio e la fine e a ripensare a un modello che vede al suo centro una reale sostenibilità a tre dimensioni e rimanda alcune riflessioni anche sui nostri stili di vita e sugli accordi internazionali che stipuliamo.  

Il polmone verde in fumo

Dove siamo? In Brasile, all’interno di quello che sta diventando il ricordo del polmone verde mondiale: la Foresta Amazzonica. In realtà, potremmo assistere a questo irrazionale spettacolo da qualunque punto della foresta pluviale mondiale in quanto, come confermano i dati dell’Università del Maryland diffusi su Global Forest Watch (esplora la mappa interattiva), nel 2019 ogni 6 secondi il mondo ha perso l’equivalente di un intero campo da calcio di foresta pluviale primaria (Weisse e Dow Goldman).

Il 2019 è ricordato come un anno particolarmente drammatico per l’ambiente, come confermano i rilevamenti di incendi attivi da maggio ad agosto, stagione con il più alto numero di incendi dal 2012 (GFED, 2019). Lo testimoniano anche le immagini twittate dall’organizzazione mondiale di meteorologia (WMO), che mostrano come il fumo degli incendi provenienti dall’Amazzonia stesse raggiungendo la costa atlantica di San Paolo.

Una delle tante conseguenze di questi devastanti incendi riguarda la significativa perdita di biodiversità. Quest’ultima è un po’ come l’interazione tra la sfera ambientale, economica e sociale di cui vi stiamo parlando: è complessa, ma fondamentale per la nostra sopravvivenza. In termini scientifici la biodiversità è l’insieme di relazioni tra i diversi organismi che creano un equilibrio tale per cui vengono garantiti cibo, acqua e risorse (inclusi ripari sicuri) ad animali e persone (FAO, 2019). Preservarla è fondamentale per diverse ragioni: in primis, alterare questo delicato equilibrio può voler dire  compromettere il legame tra natura e i focolai di malattie, vista la correlazione piuttosto evidente fra distruzione degli ecosistemi e nascita dei virus, specialmente in questo periodo storico (Shaw, 2018). In secondo luogo perché abbattere le foreste tropicali significa diminuire la capacità di assorbire anidride carbonica aumentando le emissioni in atmosfera e quindi il riscaldamento globale. Il coro di voci di ambientalisti/e e scienziati/e di tutto il mondo sta diventando sempre più forte poiché, come denunciano sulla rivista Environmental, se l’odierno tasso di allungamento della stagione secca continuasse all’attuale ritmo, contemporaneamente agli incendi e alla deforestazione, la foresta non avrà abbastanza tempo per riprendersi e far rigenerare la sua chioma. Secondo gli studi, questo significa che nel 2064 l’attuale paesaggio boschivo, denudato dal fuoco, sarà permanentemente invaso da erbe e arbusti (Walker, 2020).

Il peso dell’economia

Il collasso generale della governance ambientale è particolarmente evidente in Brasile, dove innegabilmente una delle tre dimensioni della sostenibilità, quella economica (di cui vi abbiamo parlato precedentemente), pesa in maniera preponderante sul piatto della bilancia. Questo appare evidente considerando che, in quasi 50 anni, il Brasile ha perso il 18,9% della sua foresta originaria – pari a quasi il doppio del territorio della Germania (RAISG, 2020) – e nelle ultime tre  decadi gli ettari di vegetazione nativa andati persi corrispondono al 10% del territorio nazionale (IPAM, 2020). Questo sta causando ciclopici squilibri ambientali e sociali.

Laddove un tempo germogliava la foresta vergine, ora l’espansione agricola di monoculture e di terreni destinati all’allevamento continua ad essere il principale motore della deforestazione, come conferma la FAO. Legname. Allevamento. Agricoltura, specialmente intensiva e con alti contenuti di OGM (organismo geneticamente modificato). Queste sono le principali attività antropiche che stiamo portando avanti nell’intera area, attività che vanno oltre la sussistenza per le popolazioni locali e che coinvolgono l’intero mercato globale. L’ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) conferma che nel 2017 il 94% dei 52,6 milioni di ettari di superficie totalmente coltivata con soia e mais erano organismi geneticamente modificati tramite le biotecnologie.

Per chiarire meglio come tutto ciò ci tocchi direttamente, parliamo con Paulo Lima, giornalista, educomunicatore e uno dei direttori esecutivi dell’associazione Viração&Jangada. Durante la nostra intervista, Paulo Lima conferma un altro elemento che è frequentemente evidenziato: lo spazio bruciato viene spesso destinato a coltivazioni intensive di soia OGM, che viene a sua volta esportata in Europa per nutrire gli allevamenti suini, bovini e di pollame (Legambiente, n.d.). Il sistema economico dell’Amazzonia è l’esempio della globalizzazione e delle dinamiche insostenibili di un modello economico globale: si radono al suolo interi ettari di foresta, si coltiva in maniera intensiva e con l’utilizzo di trattamenti chimici, la merce viene esportata per alimentare un’altra filiera agroalimentare, si nutrono gli animali con mangimi provenienti dall’altra parte del mondo e, dopo qualche mese, il piatto è servito. Quante navi cargo? Quanto inquinamento ed emissione di CO2? E per cosa? Per il risparmio centesimale di una filiera produttiva? 

In un mondo così complicato è difficile fare luce sulle responsabilità. Lasciamo questo tipo di conclusioni al lettore o alla lettrice; noi continuiamo a srotolare il filo e ci troviamo davanti a un nodo: la questione del land grabbing e degli interessi di grosse multinazionali che favoriscono questo modello insostenibile. Un modello economico che vede nell’Amazzonia un fortino di risorse da cui estrarre grossi investimenti su larga scala ignorando completamente il patrimonio ambientale e sorpassando di gran lunga il rapporto armonioso fra esseri umani e natura. 

E le politiche ambientali brasiliane?

La questione del land grabbing (accaparramento di terre) ci aiuta a comprendere perché il tema della sostenibilità del territorio brasiliano è strettamente collegato al contesto socio politico in cui è immerso. Se vi state chiedendo cosa intendiamo per land grabbing, ci riferiamo al sequestro illegittimo di terreni che una o più persone, aziende o governi mettono in atto al fine di controllare le risorse della zona (Oxfam, 2017). L’IPAM, Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia, ha denunciato il crescente tasso di area illegalmente registrata come proprietà rurale privata all’interno delle terre indigene che in Amazzonia è aumentata del 55% tra il 2016 e il 2020.

Le implicazioni di tali comportamenti chiaramente ricadono sulla fascia di popolazione più debole. A tal proposito abbiamo intervistato Claudia Fanti, giornalista e membro del Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST) che è presente in Italia e internazionalmente. Claudia, da Roma, ci ha raccontato come questa situazione è anche il risultato della combinazione tra narrativa politica ed azioni che mirano a favorire un segmento della popolazione, ossia di coloro che spalleggiano il governo Bolsonaro. Il 2019, oltre ad essere stato un anno particolarmente drammatico per l’ambiente in Brasile, come dimostrato precedentemente dalla mappa degli incendi, è l’anno che casualmente o “causalmente” coincide con l’inizio del governo di colui che è stato definito come l’alfiere internazionale del negazionismo ambientale1: Jair Bolsonaro. Claudia, infatti, racconta come le agenzie ambientali come l’IBAMA (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali) siano state smantellate o indebolite fortemente in termini di risorse e di tagli di bilancio. Così facendo, il governo Bolsonaro favorisce i poteri forti dello Stato quali i latifondisti e il settore dell’agribusiness, che mira ad accaparrarsi le risorse naturali del paese.

