Produzioni biologiche e trentine: un viaggio all’insegna della sostenibilità

(Mappe ed elenchi delle produzioni sostenibili in Trentino) 

di Giacomo Oxoli

Produrre cibo in maniera sostenibile non è consueto in Trentino, dove la grande maggioranza delle coltivazioni consiste in monocolture di vigne e meleti. Il vino e le mele sono da decenni i simboli per eccellenza dell’agricoltura trentina, tanto che  alcuni marchi sono diventati famosi in tutto il mondo. Ma non è sempre oro quel che luccica e, con il passare degli anni, questo modus operandi sta portando a galla alcuni problemi: l’uso intensivo di fitofarmaci (pesticidi), la devastazione di foreste primarie, il prosciugamento di torrenti di montagna per l’irrigazione e l’impoverimento di sostanze organiche nel terreno portano conseguenze drammatiche per il territorio e per la popolazione. 

Sta a noi, quindi, il compito di valorizzare coloro che dedicano tempo, anima e corpo per consegnare sulle nostre tavole prodotti sani e genuini, rispettando e prendendosi cura della nostra Terra. 

Se nello scorso articolo abbiamo parlato della CSA (Comunità che Supporta l’Agricoltura) come modello sostenibile di agricoltura (qui l’articolo), oggi proviamo a mostrarvi alcune alternative a un modello di agricoltura intensivo e convenzionale, illustrando le mappe e gli elenchi dei produttorз biologici in Trentino. 

Gli operatorз biologici in Trentino al 31 dicembre 2019 sono ben 1354, e la superficie complessiva compresa di tare e boschi è passata dai 8.767,00 ettari nel 2017 ai 18.266,27 nel 20191.

ELENCO DI TUTTз I PRODUTTORз CERTIFICATI BIOLOGICI DEL TRENTINO (aggiornato al 2020):

Disponibile qui (Scaricare l’allegato “Operatori Bio 2020”)

MAPPA DEI PRODUTTORз della filiera corta:  

La mappa di Nutrire Trento2

(Non tutti gli agricoltorз trentinз che fanno agricoltura biologica, biodinamica e permacultura sono accreditati e seguono i canoni istituzionali di certificazione). 

Il biologico come scelta sostenibile? Una breve riflessione!

È risultato difficile coniugare la parola sostenibilità a “produzione biologica”, poiché non sempre biologico è sinonimo di sostenibilità, in particolar modo se la visione di sostenibilità tiene conto degli aspetti sociali ed economici oltre a quelli ambientali. Sembra un controsenso: perché promuovere il biologico per  poi screditarlo? L’intenzione di questo articolo è fornire delle informazioni e alcuni spunti di riflessione ai lettorз su un tema di cui si sente parlare molto al giorno d’oggi.   

La certificazione biologica non tiene conto di alcuni aspetti relativi alla sostenibilità, come uso di energie alternative, l’efficienza della produzione e le emissioni di metano. Tendenzialmente, comunque, la maggior parte delle pratiche biologiche sono sostenibili3.

La maggior parte della comunità scientifica è concorde nell’affermare una maggiore sostenibilità del biologico rispetto all’agricoltura convenzionale, e anche l’UE riconosce i suoi benefici ambientali. I vantaggi  principali dell’agricoltura biologica risiedono in una maggiore fertilità del suolo, nella salvaguardia della biodiversità e delle risorse naturali, perché si limita lo sversamento di sostanze inquinanti nel terreno e nelle acque4. Un rapporto 2009 della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica (IFOAM) evidenzia inoltre la diversa capacità dei sistemi biologici di trattenere carbonio,  e dimostra la sua maggior sostenibilità rispetto all’agricoltura convenzionale per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici5. La criticità del biologico consiste principalmente in minori quantità di raccolto rispetto all’agricoltura convenzionale. 

La sostenibilità, secondo noi, deve tenere conto di tutte le sue tre dimensioni (ambientale, economica e sociale). Quindi come possiamo affermare che il biologico è realmente sostenibile? 

Ammesso che bisognerebbe valutare azienda per azienda, e che ogni studio in merito utilizza strumenti di valutazione diversi, un’analisi della FAO sottolinea l’importanza  delle aziende biologiche nel promuovere l’occupazione nelle zone rurali e nel realizzare profitti più elevati grazie a un minor costo di produzione e alla vendita a prezzi elevati67.