Questo processo avviene parallelamente al discorso politico che Bolsonaro sta attuando sin dalla campagna elettorale, abdicando al suo dovere di denunciare l’illegalità degli incendi, responsabili dell’80% della deforestazione illegale (WWF, 2019), favorendo l’avanzamento del latifondo e la privatizzazione del suolo, anche falsificando dei titoli di terreni di proprietà pubblica. Claudia Fanti conferma che è dal 1988 che la demarcazione dei confini delle aree indigene dovrebbe avvenire; non essendo ancora stata fatta, le attività e la ‘legittimazione’ del land-grabbing continuano. Il filo cuce insieme anche il tema della violazione dei diritti umani, la sottrazione di interi appezzamenti di terreno delle popolazioni indigene e delle migliaia di contadini/e che ci vivono, togliendo loro ogni possibilità di opporsi; persone che per quella stessa terra a volte ci rimettono la vita a costo di difenderla. Nel 2019, la regione amazzonica conta 33 morti fra attiviste e attivisti ambientali (Global Witness, 2020).

Una responsabilità condivisa

Sia Paulo che Claudia ci ricordano che in tutto questo l’Europa e l’Italia hanno delle grandi responsabilità. Arriviamo alla fine del filo riflettendo sulle nostre azioni, sia quelle dei singoli sia quelle collettive e istituzionali. L’Europa rappresenta una delle ultime destinazioni di ciò che viene coltivato e allevato in Amazzonia. Come sottolineato prima, la maggior parte della soia coltivata viene utilizzata per nutrire gli animali di cui noi ci cibiamo, ma non solo, come evidenzia l’accordo commerciale raggiunto nell’estate del 2019 tra Unione Europea e Paesi latino-americani.

Giacomo Oxoli, Maggio 2021

Nonostante l’impegno dichiarato dalla Commissione Europea nel portare avanti la transizione ecologica, la riduzione delle emissioni e la salvaguardia la tutela dei diritti umani, ad oggi sono ancora in corso le trattative per l’accordo UE-Mercosur, definito dalla stessa Commissione Europea come “ambizioso, equilibrato e globale”. Tra gli obiettivi dell’accordo dichiarati dall’UE c’è la volontà di aumentare il commercio e gli investimenti bilaterali, di incoraggiare le aziende ad agire in modo responsabile, di promuovere valori comuni ed infine di combattere il cambiamento climatico. Aumenti del commercio e dei consumi, quegli stessi consumi che stanno portando, ultimamente in maniera sempre più evidente, alla devastazione dell’Amazzonia. La continua richiesta di carne per il mercato europeo fa sì che le importazioni aumentino in maniera considerevole, e il trattato UE-Mercosur rappresenta perfettamente l’andamento degli scambi fra i Paesi dell’America Latina e gli Stati membri dell’UE.

Il problema della deforestazione sta anche nel favorire l’allargamento per nuovi pascoli per la produzione di carne. Il Brasile ne è uno dei primi produttori al mondo, con circa 10 milioni di tonnellate di carne all’anno. Di queste, circa 12000 sono dirette in Europa, prevalentemente in Gran Bretagna e in Italia. È proprio qui che il Bel Paese ha le sue responsabilità, perché importa da solo 27000 tonnellate, soprattutto per la produzione della famosa Bresaola (Legambiente, n.d.). Gli attuali standard produttivi della Bresaola non corrispondono all’effettiva possibilità di pascolo nel nostro territorio e portano le aziende a importare carne di zebù del Sudamerica, l’animale più diffuso nei pascoli del Brasile.2

È qua che il filo  unisce le due storie: la nostra come consumatori europei e quella degli indigeni, coloro che in Amazzonia convivono con la natura circostante ma sono costretti a difenderla. Un filo che in mezzo racchiude tante storie, tanti abusi e casi di corruzione, tanti volti, tanto sangue e il predominio dell’essere umano sulla natura e sulle stesse popolazioni locali. È possibile venirne a capo? È possibile interrompere un filo che più viene srotolato e più diventa drammatico?

Giacomo Oxoli, Maggio 2021

Non stiamo parlando solo di un territorio che, a mano mano che scriviamo l’articolo, viene privato della sua biodiversità, ma seguendo il filo ci accorgiamo che la questione ambientale, politica, sociale ed economica sono strettamente interconnesse.

Una situazione che vede l’Amazzonia come uno dei campanelli d’allarme per la salvaguardia ambientale e per la tutela degli ecosistemi, che sta mobilitando l’attenzione della comunità scientifica, politica e della società civile internazionale. Attenzione che si concretizza con azioni e risposte per evitare altra distruzione e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Quindi, partendo dall’accordo commerciale UE-Mercosur, troviamo coloro che si oppongono al trattato e, come ricorda l’ISPI, lo fanno partendo proprio da quelle motivazioni che l’UE dice di avere a cuore. In primis, quelle legate alla sfera sociale, sia in termini di concorrenza di prodotti più economici che in termini di livello occupazionale. Poi ci sono le motivazioni legate alla sicurezza alimentare e al rischio di indebolimento sugli alti standard di sicurezza alimentare europei (considerando anche il caso di alcuni anni fa della ‘carne fraca’3). Poi quelle legate all’impatto ambientale, in quanto questo accordo potrebbe essere un incentivo per alcuni governi ad aumentare i volumi delle produzioni intensive ed estensive e quindi la deforestazione. Infine la motivazione, forse non sufficientemente forte, della tutela dei diritti umani, soprattutto della popolazione indigena.

Claudia ci conferma che l’Italia, a differenza di Austria, Francia, Polonia, Belgio e Irlanda, che hanno dichiarato le loro perplessità e opposizioni, pare essere favorevole all’accordo (Wax e Nelsen, 2019).

In occasione della Giornata Mondiale della Terra del 2021, durante il summit sul clima organizzato dagli Stati Uniti, lo stesso Bolsonaro ha annunciato di voler mettere fine alla deforestazione illegale entro il 2030 (Loguercio, 2021). Un obiettivo che si allontana da una realtà dove i costanti tagli di iniziative per la protezione ambientale e la denigrazione, da parte del governo brasiliano, delle ONG che lavorano nel Paese sui temi ambientali portano a credere che l’intervento di Bolsonaro sia finalizzato a una propaganda politica piuttosto che ad azioni mirate per risolvere il problema. I prossimi summit sul clima, fra cui la COP26 a Glasgow, saranno fondamentali per orientare le politiche di tutti gli Stati verso azioni che vadano in una direzione veramente green. Il Next Generation EU e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono  strumenti fondamentali per costruire una transizione ecologica. Se guardiamo al fenomeno del commercio globale dell’Amazzonia ci chiediamo se veramente questo allarme viene preso in considerazione dalle nostre politiche e dai trattati commerciali che stipuliamo. Il rischio è continuare a sostenere un mercato globale senza renderci conto che la soia e la carne proveniente dal Brasile non possono essere sostenibili, e ignorando un reale sviluppo locale. Quindi, dobbiamo veramente importare così tanta carne pur sapendo che dietro si nasconde la deforestazione dell’Amazzonia, la repressione dei popoli indigeni e una produzione industriale dislocata?

Non è solo la politica a dover spingere verso finanziamenti green: è necessario lo sforzo di tutte le energie in campo, comprese le nostre. Come sottolineano Claudia e Paulo, se veramente vogliamo lasciare un pianeta ancora vivibile per le generazioni a venire è fondamentale  guardare a tutta la filiera alimentare, ponendo(ci) domande, informandoci e leggendo le etichette di ciò che compriamo. Ciò probabilmente comporta cambiare alcune abitudini alimentari che, anche se ci costa fatica, saranno la chiave per garantire una vita sana e dignitosa a coloro che verranno dopo di noi. Unire le forze potrebbe fare pressioni sulla politica, come sta facendo la campagna #StopEUMercosur, che ha riunito più di 450 organizzazioni in tutto il mondo, tra cui STOP TTIP Italia, per lanciare un messaggio chiaro: “i governi devono cancellare il trattato UE-Mercosur e difendere la vita e l’ambiente, avviare una cooperazione basata su criteri di solidarietà e non sulla deforestazione e il commercio di prodotti che impattano sull’Amazzonia, sul clima e sui diritti umani”.

Non è forse meglio pensare che questa sia una potenziale strada da percorrere? Forse sì. Sicuramente dovremmo rivedere il nostro modello economico e riflettere su quanta strada deve fare il nostro cibo prima che arrivi sulle nostre tavole e quanta devastazione si porta dietro. Non sarebbe meglio far respirare l’Amazzonia e non soffocarla con le nostre mani?


1 Video Presa Diretta. Min 5:50 https://www.raiplay.it/video/2021/02/Presa-diretta—Guerra-allAmazzonia-3b0dbb31-6a35-4524-bb95-36a39e13c48d.html 

2 Per saperne di più, visita il sito della Bresaola della Valtellina 

3 Uso massiccio di pesticidi e di ormoni della crescita in Argentina e Uruguay https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-8-2017-002406_EN.html?redirect

Bibliografia

Mappa interattiva, Global Forest Watch – Brazil

Weisse e Dow Goldman, We Lost a Football Pitch of Primary Rainforest Every 6 Seconds in 2019. World Resource Institute.

Presa Diretta, Guerra all’Amazzonia

GFED, 2019. Fire Forecast Amazon Region

World Meteorological Organization, 2019  Twitter thread.

FAO. 2019. The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture, J. Bélanger & D. Pilling (eds.). FAO Commission on Genetic Resources for Food and Agriculture Assessments. Rome. 572 pp.

Shaw, 2018. Why is biodiversity Important? Conservation International.

Environmental. 2020. Walker, R.T., Collision Course: Development Pushes Amazonia Toward Its Tipping Point.

RAISG, 2020. Amazonia Under Pressure, 68 pgs.. Amazonian Network of Georeferenced Socio-enviromental Information. (www.amazoniasocioambiental.org)

ISAAA. 2017. Global Status of Commercialized Biotech/GM Crops in 2017: Biotech Crop Adoption Surges as Economic Benefits Accumate in 22 Years. ISAAA Brief No. 53. ISAAA: Ithaca, New York.

IPAM, 2020. Brasil perdeu 10% do território em vegetação nativa entre 1985 e 2019

FAO, 2020. The state of the WOrld’s Forests 2020

Viração & Jangada, chi siamo.

Legambiente, n.d. SOCIETÀ JBS

Oxfam, 2017. Cos’è il land grabbing: uno scandalo in continua crescita

IPAM, 2021. Land-grabbing and illegal mining bring wildfires and deforestation to Indigenous lands in the Amazon

Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST)

IBAMA, Ministério do Meio Ambiente

WWF, 2019. Il 2019 è stato un anno di fuoco per le foreste nel mondo.

Mercosur. Unione europea e Mercosur: raggiunto accordo sul commercio

ISPI, 2021. Latino, A. UE-Mercosur: Accordo di scambio non ancora libero

EU Parliament, 2017, Parliamentary questions – Operation Carne Fraca

Wax and Nelsen, 2019. Politico. Macron, 3 other leaders warn Mercosur deal could ‘destabilize’ farm sector

Loguercio, L. 2021. Life Gate. Earth day 2021, gli impegni presi al summit organizzato dagli Stati Uniti

Global Witness, 2020. Defending Tomorrow.

Consorzio di Tutela della Bresaola della Valtellina. Only top-quality, safe and controlled meat, chosen all around the world as an excellence product.

Campagna Stop TTIP. Stop EU-Mercosur

PNRR. Trasmissione del PNRR al Parlamento. 25 Aprile 2021

Transizione ecologica: verso un mondo più sostenibile… ma per chi?

di Fabiana Pompermaier

Tic, tac. È pressante il ticchettio dell’orologio biologico della Terra, che ci ricorda che abbiamo nove anni per fermare la nostra corsa incontrollata verso danni irreversibili all’ecosistema del Pianeta. Entro il 2030, siamo chiamati ad attuare delle azioni concrete che frenino l’aumento delle temperature e permettano di salvaguardare la straordinaria biodiversità che ha reso per millenni la Terra un posto florido per la vita.

Alcune timide risposte sembrano essere arrivate. A fine 2019, l’Unione Europea ha presentato il Green Deal, un piano d’azione che promuove politiche volte a rendere l’economia del continente più pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento entro il 2050. Un piano sicuramente ambizioso, ma per certi aspetti non abbastanza, che dimostra come il cambiamento verso un mondo più sostenibile passi attraverso la transizione ecologica, una trasformazione energetica che riduce la dipendenza dai combustibili fossili e favorisce le energie rinnovabili e pulite. 

Sulla spinta delle promesse europee, anche in Italia sono stati introdotti degli incentivi per migliorare le performance energetiche delle nostre abitazioni, ma anche per promuovere una mobilità più sostenibile: i “bonus bici” o “bonus monopattino”, di cui si è tanto dibattuto negli ultimi mesi, ne sono un esempio, così come le agevolazioni per l’acquisto di auto elettriche o ibride e la conseguente proliferazione di colonnine di carica nelle nostre città.

Foto di Marilyn Murphy da Pixabay

Interessante è stata la risposta della popolazione alla promozione di questi nuovi gadget tecnologici, infatti, i portali per la richiesta dei contributi pubblici per l’acquisto di biciclette elettriche sono stati inondati di domande in poche ore, e quasi 2.5 milioni di italiani starebbero considerando l’acquisto di un monopattino elettrico (Ansa, agosto 2020). Per soddisfare questa crescente richiesta, numerose amministrazioni locali introducono poi il servizio di noleggio condiviso, 500 monopattini elettrici sono stati aggiunti al pacchetto di mobilità sostenibile solo nel Comune di Trento. Positivi sono anche i dati riguardanti la vendita di auto elettriche: in Italia, a novembre 2020, si è registrato un aumento del 173% rispetto all’anno precedente. 

Questa presa di coscienza è fondamentale e risulta inevitabile contribuire alla “Rivoluzione verde”. È altrettanto importante riflettere sugli impatti che questa transizione ecologica ha e può avere in diversi contesti nel mondo, cercando di imparare dalle esperienze passate, considerando come altre rivoluzioni tecnologiche e sviluppi indiscriminati hanno portato pesanti conseguenze per il pianeta e i suoi popoli. L’agire sostenibile, nelle sue dimensioni ambientale, sociale ed economica, parte dall’aprire lo sguardo, scrutare oltre l’orizzonte temporale e geografico della nostra realtà e domandarsi: tutto questo è davvero sostenibile? E per chi?

I minerali fondamentali per la transizione ecologica: il cobalto e il coltan

Nel 2020, la Banca Mondiale ha pubblicato un report intitolato “Minerals for Climate Action: “The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition” (Minerali per l’Azione climatica: la Dipendenza da Minerali della Transizione all’Energia Pulita), che analizza i componenti alla base della transizione ecologica, come auto elettriche e tecnologie energetiche legate alla produzione di energia eolica, solare e geotermica, senza dimenticare gli onnipresenti dispositivi informatici. Ciò che caratterizza queste tecnologie è la dipendenza da minerali quali grafite, litio, rame, cobalto e coltan. Questi minerali sono fondamentali per la produzione di queste tecnologie, perché, nel caso di litio, cobalto e coltan, sono necessari per la realizzazione delle batterie da cui questi dispositivi dipendono.

Più ambiziosi diventano gli obiettivi legati al clima, più minerali e metalli saranno necessari per un futuro a basse emissioni“.1

La Banca Mondiale stima che, entro il 2050, saranno necessarie 3 miliardi di tonnellate di metalli e minerali per poter provvedere all’incremento previsto di energia solare, eolica e geotermica e il suo stoccaggio. Per il cobalto significa un aumento di estrazione e produzione del 500%. Simili previsioni anche per il coltan, abbreviazione di columbite-tantalite, fondamentale per la produzione missilistica e nucleare ma anche, e soprattutto, per la telefonia mobile.

SRSG visits coltan mine in Rubaya © MONUSCO/Sylvain Liechti CC BY-SA 2.0

Da dove vengono questi minerali e come vengono estratti? Per rispondere a questa domanda abbiamo parlato con Alice Pistolesi, redattrice dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, e autrice di un articolo sui danni ambientali causati dall’altro sorvegliato speciale nella transizione ecologica, il litio. Insieme, scopriamo che  il 60% delle riserve mondiali di cobalto sono nella Repubblica Democratica del Congo, una percentuale che tocca l’80% per il coltan. 