La IFOAM ha stabilito quattro principi dell’agricoltura biologica: 

  1. Benessere/salute (sostenere e favorire il benessere del suolo, delle piante, degli animali, degli esseri umani e del pianeta, come un insieme unico ed indivisibile),
  2. Ecologia (essere basata su sistemi e cicli ecologici viventi, lavorare con essi, imitarli ed aiutarli a mantenersi),
  3. Equità (costruire relazioni che assicurino equità rispetto all’ambiente comune e alle opportunità di vita),
  4. Cura (gestione prudente e responsabile, al fine di proteggere la salute ed il benessere delle generazioni presenti e future, nonché l’ambiente8

Un altro strumento che ci aiuta a comprendere la sostenibilità di una azienda agricola è quello ideato da Gafsi e Favreau (2010), dove le tre dimensioni vengono suddivise e classificate secondo alcune variabili specifiche9.

Un passo in più verso le produzioni sostenibili

Questo articolo è nato per portare il lettorƏ “dentro” le produzioni sostenibili del Trentino, ma la difficoltà di posizionare i vari settori dell’economia all’interno  delle tre dimensioni della sostenibilità ci ha orientato ad approfondire esclusivamente il reparto agroalimentare. 

Nelle scorse puntate abbiamo parlato di alcune attività sostenibili del nostro territorio:

L’Ecosportello di Fa’ la Cosa Giusta! Trento, insieme a Tavolo dell’economia solidale, Nutrire Trento e Trentino che cambia, ha compiuto un lavoro di mappatura di tutte le realtà trentine che seguono i principi dell’economia solidale: si possono trovare agricoltori biologici, aziende, associazioni, Gruppi di Acquisto Solidale, botteghe del commercio equo, cooperative sociali, artigiani e piccoli produttori. La lista è in costante aggiornamento e supporta il consumatore nell’operare scelte di acquisto più consapevoli e sostenibili. Infatti, i loro prodotti e servizi sono caratterizzati da eco-compatibilità, trasparenza, equità, solidarietà, buona occupazione, partecipazione e consapevolezza. 

ELENCO DELLE ATTIVITÀ DELL’ECONOMIA SOLIDALE: https://falacosagiustatrento.org/produttori/


Note

  1. Qui sono consultabili i dati per tipo di coltivazione: http://www.trentinoagricoltura.it/Trentino-Agricoltura/Aree-tematiche/Produzioni-Biologiche-e-piante-officinali/Biologico-in-Trentino
  2. Non tutti i produttorз sono certificati Bio, vi invitiamo a controllare le caratteristiche di ogni azienda agricola. 
  3. a cura di C. Abitabile e A. Arzeni, 2013, INEA, “Misurare la sostenibilità dell’agricoltura biologica” (http://dspace.crea.gov.it/handle/inea/492)
  4. Ibidem
  5. (https://feder.bio/wp-content/uploads/2017/11/ifoam-cc-guide-hq-print.pdf)
  6. In – a cura di C. Abitabile e A. Arzeni, 2013, INEA, “Misurare la sostenibilità dell’agricoltura biologica” (http://dspace.crea.gov.it/handle/inea/492)
  7. Questo è un dato che ci ha sorpreso: le interviste che abbiamo svolto per la CSA Naturalmente in Trentino dimostravano una difficoltà per gli agricoltorз a ottenere un buon reddito. La questione economica meriterebbe ulteriori approfondimenti.  
  8. https://www.ifoam.bio/why-organic/shaping-agriculture/four-principles-organic
  9. M. Gafsi e J.L. Favreau, National School of Agronomic Training, UMR Dynamiques Rurales, France “Appropriate method to assess the sustainability of organic farming systems” (http://ifsa.boku.ac.at/cms/fileadmin/Proceeding2010/2010_WS2.1_Gafsi.pdf)

Il cibo quello buono: socialmente, economicamente e ambientalmente parlando

di Giulia Bassetto. Riprese di Juan Torregrosa

Sinergia; resilienza; rispetto della tradizione contadina; ritmo naturale della Pachamama; movimento socio-politico; sguardo lungimirante e approccio olistico; risposta al cambiamento climatico

Se stessimo giocando alle parole crociate queste probabilmente sarebbero varie definizioni utilizzate per indovinare ‘agroecologia’. 