Foto di Kudra Abdulaziz da Pixabay

La Repubblica Democratica del Congo: uno scandalo geologico

C’è una leggenda che viene raccontata nei villaggi delle regioni sud-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC): Dio, stanco del suo peregrinare in giro per il mondo per distribuire le risorse, inciampò nel Kilimangiaro e il sacco che portava sulle spalle gli cadde, riversando il suo contenuto nel Paese. Questa consapevolezza ci viene confermata da Alice Pistolesi, che descrive la RDC come ”uno scandalo geologico, un Paese così tanto ricco di ogni tipo di risorse da essere scandaloso. È come se, quando c’è stata la distribuzione di queste risorse, quasi tutte si fossero concentrate in questo pezzo di mondo. Questa, che potrebbe sembrare una benedizione, in realtà assolutamente non lo è, anzi si è trasformato nella maledizione di questo territorio”. 

In RDC, uno Stato grande quanto tutta l’Europa occidentale, infatti, non si trovano solo le più grandi riserve di cobalto e coltan a livello mondiale, ma anche importanti quantità di diamanti, oro, uranio e rame, oltre che legname pregiato proveniente dalle sue imponenti foreste pluviali. Di fronte a tanta disponibilità di risorse e considerando le tendenze mondiali che portano alla crescente digitalizzazione e transizione ecologica, verrebbe da pensare che la RDC sia uno degli Stati più ricchi del mondo, alla stregua delle monarchie del Golfo. 

La realtà è ben diversa: nel 2020, la RDC si posiziona al 175esimo posto su 189 paesi nella classifica stilata dalle Nazioni Unite, con un indice di sviluppo umano pari al 0,48. Questa classifica guarda alle condizioni di vita, all’accesso alle infrastrutture sanitarie e all’istruzione, alla distribuzione delle risorse economiche e alla sicurezza della popolazione. Per la RDC significa che il 73% della popolazione, equivalente a 60 milioni di persone, pari all’intera popolazione italiana, vive al di sotto della soglia di povertà, con meno di $1.90 al giorno. Come accennava Alice Pistolesi, la presenza massiccia di risorse nel sottosuolo si è trasformata non solo in una maledizione per il popolo congolese, ma anche in una causa di guerre e violazioni dei diritti umani. 

I minerali e il conflitto

“Non c’è mai una sola causa che porta alla guerra: ci sono sempre una serie di cause che portano all’estrema conseguenza che è poi il conflitto”. Alice Pistolesi sottolinea che,  come per il Mozambico,  anche per la situazione in RDC non ci sia una causa unica che spiega decenni di privazioni e conflitti: la corruzione dilagante, gli appetiti e interessi internazionali, le lotte interne per i confini e gli attriti etnici e religiosi sono spesso legati a doppio filo con l’accaparramento delle risorse minerarie. In questo contesto, minerali come il coltan e il cobalto vengono chiamati “minerali da conflitto”, perché coinvolti nelle dinamiche di potere che spesso sfociano in violenza, tra diversi gruppi armati e nei confronti dei civili. 

A febbraio 2021, l’ambasciatore italiano in RDC Luca Attanasio è stato ucciso insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista, Mustapha Milambo, sulla strada tra Goma e Rutshuru, nella provincia congolese del Nord Kivu. Proprio in quell’area, come nel resto della regione sud-orientale della RDC, sono concentrate le miniere di coltan e di cobalto. La presenza delle miniere ha portato queste regioni, al confine con l’Uganda e il Ruanda, a diventare l’epicentro di conflittualità che perdurano dalla fine degli anni ’90. Oltre 120 gruppi armati si contendono il controllo delle risorse, supportati e finanziati dai governi degli Stati vicini e dagli interessi delle multinazionali che operano nella zona, e mal fronteggiati da un lacunoso Stato centrale, spesso incapace di controllare le azioni delle sue stesse forze armate. 

La DRC è spesso definita, infatti, uno “Stato fallito”, un Paese nel quale il governo centrale, che ha sede nella lontana capitale Kinshasa, non riesce a mantenere il controllo sul territorio, a provvedere alle necessarie funzionalità quali istruzione, infrastrutture, ospedali, e ad assicurare il rispetto delle leggi in modo trasparente attraverso gli organi di controllo. “Questo fa sì che le bande armate prolifichino, che ci sia un vastissimo reclutamento, soprattutto di giovani, all’interno di queste bande armate, che molto spesso non si sa bene a chi rispondono. Perché? Perché ovviamente non si vedono alternative. Lo Stato non riesce a garantire una centralità di potere”, commenta Alice Pistolesi. 

Una storia complessa e sanguinosa

Questa situazione di instabilità ha radici profonde, nella storia coloniale e d’indipendenza del Paese. I libri di storia sono macchiati dalle atrocità commesse da Leopoldo II, re dei Belgi, che dal 1885 al 1908 considerò il Congo il suo giardino personale, ben consapevole delle straordinarie risorse di cui disponeva, e mise in atto delle politiche che vengono considerate oggi un genocidio. Dall’indipendenza, conquistata nel 1960, fino agli anni ’90, la RDC viene controllata da un regime dittatoriale che vede accentrare nella figura del presidente Mobutu tutti i poteri (e le risorse). 

Gli anni ’90 sono stati anni di profondo sconvolgimento per la RDC, anche sulla scia di ciò che succedeva al di là dei suoi confini. Nel 1994, il genocidio in Ruanda sconvolge il mondo, anche per l’immobilità della comunità internazionale, e porta 3 milioni di persone a rifugiarsi nella zona di Goma, Nord Kivu nel giro di una settimana. Se è vero che la maggior parte degli sfollati rientrano dopo pochi mesi, lasciano comunque alle spalle una devastazione ecologica e delle tensioni che perdurano tutt’oggi. 

MONUSCO Uruguayan Peacekeepers patrol the town of Pinga to secure the place left without police or FARDC after NDC militia withdrew, the 4th of December 2013. © MONUSCO/Sylvain Liechti CC BY-SA 2.0

Tra il ’98 e il 2003 si raggiunge il periodo di più elevata conflittualità, con quella che è stata rinominata la Guerra Mondiale d’Africa, a causa del numero di Paesi coinvolti. In questo periodo si aggiunge un altro importante attore in campo: le Nazioni Unite decidono di inviare in RDC una missione di pace, una delle più dibattute e controverse, anche per la sua lunga permanenza nel Paese e l’ingente uso della forza che è autorizzata ad operare, la MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo).  Risale al 2002 il Rapporto Onu che traccia il collegamento tra il conflitto e la presenza di multinazionali, aziende straniere interessate all’accaparramento delle risorse, che sono accusate di favorire conflitti civili nell’area. 

Alice Pistolesi ci spiega che questo è stato un momento di svolta soprattutto perché gli attori in gioco si sono resi conto che una guerra aperta non era sostenibile, non per la popolazione o per la devastazione che inevitabilmente portava alla biodiversità, ma per gli affari, per l’estrazione dei minerali. Si è ben presto capito che una guerra a bassa intensità era più conveniente: “è un conflitto che non sfocia mai in una guerra aperta, che è caratterizzata da combattimenti costanti, trincee, bombardamenti, coprifuoco.

Quest’ultima è una di quelle guerre che fermano tutto, non c’è troppa possibilità di fare altro mentre il territorio viene bombardato. Come si definisce, invece, un conflitto a bassa intensità? È quello che fa sì che la “vita” possa andare avanti, e che si possa quindi continuare ad estrarre.”

Quando lo sfruttamento nelle miniere incontra il conflitto

Non commettiamo l’errore di pensare che questo tipo di conflitto sia meno logorante. Una miccia accesa, che brucia lentamente, costantemente, lascia al suo passaggio la strada spianata per privazioni e violazioni dei diritti fondamentali. In un contesto che è divenuto terra di nessuno a causa dell’assenza assordante dello Stato centrale e dei giochi di potere di signori della guerra vicini e lontani, le principali vittime sono le categorie più fragili: le bambine e i bambini, e le donne.

Nel 2015, Amnesty International ha pubblicato un report che analizza la situazione nelle miniere in RDC, chiamato: This is what we die for, “Questo è ciò per cui moriamo”. Il settore dell’estrazione mineraria è caratterizzato da profonda povertà ed estrema corruzione, da conflitti costanti e abusi sessuali, su una scala talmente estesa che è difficile da comprendere. Per provare a capire, bisogna pensare che le economie dell’Africa sub-sahariana dipendono dai sistemi di lavoro informali, cioè non contrattualizzati e privi di qualsiasi assistenzialismo. Si tratta di un sistema che coinvolge 20 milioni di persone, e ne supporta indirettamente 100 milioni. A sua volta, il processo di estrazione di cobalto e coltan nella RDC è dipendente dallo sfruttamento minorile.

Jclaboh, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

L’UNICEF stima che ogni giorno lavorino all’interno delle miniere di cobalto e coltan 40.000 bambine e bambini, costretti a turni estenuanti e privi di qualsiasi tipo di protezione (Luca Attanasio, Domani, 2021). Come gli adulti, infatti, vengono impiegati all’interno di tunnel che scendono nel sottosuolo per decine di metri, supportati da sistemi precari e mal ventilati. I crolli e gli infortuni sono all’ordine del giorno, tali per cui è difficile avere delle stime accurate che ne descrivano l’incidenza. 

Inoltre, Il coltan è un materiale radioattivo, e venendo toccato e lavorato per la pulizia senza guanti, lascia sulla pelle l’uranio di cui è composto. Anche l’esposizione cronica al cobalto porta all’insorgenza di malattie respiratorie, dermatiti croniche e tumori.
A questo si aggiunge lo sfruttamento e distruzione ambientale, che porta a un’ingente perdita di biodiversità e deforestazione, e l’inquinamento dell’aria e delle falde acquifere da cui dipendono i villaggi circostanti. 

Creuseurs at Gecamines, Kolwezi ©Fairphone CC BY-NC 2.0

Alice Pistolesi ci aiuta ad aggiungere un altro tassello fondamentale per comprendere la gravità della situazione in RDC, e a delineare i modi in cui il conflitto si inserisce in questo sistema di sfruttamento. Non solo i gruppi armati attingono dalle miniere per reclutare nuovi membri, assoldati per terrorizzare  la popolazione locale e destabilizzare la situazione, ma, come in altri contesti conflittuali, lo stupro è utilizzato come arma di guerra. Nel 2018, il ginecologo congolese Denis Mukwege e Nadia Murad, con lui impegnata a denunciare le violenze, vincono il Premio Nobel per la Pace per il prezioso lavoro di ricostruzione e denuncia di questi crimini. 

“Lo stupro ha un doppio significato- spiega Alice Pistolesi – la donna viene stuprata, viene stigmatizzata, quindi viene messa agli angoli del villaggio, e non viene più reinserita all’interno della comunità. Questo fa sì che il territorio di disgreghi”. La distruzione del tessuto sociale è anche rispecchiata nel massiccio abbandono delle attività agricole, principale forma di sostentamento locale, per lavorare nelle miniere. I salari dei minatori sono bassissimi, meno di $2 al giorno, ma sono appositamente mantenuti più alti rispetto alla paga media di un lavoratore locale, per attirare sempre più persone. 

Il ritorno della ricchezza: la discarica di Agbogloshie

Entering Agbogbloshie ©Fairphone CC BY-NC 2.0

Nel considerare gli impatti che la digitalizzazione e la transizione ecologica hanno nel mondo, non si può non parlare del fine vita di questi apparecchi. Dove finiscono i computer, i cellulari, le batterie e la miriade di gadget tecnologici da cui siamo circondati?
La filiera produttiva parte, come abbiamo capito, dalla Repubblica Democratica del Congo, dove i minerali come il coltan e il cobalto vengono estratti. Il secondo passaggio avviene quanto questi minerali vengono venduti, principalmente ad aziende cinesi, per essere portati in Asia per la raffinazione. Vengono poi venduti nel mercato occidentale e quindi la loro ricchezza viene portata altrove.

“In che modo questa ricchezza torna in Africa?”, spiega Alice Pistolesi. “Torna in Africa sotto forma di rifiuto. In Ghana, ma non solo, c’è la più grande discarica di rifiuti tecnologici, una discarica a cielo aperto immensa. Come se fosse una vera e propria città, popolata dai rifiuti tecnologici europei e occidentali”. Ogni anno, infatti, nel mondo sono prodotti 40 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici. Solo una piccola parte vengono riciclati, mentre i restanti finiscono in aree come la discarica di Agbogloshie, nella periferia di Accra (Ghana).

Cosa facciamo (e possiamo fare) noi?

A gennaio 2021, è entrato in vigore un regolamento europeo che impone agli importatori europei di stagno, tungsteno, tantalio e oro di garantire che le loro catene di approvvigionamento non siano legate ai conflitti armati. Garantire la tracciabilità dei minerali in contesti complessi come la RDC che, come abbiamo visto, sono spesso un buco nero di interessi, dinamiche e violenze interconnesse è sicuramente un passo avanti. Ma non si tratta di un’impresa semplice.

Leggere le etichette, informarci sulla filiera produttiva dei prodotti che usiamo quotidianamente, tracciare la loro provenienza, può fare la differenza. 

Tic, tac. L’orologio biologico, per di più, continua a scandire il passare del tempo, il che rende la transizione ecologica sempre più urgente ed inevitabile. “Ci state rubando il futuro”. Nel dicembre 2018, una platea di alti funzionari e diplomatici ascolta sbigottita le parole pronunciate da Greta Thunberg, divenuta la rappresentante di un movimento che ha riempito di giovani le strade di mezzo mondo e che chiede a gran voce un cambiamento, perché non c’è più tempo. L’agire sostenibile, nelle sue dimensioni ambientale, sociale ed economica, parte dall’aprire lo sguardo, scrutare oltre l’orizzonte temporale e geografico della nostra realtà e domandarsi: tutto questo è davvero sostenibile? E per chi?

Note

1 Testo originale: “The more ambitious the climate targets become, the more minerals and metals will be needed for a low-carbon future”, traduzione personale. 

Bibliografia

Amnesty International, This is what we die for – Human rights abuses in the Democratic republic of the Congo power the global trade in cobalt, 2015. 

Amnesty International, DRC: Alarming research shows long lasting harm from cobalt mine abuses, 6 maggio 2020, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/05/drc-alarming-research-harm-from-cobalt-mine-abuses/

Redazione Ansa, Monopattini elettrici, agli italiani piane sempre di più, Ansa 20 agosto 2020, https://www.ansa.it/canale_motori/notizie/eco_mobilita/2020/08/20/monopattini-elettrici-agli-italiani-piace-sempre-di-piu_b2ee258b-fd7c-47ba-b3c0-9c24a886f6c1.html

Arthur Usanov et al. Coltan’s connection to the conflict in the DRC in Coltan, Congo & Conflict, The Hague Centre for Strategis Studies, 2013. 

Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, Goma: un inferno nel conflitto infinito della RD Congo, 24 febbraio 2021, https://www.atlanteguerre.it/goma-linferno-nellafrica-il-conflitto-costante-della-rd-congo/

Banca Mondiale, Minerals for Climate Action: “The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition”, 2020. 

Camillo Casola, Il cuore fragile della Repubblica Democratica del Congo, ISPI, 24 febbraio 2021, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-cuore-fragile-della-repubblica-democratica-del-congo-29405 

Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Final report of the Panel of Experts on the Illegal Exploitation of Natural Resources and Other Forms of Wealth of the Democratic Republic of the Congo, S/2002/1146, Ottobre 2002. 

Jacopo Ottaviani, La repubblica dei rifiuti elettronici, Internazionale, 2015, https://www.internazionale.it/webdoc/ewaste-republic/ .