L’agroecologia non può infatti essere descritta da una singola parola o definizione in quanto racchiude in sé diversi settori e sfere; in primis il settore agroalimentare che viene circoscritto all’interno della sfera sociale, politica ed economica.

Se da un lato la definizione di agroecologia risulta essere molto estesa, dall’altro però il suo approccio è invece molto chiaro: favorire i fattori economici tanto quanto quelli ambientali e sociali, partendo dalla convinzione che il minimo cambiamento in una di queste tre sfere può sconvolgere l’intero sistema (agricolo e non solo). Approccio che noi, in Vivila in 3D, stiamo cercando di trasmettere e diffondere.

Una definizione

Non esiste un’unica definizione di agroecologia né tantomeno è un concetto nuovo: ce lo insegna infatti la tradizione contadina, particolarmente sentita nelle comunità latino americane, ricche della loro storia e cultura agraria.

Come ci spiega uno dei maggiori referenti dell’agroecologia, Miguel Altieri (agronomo e professore cileno), l’agroecologia va concepita come un ricco conglomerato di principi il cui obiettivo finale è quello di produrre in modo migliore senza pesticidi chimici, riducendo gli input esterni e gli impatti negativi ad ambiente e società (Altieri, 1995).

Il pensiero e l’approccio agroecologico seguono un pensiero circolare e olistico che cerca di arrivare alla radice del problema attraverso soluzioni non convenzionali derivate dalla conoscenza scientifica e dalle consapevolezze locali, evitando pratiche  di immediata applicazione, come i pesticidi. Questo perché ogni contesto è a sé stante, unico e specifico e non può dunque essere approcciato in maniera universale (Ecoportal.net, 2016). L’agroecologia ha una visione completa dell’ecosistema: unisce il sapere contadino al mondo accademico; la tradizione alla conoscenza scientifica; l’innovazione tecnologica al ritmo della terra nel rispetto della biodiversità.

L’evoluzione del modello agroecologico trova le sue radici nella storica necessità di esprimere una forma di resistenza al modello agricolo industriale ‘convenzionale’, trovando un modello alternativo all’odierno che si basa sulla semplificazione, l’industrializzazione, la monocultura e l’esportazione dei prodotti (Gliessman, 2017). 

Negli anni poi, l’agroecologia è stata declinata in quelli che oggi sono i suoi tre principali elementi: le pratiche, la scienza e il movimento sociale

Le pratiche più utilizzate, comprendono la rotazione delle colture, la diversificazione delle specie, l’uso di semi nativi e l’assenza totale di fertilizzanti chimici o pesticidi. L’agroecologia come scienza, invece, favorisce l’olismo, l’unicità di ogni terreno, la policoltura e, soprattutto, favorisce la produzione e le risorse locali (Altieri & Toledo, 2011) – in altre parole il KM0. Tra gli scopi di queste pratiche e di questa scienza troviamo quello di aumentare la biodiversità e la complessità totale del sistema agricolo, migliorando conseguentemente la sostenibilità e la resilienza del campo (Altieri & Toledo, 2011). Questo risulta evidente nei momenti di grande siccità o durante le inondazioni, quando, grazie all’enorme biodiversità e vivacità del terreno, la sopravvivenza della coltivazione è più probabile che in un campo seminato con una sola specie.

Il movimento agroecologico, invece, ha iniziato a svilupparsi nel contesto latinoamericano parallelamente ai movimenti ambientalisti internazionali dagli anni ’60 in poi. Dagli anni ‘90, il movimento si è espresso con l’obiettivo di diffondere un paradigma agricolo alternativo e rigenerativo che promuovesse la produzione alimentare familiare, locale o nazionale basata su conoscenze tradizionali, risorse locali ed energie rinnovabili (Altieri & Toledo, 2011:587). Una delle più forti espressioni del movimento è la Via Campesina, un movimento internazionale nato nel 1993 che riunisce milioni di piccoli e medi contadini, senza terra, donne e giovani rurali, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo. La forza della Via Campesina deriva principalmente dal senso di solidarietà e unità di questi gruppi che vedono nell’agroecologia l’espressione di una giustizia e dignità sociale che si oppone ai monopoli di industrie agroalimentari che favoriscono principalmente la sfera economica a quella sociale ed ambientale.