Luca Attanasio, Katanga, sette bambini su dieci in miniera per due euro al giorno, Domani, 26 ottobre 2020, https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/congo-miniere-bambini-cobalto-qi2pix2y .

Raffaello Zordan Minerali e conflitti, l’UE detta le regole che obbligano le imprese estrattive a dichiararne la provenienza da luoghi di guerra e instabilità, La Repubblica, 5 febbraio 2021, https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2021/02/05/news/minerali_e_conflitti_l_ue_detta_le_regole_che_obbligano_le_imprese_estrattive_a_dichiararne_la_provenienza_da_luoghi_di_gue-286144628/

Roberto Mostarda, L’altra faccia dell’energia pulita, Wall Street Journal Magazine, 2 settembre 2019, https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/57154-laltra-faccia-dellenergia-pulita.

Vincenzo Genovese, Auto elettriche in Italia: a che punto siamo?, SkyTG24, 23 novembre 2020, https://tg24.sky.it/tecnologia/2020/11/23/auto-elettriche-italia#:~:text=Boom%20di%20auto%20elettriche%20e%20ibride%2C%20%2B72%25%20nel%202020&text=Si%20tratta%20di%20un%20dato,allo%20stesso%20periodo%20del%202019

Il Mozambico nella morsa della “maledizione delle risorse”

di Marianna Malpaga

© Gianpaolo Galileo Rama del Consorzio Associazioni con il Mozambico

Abbiamo scelto di parlare del conflitto di Cabo Delgado perché, oltre ad essere un tema di stringente attualità, ci consente di presentare alcuni concetti chiave che emergeranno nella prima fase della campagna di sensibilizzazione Vivila in 3D, dedicata alla “lettura delle etichette”. Possiamo leggere le etichette dei prodotti quando compriamo qualcosa al supermercato, ma possiamo anche iniziare a “leggere le etichette” in senso lato, domandandoci ad esempio da dove viene ciò che consumiamo quotidianamente (o che potremmo consumare in futuro).

A Cabo Delgado, infatti, c’è il gas naturale e ci sono delle multinazionali che lo estraggono. Questa, come ci ha spiegato il professore dell’Università di Trento Corrado Diamantini, non è l’unica causa del conflitto, ma è certamente un elemento che acuisce l’insoddisfazione della popolazione locale, e che di conseguenza alimenta la guerra. 

Oltre al conflitto di Cabo Delgado, è l’intero stato dell’arte delle politiche di sviluppo in Mozambico che ci consente di affrontare concetti chiave per la cooperazione internazionale, lo sviluppo e la sostenibilità: il land grabbing e la maledizione delle risorse. 

Cabo Delgado, “l’eldorado del gas” al centro del conflitto 

A inizio marzo, Amnesty International pubblicava un report con un titolo piuttosto eloquente: What I saw is death, “Quello che ho visto è la morte”. Il documento si riferisce a quanto sta avvenendo nel Nord-est del Mozambico, precisamente nella provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un conflitto che vede contrapporsi un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, da al-Shabaab (in somalo “la gioventù”), e le milizie nazionali e private – a cominciare dalla sudafricana Dyck Advisory Group – assoldate dal governo mozambicano per far fronte all’insorgere dell’estremismo islamico. 

Il Mozambico assurge raramente agli “onori” della cronaca, fatta eccezione per le catastrofi naturali che l’hanno colpito negli ultimi anni, primi fra tutti, nel 2019, i cicloni Idai e Kenneth. Il secondo, in particolare, si è abbattuto a fine aprile proprio nella provincia di Cabo Delgado. 

Il 24 marzo, racconta Antonio Tiua in un articolo apparso sul giornale mozambicano “O Pais”, Palma era una città “praticamente deserta”. L’ultimo attacco documentato di al-Shabaab, durato dieci giorni, ha avuto come epicentro proprio questa cittadina del Nord-est del Mozambico, e ha costretto molti dei suoi abitanti a rifugiarsi a Pemba, capoluogo della provincia di Cabo Delgado. Palma, come hanno confermato le forze di difesa governative, è stata poi abbandonata dai jihadisti. Questa incursione, però, è solamente l’ultimo episodio di un conflitto che si protrae dall’ottobre del 2017, quando al-Shabaab condusse per la prima volta un attacco a Mocimboa da Praia. 

È un caso che le rivendicazioni del gruppo jihadista locale, che non ha niente a che vedere con la formazione somala al-Shabaab, si concentrino in una provincia che l’organizzazione non governativa francese Les amis de la Terre ha definito l’eldorado gazier, cioè “l’eldorado del gas”? Il Mozambico è un Paese ricco di materie prime con un’economia che è cresciuta nello scorso decennio a ritmi elevatissimi. Eppure, nel 2019 l’indice di sviluppo umano (HDI in inglese), che aggrega gli indicatori su aspettativa di vita, istruzione e reddito pro capite, non superava lo 0,456, lasciando il Paese al 181° posto di una classifica che comprende i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. 

Uno scenario complesso: i fattori in gioco

Le circostanze descritte fino ad ora potrebbero portare a una lettura semplificata del contesto, che però non corrisponde alla realtà: il conflitto ha molteplici cause, e non può essere ricondotto alla sola presenza di importanti giacimenti di gas naturale e di altre risorse naturali a Cabo Delgado. Le cause della guerra in atto a Cabo Delgado non sono direttamente riconducibili all’estrazione di gas naturale, cui partecipano la Francia, con Total,  l’Italia, con Eni, e  gli Stati Uniti con Exxon Mobil. Ciò non vuol dire che la “questione delle risorse” non vi rientri. Ne parliamo con Corrado Diamantini, professore dell’Università di Trento e membro della cattedra Unesco in Ingegneria per lo sviluppo umano e sostenibile della stessa Università. Il professore, che è stato a più riprese in Mozambico, collabora con il Consorzio Associazioni con il Mozambico, che ha sede a Trento e a Beira (provincia di Sofala Mozambico), e conosce bene i luoghi in cui sono in corso gli scontri. 

Diamantini suggerisce di staccarci per un attimo da ciò che sta avvenendo a Cabo Delgado e di guardare alla terra, la risorsa più preziosa per un Paese che vive di agricoltura, che in Mozambico è oggetto di accaparramento da parte di molti investitori esteri (land grabbing) con il concorso dello stesso governo. Un riferimento tra i tanti è costituito dal progetto ProSavana, frutto di un accordo stipulato nel 2010 tra Maputo, Tokyo e Brasilia, che permetterà a imprese giapponesi e brasiliane di sostituire la produzione familiare tipica dell’agricoltura mozambicana con monocolture intensive di soia. Con un “piccolo” inconveniente: gran parte della popolazione che abita quelle terre sarà costretta ad andarsene. In questo caso, però, come spiega Diamantini “la risposta non è violenta, ma consiste nella mobilitazione popolare e nell’azione delle organizzazioni contadine”. “Quindi – prosegue il professore – non si può stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto tra sfruttamento delle risorse, tra cui quelle presenti a Cabo Delgado, e il conflitto in atto, altrimenti saremmo in presenza di una guerra generalizzata in tutto il Mozambico, a partire dalla provincia di Gaza, a sud, dove i cinesi estraggono terre rare pesanti, fino a Moatize, a ovest, dove i brasiliani estraggono carbone”.

Il conflitto di Cabo Delgado, che ha provocato sinora più di 2.500 morti e 700 mila sfollati, va ricondotto, secondo il professore, a tre fattori che agiscono in modo sinergico. 

Il radicalismo islamico fa breccia lungo la costa mozambicana

Alessandro Vivaldi, in un articolo apparso su “Africa Rivista”, parla d’insurgency (“insurrezione”), più che di terrorismo, per definire quanto sta avvenendo nel Nord del Mozambico. Il primo attacco di al-Shabaab è avvenuto il 5 ottobre 2017, quando un gruppo di trenta uomini ha preso d’assalto la cittadina di Mocimboa da Praia, non lontana dal confine con la Tanzania. In realtà, la radicalizzazione del gruppo di giovani musulmani è avvenuta anni prima. 