Ma lasciamo che Marco Tasin, agronomo e attuale produttore agroecologico trentino, ci racconti cosa significa agroecologia per i piccoli produttori locali, come tutto ciò tocca direttamente noi consumatori e consumatrici e cosa, nella sua ottica, andrebbe cambiato.

Marco Tasin ci racconta l’agroecologia e l’esperienza della CSA di Trento

Sovranità Alimentare

Dalle parole di Marco si evince il forte aspetto sociale di questo movimento che è intrinsecamente legato al concetto di sovranità alimentare, il cui alfiere più (comb)attivo è probabilmente La Via Campesina. Il concetto di sovranità alimentare parte dal presupposto che ogni individuo ha e deve avere il diritto di controllo sulle proprie scelte alimentari, dall’origine all’approvvigionamento del cibo, nel rispetto della diversità culturale e produttiva (La Via Campesina, 2013).

La sovranità alimentare viene invocata da coloro che si battono per riforme agrarie che aboliscono la produzione di OGM favorendo metodi sostenibili e rigenerativi, al fine di garantire anche ai senza terra l’accesso all’acqua, alla terra, ai semi e il diritto di proteggersi da importazioni di cibo a prezzi troppo bassi (Via Campesina, 2003). 

L’agroecologia e la sovranità alimentare vanno quindi mano nella mano nel cammino verso un sistema agroalimentare inclusivo e sostenibile, un sistema che ha il triplice vantaggio di cui vi parlavamo inizialmente: la resilienza creata dalle pratiche e dalla scienza agroecologica non si traduce solo in vantaggio ambientale, ma altresì in vantaggio economico e sociale.

Come? In primis perché, come ci ha spiegato Marco, anche durante le epoche climatiche sfavorevoli (sempre più frequenti a causa dei cambiamento climatico) viene garantita una, seppur minima, produzione. Il che significa non solo garantire un introito (economico) costante, ma anche saper rispondere meglio al cambio climatico. In secondo luogo perché i costi di produzione sono minori in quanto il produttore non è dipendente da prodotti esterni, come i pesticidi che, nella maggior parte dei casi, vanno comprati. Il terzo enorme vantaggio è quello sociale: la valorizzazione della tradizione contadina, le conoscenze esistenti, la creazione di reti e network di persone significa intrecciare un tessuto sociale estremamente tenace anche grazie al rapporto di fiducia tra i diversi produttori e poi tra loro e i consumatori.

Non ci resta allora che provare a scoprire queste piccole produzioni agroecologiche locali. Non solo per la loro attenzione al sociale e all’ambiente, ma anche perché i prodotti che coltivano sono veramente, veramente buoni! Parola di Vivila in 3D.

Il Masetto e il racconto di un’altra montagna

di Marianna Malpaga

Il Masetto

Inoltrarsi nella valle di Terragnolo significa entrare in un Trentino diverso, forse sconosciuto a chi abita in città. In un’ora di macchina da Trento – mezz’ora da Rovereto – si arriva a “Il Masetto”, che si trova a Geroli, una delle trentatré frazioni del Comune di Terragnolo. 

Il Masetto è una via di mezzo tra un’osteria, un ostello e un rifugio, ma non è solo questo: è molto difficile usare un’unica parola per descriverlo, ma proveremo a raccontarvi come e perché è nato proprio nella valle di Terragnolo. 

“Volevamo unire ospitalità e cultura”

Il Masetto

Nel 2016 il Comune di Terragnolo indice un bando per affidare la gestione della struttura che attualmente ospita Il Masetto. Gianni Mittempergher, che viene dal mondo dei rifugi e delle malghe, e Giulia Mirandola, che si è sempre dedicata a editoria, illustrazione e formazione, vincono il bando presentando un progetto che punta sul turismo e sulla cultura. “Abbiamo tentato di coniugare due approcci”, ci racconta Gianni Mittempergher. “Uno, un po’ più classico, legato all’ospitalità. Il Masetto, infatti, ha una foresteria con diciotto posti letto e fa anche ristorazione, con una particolare attenzione alle produzioni locali e alla cucina del territorio”. Nel 2020, Il Masetto ha ottenuto un importante riconoscimento da parte di Slow Food Italia, che l’ha definita come la “miglior novità” delle “Osterie d’Italia 2020”. Il motivo? “Perché ha saputo connettere il territorio alla cucina e creare eventi di interazione sociale che ruotano attorno ai temi della sostenibilità sociale e ambientale”, scrive Slow Food. 

Il secondo approccio del progetto, invece, ha un carattere culturale. “Dal 2016 al 2019, Giulia Mirandola ha curato dei momenti di didattica e di narrazione dell’ambiente in cui ci troviamo”, aggiunge Gianni. Gli eventi culturali continuano tuttora, anche se in forma diversa, e accompagnano la stagione di apertura de Il Masetto, che va da maggio a ottobre. Dal 2016 sono passati sei anni: quella del 2021 è la sesta stagione de Il Masetto, che a settembre sarà chiamato a decidere se continuare o meno la sua avventura. 

“Perché siamo qui? Per raccontare un’altra montagna

Il Masetto

Il Masetto cerca di raccontare in modo sincero le bellezze e le difficoltà della valle di Terragnolo, senza edulcorare nulla, ma cercando comunque di valorizzare una località del Trentino (per il momento) ancora incontaminata. “Mi chiedi perché siamo qua? Siamo qua perché in Trentino c’è anche una montagna diversa da quella veicolata per ragioni – anche legittime – di promozione turistica”, afferma Gianni. “Del Trentino si conoscono le Dolomiti e i grandi sistemi di accoglienza: la val di Fassa, la val di Sole, Madonna di Campiglio, San Martino di Castrozza e il Garda. C’è però una montagna che sfugge a questo tipo di immaginario; è una montagna forse poco spettacolare, ma che ha tanto da insegnarci. Ci può anche educare su cosa sia il vero significato dello stare in montagna”. Cosa c’entra tutto questo con la parola “sostenibilità”? Gianni interpreta così la connessione tra montagna, turismo, cultura e sostenibilità: “Una valle come quella di Terragnolo non ha – e speriamo non avrà mai – grandi infrastrutture e insediamenti industriali: per me, dunque, è una valle sostenibile. Per contro, però, è una valle che ha subito un forte processo di spopolamento, e che adesso sta cercando di riflettere sul proprio futuro. Non si parla di progetti giganteschi, quanto di recuperare i muretti a secco, i terrazzamenti, la coltivazione del grano saraceno e un concetto di turismo lento. Anche se, più che lento, devo dire che mi piace chiamarlo attento. Un turismo che inviti a conoscere il territorio che si sta visitando. Attraverso i piatti, attraverso l’incontro reale con le persone che lo abitano, ma anche attraverso la voglia di approfondire gli elementi storici e naturalistici. Questo è ciò che cerchiamo di fare a Il Masetto, cercando però di non mostrare una cartolina della valle che sia bella da vedere ma che non corrisponda poi alla realtà delle cose”.

La contaminazione tra città e montagna, tra trentini e persone da fuori regione

Il Masetto

Sin dagli inizi, Il Masetto aveva l’intenzione di parlare a tutti: a chi abita la valle di Terragnolo, ma anche a chi viene da fuori, dalla città. Lo sforzo è stato quello di trovare un linguaggio comune, che fondesse semplicità e profondità e che favorisse l’incontro tra tutti e tutte. I laboratori che Giulia Mirandola ha organizzato fino al 2019, per esempio, erano frequentati da famiglie che venivano anche da fuori regione, e che per l’occasione si fermavano un paio di giorni nella foresteria. Ma c’era anche chi si incuriosiva pur provenendo da molto più vicino: partecipavano ai workshop anche i bambini della colonia estiva di Terragnolo. “Avveniva così uno scambio di impressioni tra i ragazzini di città, che si trovavano improvvisamente in una valle dove la natura è preponderante e dove l’ambiente del bosco è centrale, e i bambini di Terragnolo, che potevano sentire i racconti provenienti dalle ‘grandi città’, dove magari si sposteranno in futuro, per motivi di studio”, spiega Gianni Mittempergher. 

A inizio e fine stagione la frequentazione è più trentina. Nel bel mezzo dell’estate, però, arrivano a Il Masetto anche famiglie provenienti da Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia. “Alcuni giorni fa ci ha fatto visita una famiglia ligure”, aggiunge il gestore de Il Masetto. “Ci hanno conosciuti tramite i social e, passando in Trentino, hanno deciso di venire a trovarci”.