Il primo fattore del conflitto in atto a Cabo Delgado, come ci spiega Diamantini, è proprio “la radicalizzazione di un gruppo di giovani musulmani appartenenti a una minoranza della popolazione di Cabo Delgado, i Mwani”. “I Mwani vivono lungo la costa e nelle isole, praticano la pesca e il commercio risalendo l’Oceano Indiano con piccole imbarcazioni tradizionali, i dau”, prosegue Diamantini. “Parlano, oltre a kimwani, il kiswahili, ossia la lingua franca della costa orientale africana. Sono musulmani: da bambini frequentano più le madrasse che le scuole statali. Questo per dire che si tratta di una popolazione che è da sempre in contatto con altri Paesi, come la Tanzania e il Kenya. Se poi si tiene presente il traffico illegale di avorio, di rubini e di eroina, che, come è noto, proviene dall’Afghanistan, raggiunge l’Iran e da lì arriva a Cabo Delgado per poi proseguire per Durban e l’Europa, si ha l’idea di una regione piuttosto permeabile.

Da qui la facilità con cui hanno fatto il loro ingresso le idee fondamentaliste di cui si ha notizia ancora prima della scoperta delle risorse a Cabo Delgado. La fondazione di una setta, a cui partecipano tra l’altro anche figure provenienti dalla Tanzania e da altri Paesi africani, risale al 2007. Solo negli anni successivi questa setta, dopo l’addestramento locale e l’indottrinamento religioso all’estero di alcuni aderenti, si trasforma in un gruppo armato, facendo successivamente proseliti anche in altre zone del nord e del centro del Paese”. 

Gli obiettivi militari di al-Shabaab, all’avvio delle operazioni, si trovano proprio lungo la costa, “in centri che sono abitati perlopiù da Mwani, come Mocimboa da Praia, Monjane e Mucojo”, spiega Diamantini. “Al-Shabaab si muove come se in questi assalti avesse avuto degli scopi premeditati: in primo luogo l’eliminazione di leader civili e religiosi. Infatti vengono uccisi religiosi musulmani e viene bruciato il Corano, perché si vuole mettere in discussione il modo con cui si pratica la religione, in nome dell’interpretazione autentica del Corano: non per nulla viene riportato che l’invocazione più frequente durante gli assalti è proprio ‘Sunnah’, ossia il codice di comportamento religioso. Solo successivamente compaiono il richiamo alla Jihad e alla creazione di uno stato autonomo”. 

C’è quindi un primo elemento che ha poco a che vedere con le risorse e con l’eldorado teatro degli scontri tra il gruppo di al-Shabaab e le milizie assoldate dal governo mozambicano: “è la scelta di giovani che anche altrove hanno abbracciato l’estremismo, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e da quelle della popolazione in mezzo alla quale vivono”, afferma Diamantini. “Quando penso alla versione mozambicana di al-Shabaab, quello che mi viene in mente è Boko Haram in Nigeria”. Anche Eric Morier-Genoud, ricercatore della Queen’s University di Belfast che studia la storia dell’Africa lusofona, ha usato questo paragone per descrivere il movimento estremista mozambicano. 

Se è vero che le risorse presenti a Cabo Delgado non sono la causa scatenante del conflitto in corso, è necessario ricordare che la questione delle risorse non scompare ma, anzi, riemerge con forza. “Al-Shabaab non acquista certo credito tra la popolazione provocando centinaia di migliaia di sfollati e morti indiscriminate”, dice il professore. “Quindi com’è che questo gruppo trova il consenso e si alimenta? E qui veniamo alla questione delle risorse, il secondo fattore in gioco”. 

Le risorse tra epoca coloniale e ricostruzione post-guerra civile

“Uno dei primi gruppi a raggiungere al-Shabaab, ancora prima dell’assalto a Mocimboa da Praia del 2017, è quello formato da alcuni garimpeiros, i cercatori che estraggono abusivamente i rubini”, spiega Diamantini. “I garimpeiros erano stati attaccati da milizie private assoldate dalla Montepuez Ruby Mining, che ha in concessione la miniera di Cabo Delgado. Come è documentato, in seguito all’attacco i cercatori di rubini entrano nelle fila di al-Shabaab, nome con cui vengono chiamati i Machambabos”. 

Molte delle risorse che giacciono in Mozambico sono state scoperte solo in anni recenti. Alcune, però, erano conosciute già durante il periodo coloniale: il carbone delle miniere di Moatize e l’acqua dei fiumi che attraversano il Paese, tra cui lo Zambesi. Ma non vengono sfruttate. “Fino al 1942, il Portogallo delega la gestione di gran parte della colonia a compagnie concessionarie private, soprattutto a capitale inglese”, racconta il professore. “In cambio di cosa? Delle imposte pagate dalle compagnie, le quali a loro volta si rifanno con gli interessi sulla popolazione africana. In pratica, il Portogallo cede la propria sovranità sulla colonia e ne ha in vantaggio proventi sicuri, oltre al fatto di non dover investire capitali. È esattamente quello che fa oggi il governo mozambicano quando, ad esempio, dà in concessione le miniere di carbone alla Vale, uno dei più grandi gruppi minerari del mondo, oppure i giacimenti di gas alle compagnie petrolifere. Gli investitori dispongono a tutti gli effetti delle risorse, il governo mozambicano, senza fare alcun investimento, ha in cambio i proventi dell’atto di concessione. Ma il problema non è tanto questo, quanto l’uso che viene fatto di questi proventi oltre che la delega delle scelte di sviluppo a investitori privati”. 

Il governo portoghese, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si limita a realizzare il collegamento ferroviario tra il giacimento minerario di Moatize e la linea ferroviaria che congiungeva Beira con il Nyassaland (oggi Malawi) e, assieme al Sudafrica, la diga di Cahora Bassa. 

Lo sfruttamento delle risorse ha inizio anni più tardi, dopo l’indipendenza, con alcuni antefatti. “Nel 1984 il governo mozambicano si accorda con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale per una ‘liberalizzazione’ dell’economia”, racconta Diamantini. “Teniamo presente che il Frelimo, il partito al governo, aveva optato per il marxismo-leninismo, e quindi per un’economia controllata dallo Stato. Questo accordo prelude al cambiamento che avviene nel 1989, quando il Frelimo rinuncia esplicitamente all’opzione marxista-leninista”. Un’altra tappa che apre allo sfruttamento delle risorse è l’ingresso del Mozambico nella Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe nel 1999, “ovviamente – come ci spiega Diamantini – in funzione della riabilitazione delle infrastrutture di trasporto che erano andate distrutte durante la guerra”. Infrastrutture che da un lato garantiscono al Sud Africa l’accesso al porto di Maputo e dall’altro permettono di avviare lo sfruttamento delle miniere di carbone. 

La scoperta dei rubini a Montepuez, del gas a Palma e della grafite a Ancuabe, tutte località situate nella provincia di Cabo Delgado, è successiva. “Non sono molto convinto, però, che questi giovani estremisti avessero consapevolezza di tutte queste cose”, aggiunge il professore. “Certamente sapevano dell’espulsione dalla terra nei giacimenti di Montepuez e avevano sotto gli occhi i cambiamenti che stavano investendo Palma e il sottostante promontorio di Afungi dove a un certo punto la Total avvia i lavori per la realizzazione della Cidade do gas”.

“Ma una cosa è evidente – continua il professore – se teniamo presenti da un lato la povertà della popolazione, le disuguaglianze sociali e la corruzione dilagante, e dall’altro l’arricchimento di pochi e la creazione di strutture moderne ed efficienti destinate però ad attività in cui la popolazione locale non trova spazio, non possiamo sorprenderci del senso di esclusione e del risentimento contro il governo, così come del fatto che questo stato di cose diventi una leva per il reclutamento, da parte di al-Shabaab, di giovani ai quali, come ha affermato il vescovo di Pemba, è negato il futuro”. 