Il carattere “laboratoriale” de Il Masetto è cambiato, sia perché non c’è più Giulia Mirandola che se ne occupa sia per via dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19. Adesso, però, arrivano a Terragnolo delle persone – dei “turisti”, se così vogliamo chiamarli – che vogliono fermarsi più a lungo, anche per visitare la zona. “Non so se sia qualcosa di contingente o se si tratti invece di una trasformazione più profonda: sta di fatto che queste persone hanno voglia di sostare in questa valle”, commenta Gianni. 

Teatro, mostre, cene, corsi, proiezioni e incontri. A Il Masetto puoi fermarti per il piacere di ascoltare e guardare

Illustrazione di Giorgia Pallaoro per “il programma del masetto” 2021

Anche quest’anno, una rassegna anima il cortile de Il Masetto. Cominciato a inizio giugno, “il programma del masetto” si chiuderà domenica 12 settembre con lo spettacolo “Il Maggese. Un’idea più grande di me”, con Armando Punzo, regista e drammaturgo de La Compagnia della Fortezza.

Sono trenta gli appuntamenti in programma, organizzati con l’aiuto di Anna Benazzoli che, assieme a Gianni, a inizio primavera ha cominciato a pensare quali potrebbero essere gli autori e gli artisti da invitare a Terragnolo. Autori e artisti che si sposino con la filosofia de Il Masetto; che parlino quindi di montagna, società e cultura in modo il più sincero possibile. “Ci saranno anche due documentari sulle produzioni alimentari trentine, proiettati sul muro esterno della chiesa”, spiega Gianni. Accanto alla struttura de Il Masetto, infatti, c’è una chiesetta sconsacrata dedicata a San Giuseppe.  

Oltre alla possibilità di ascoltare spettacoli e incontri, c’è anche quella di assaporare la cucina de Il Masetto, che valorizza le produzioni tipiche del Trentino e della valle di Terragnolo, dove si sta cercando di recuperare e valorizzare la coltivazione di grano saraceno. 

Nota: Le foto sono di Francesca Dusini Dell’Eva e di Elisa Vettori (Pagina Facebook: Il Masetto)

A Maso Pez, dove prende vita “Beelieve” (e non solo)

di Fabiana Pompermaier e Marianna Malpaga

Foto “Beelieve” (Facebook)

Arriviamo a Maso Pez, a Ravina, un venerdì pomeriggio. Qui incontriamo Nicholas Moser, responsabile organizzativo e commerciale di “Beelieve” – un progetto di cui vi parleremo più avanti in questo articolo -, che ci accompagna in una visita alla struttura.  

Il Centro Maso Pez fa parte dell’area lavoro della cooperativa sociale Progetto 92, una realtà molto nota in Trentino per il suo impegno nel campo dell’accoglienza e dell’accompagnamento dei minori in difficoltà. È attivo dal 1994 in una struttura di proprietà della Fondazione Crosina Sartori Cloch, e offre un percorso di avvicinamento al mondo del lavoro a ragazzi e ragazze dai 15 ai 22 anni, che possono sperimentarsi all’interno del Vivaio Tuttoverde, della falegnameria legata al progetto “Beelieve”, o essere impiegati nella parte di assemblaggio. 

“Il nostro servizio si rivolge ai cosiddetti Neet, un acronimo inglese che sta per (Young People) Neither in Employment or in Education or Training, e che indica i ragazzi che non studiano e non lavorano”, spiega Nicholas Moser. “Sono persone che hanno bisogno di un aiuto per entrare nel mondo del lavoro o che hanno avuto un percorso di vita difficile”.

Tuttoverde: il vivaio dove, oltre alle piante, cresce anche il senso di comunità

“Qua avviene la semina delle piantine”, ci dice Nicholas mostrandoci il lavoro fatto dai ragazzi e dalle ragazze che lavorano all’interno del vivaio “Tuttoverde”, un’impresa sociale della cooperativa Progetto 92 che ha nove dipendenti e che offre una possibilità di inserimento nel mondo del lavoro a una decina di ragazzi Neet. “Ai ragazzi viene data una certa responsabilità: devono assicurarsi di aver messo l’etichetta giusta e di aver gestito bene la prima fase della nascita della piantina. Una volta che questa cresce, viene caricata sul nostro furgone assieme alle altre e portata nel vivaio, dove è pronta per la vendita”. 