Ed è proprio contro il partito di governo, il Frelimo, che al-Shabaab lancia di continuo le proprie invettive. 

“Maledizione delle risorse” in Mozambico

Lo sfruttamento delle risorse da parte di terzi non riguarda solo ed esclusivamente Cabo Delgado, ma abbraccia purtroppo tutto il Mozambico. A quello delle risorse naturali e della terra si aggiunge anche lo sfruttamento intensivo delle foreste, il cui legname è destinato in gran parte alla Cina. 

“La domanda che, giunti a questo punto, ci dobbiamo porre è: a favore di chi interviene lo sfruttamento delle risorse?”, si chiede Diamantini. “Innanzitutto a favore delle stesse compagnie concessionarie, poi a favore delle élite che governano il Paese. I proventi, soprattutto in tasse, dell’estrazione dei minerali, della produzione elettrica, del land grabbing e della stessa produzione industriale – si pensi alla Mozal, il grande impianto di alluminio che opera vicino alla capitale – rimangono in larga parte a Maputo, dove alimentano oltre alle élite la crescita di un ceto medio che non è presente in altre città. Non vengono di certo impiegati per attivare politiche credibili di sviluppo per l’insieme del Paese”. 

Qui entra in gioco un concetto che gli economisti chiamano resource curse (“maledizione delle risorse”). “La maledizione delle risorse fa riferimento proprio a questo stato di cose – chiarisce il professore – che possiamo riassumere così: se la presenza di grandi risorse e di un enorme potenziale di ricchezza torna a vantaggio di pochi e non riesce a tradursi in politiche di sviluppo rivolte all’insieme della popolazione – soprattutto a causa della corruzione e del malgoverno – si ingenerano disuguaglianze tali da produrre una perenne situazione di instabilità che alimenta i conflitti”. 

Come appalta le risorse, il governo mozambicano “ha appaltato” anche la gestione del conflitto

Nell’affrontare il conflitto, il governo mozambicano sta replicando lo stesso schema che utilizza per gestire le risorse. Oltre alle forze governative, la FADM (Forze Armate del Mozambico) e la UIR (Unità di Intervento Rapido), per combattere contro al-Shabaab e per difendere i siti dove vengono estratte le risorse il governo mozambicano ha assoldato alcune compagnie militari private, prima fra tutte la Dick Advisory Group, fondata dal colonnello sudafricano Lyonel Dick. La sola risposta militare, per di più affidata a truppe speciali se non a mercenari, è secondo il professore il terzo fattore che agisce nel conflitto di Cabo Delgado.

Entrambe le parti – forze governative e chi per loro da un lato e gruppo estremista dall’altro – violano il diritto internazionale umanitario, il quale sancisce che in un conflitto armato i civili non possono mai essere oggetto d’attacco. “All’inizio del conflitto le truppe governative  hanno colpito indiscriminatamente tutti coloro che si professano musulmani, perché accomunati ad al-Shabaab”, spiega Diamantini. “Questo nonostante la presa di distanza delle autorità religiose musulmane. Ciò ha spinto altri giovani a unirsi ad al-Shabaab. Quanto ai mercenari che combattono per conto del governo, è provato che mentre utilizzavano gli elicotteri in attacchi contro i jihadisti hanno sparato sulla popolazione civile con cui questi ultimi si erano mescolati. Dall’altra parte ci sono i crimini che commettono di continuo i jihadisti, in cui ritroviamo il campionario cui ci hanno abituato in questi anni le cronache,  comprese le decapitazioni e il rapimento delle donne e di giovani adolescenti. Insomma, una spirale infernale”. Uccisioni e violenze indiscriminate che concorrono all’esasperazione di un conflitto la cui soluzione è affidata, al momento, esclusivamente alle armi. 

Conclusione

Riepiloghiamo quindi le tre concause del conflitto mozambicano indicate dal professor Diamantini. 

La prima è la radicalizzazione di alcuni giovani musulmani che hanno formato un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, dal somalo al-Shabaab (“la gioventù”). Si tratta soprattutto di Mwani, una popolazione di Cabo Delgado dedita al commercio costiero e quindi in contatto da sempre con il mondo musulmano. Questa radicalizzazione è intervenuta con la presenza, a Cabo Delgado, di estremisti islamici provenienti soprattutto dalla Tanzania. Viene riportato che tuttora nella leadership di al-Shabaab sono presenti tanzaniani e altri stranieri. Non ha trovato però riscontro l’affiliazione di al-Shabaab allo Stato Islamico, anche se appare evidente che la prosecuzione del conflitto potrebbe spingere a questo connubio.

La seconda, invece, è il modo con cui il governo mozambicano gestisce – o meglio, non gestisce – le risorse, appaltando a grandi investitori stranieri il loro utilizzo. Il governo mozambicano, in tutto ciò, accumula le tasse pagate dai concessionari. Questi proventi vengono ripartiti privilegiando pochi gruppi sociali. Questo mantiene il Paese e in particolare le province di Niassa, Nampula e Cabo Delgado in uno stato di povertà in cui soprattutto i giovani non ravvedono un futuro, diventando preda della propaganda jihadista.

La terza e ultima causa è la violenza con cui viene gestito il conflitto di Cabo Delgado, che non risparmia neppure la popolazione. Una violenza che, come avviene con la gestione delle risorse, viene anche appaltata. Alle due fazioni in campo, al-Shabaab e le milizie governative, si aggiungono infatti i mercenari pagati dal governo mozambicano e dalle compagnie private assoldate per difendere i giacimenti di minerali e per debellare l’estremismo islamico. La violenza indiscriminata, che si iscrive in una risposta esclusivamente militare ai jihadisti, finisce con l’esacerbare la popolazione spingendo alcuni, fosse solo in cambio di cibo, vestiario e soldi, a schierarsi con il campo jihadista.  

Per concludere, affrontiamo una questione legata al land grabbing  che però riguarda da vicino il tema delle risorse. “C’è un’obiezione ricorrente, a fronte delle critiche all’accaparramento della terra, ed è: Vogliamo continuare ad alimentare l’agricoltura familiare quando questa non ci porta fuori dalla povertà?”, spiega Diamantini. “Quindi perché non sostituire l’agricoltura familiare con un’agricoltura intensiva, che produce più reddito?”. 

Ricordiamo che l’aumento del Prodotto interno lordo non garantisce da solo la sostenibilità economica, la quale a sua volta non può essere disgiunta da quella sociale e ambientale. Il PIL in tal senso è un pessimo indicatore: servono anche politiche credibili di sviluppo e di redistribuzione delle risorse. “Se tutto si svolgesse altrove e in un’altra epoca, l’obiezione alla quale ho fatto riferimento potrebbe avere un fondamento. In fondo è quello che è accaduto in Europa e in altre parti del mondo. Ma in tanti Paesi africani, oggi, l’espulsione dalla terra non è compensata da un posto di lavoro in fabbrica, come accadeva in Inghilterra durante la rivoluzione industriale. Non è compensata da nulla, tanto meno da politiche pubbliche che consentano l’ingresso in altri settori dell’economia. Non è compensata neppure da altra terra, visto che nei casi che abbiamo sotto gli occhi ai contadini viene riassegnata terra non fertile”, conclude Corrado Diamantini. “Alle politiche pubbliche è strettamente legata anche la questione delle risorse. Per i rubini, il gas e tutte le altre risorse presenti in Mozambico, si coinvolga pure una grande impresa nel loro sfruttamento, visto che sa come farlo e ha i capitali per farlo. Ma senza farne un soggetto extraterritoriale che compie a piacimento scelte, legate allo sviluppo, che coinvolgono poi i luoghi di vita, le infrastrutture e l’ambiente. E poi si vincoli la concessione alla realizzazione di progetti rivolti a migliorare sostanzialmente le condizioni di vita delle popolazioni locali oltre che all’esborso di oneri fiscali commisurati ai guadagni. Per costruire finalmente, con questi proventi, le basi per lo sviluppo di un Paese che, mentre combatteva il colonialismo, sognava di conquistare  dignità e  benessere”.

Bibliografia

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