Foto “Vivaio Tuttoverde” (Facebook)

Le persone arrivano a “Tuttoverde” perché sono sicure della qualità del prodotto che andranno a comprare. Il valore sociale, come racconta Nicholas, è solo un “quid” in più. Perché il progetto educativo in cui i Neet sono coinvolti funzioni, infatti, bisogna far comprendere loro l’importanza di fare un lavoro di qualità. Questo vale sia per il vivaio “Tuttoverde” sia per la falegnameria legata a “Beelieve”. 

Tra i prodotti che si possono trovare nel vivaio di Progetto 92 ci sono piante da appartamento, da balcone, da giardino, da orto e da frutto stagionale.

Le piantine pronte per la vendita. Foto: Fabiana Pompermaier

Si inizia con l’assemblaggio…

Nicholas ci accompagna poi all’interno del Centro Maso Pez, che è dotato anche di una sala da pranzo per i momenti di condivisione tra i ragazzi. Scendendo, ci mostra la sala dedicata al lavoro di assemblaggio. “Qui i ragazzi svolgono lavori abbastanza semplici”, dice. “Ci sono però anche alcune persone che hanno delle disabilità cognitive, e per le quali anche solo inserire una presa nel posto giusto è un’impresa finché non lo si è fatto quindici, venti volte”.

Di solito, i Neet che arrivano per la prima volta a Maso Pez iniziano qui il proprio progetto. Non sempre, però, perché all’inizio sono valutate le attitudini e le potenzialità di ciascuno.

“All’assemblaggio non vengono chieste particolari responsabilità”, aggiunge Nicholas. “Domandiamo semplicemente di esserci, perché quello che vogliamo fare qui – come in tutta l’area lavoro – è insegnare al ragazzo e alla ragazza come si sta sul posto di lavoro e come ci si rapporta con una persona che ha più responsabilità di te. Sono cose magari scontate per chi ha avuto una guida o una famiglia. Per chi invece non le ha avute, occorre tempo per capire che, se si vuole portare a casa qualcosa, bisogna venire al lavoro con costanza. Non tanto per la paga, perché è simbolica in questo caso, ma per imparare a interfacciarsi con il mondo del lavoro”. 

I ragazzi e le ragazze arrivano a Maso Pez su segnalazione dell’assistente sociale o della scuola. Il progetto è calibrato sui bisogni di ciascuna persona; in media, comunque, si parla di un periodo di tempo dai tre ai sei mesi. “Spesso le persone che arrivano qui abbinano a un problema relazionale una disabilità cognitiva”, spiega Nicholas Moser. “Perciò non è detto che abbiano una grande manualità: per alcuni anche solo apporre una fibbia non è così semplice… Però è una sfida, e quando riescono a farlo bene cominciano a capire che, impegnandosi, possono riuscire a superare le loro difficoltà”.

Beelieve: un progetto che permette alla natura e ai giovani di rifiorire

La falegnameria legata al progetto “Beelieve”. Foto: Fabiana Pompermaier

Accoltз dal profumo di abete, entriamo in falegnameria, dove Nicholas ci racconta che qui prende vita il progetto Beelieve. Tutto è iniziato tra 2015 e 2016 con la costruzione delle prime arnie e con l’avvicinamento al mondo degli apicoltori: la parola Beelieve, infatti, racchiude in sé le parole “bee”, ape, e “believe”, credere, testimoniando la volontà di creare una realtà che concili la sostenibilità ambientale con le dimensioni sociali ed economiche. 

Negli ultimi anni questa consapevolezza si è concretizzata. “Inizialmente  ci veniva chiesto di fare un prodotto basico, perché dovevamo andare al risparmio”, spiega Nicholas.  ”Abbiamo però deciso di cambiare questo paradigma, perché vogliamo insegnare ai ragazzi che un prodotto di qualità è un lavoro fatto bene, con l’attenzione che merita”. 

Per garantire la qualità dei prodotti offerti e l’attenzione ai bisogni del mercato, l’ideazione di Beelieve è partita dal confronto con i ricercatori del Muse di Trento e della Fondazione Edmund Mach per comprendere le necessità della biodiversità locale, e con l’Associazione degli Apicoltori per orientarsi verso un prodotto che fosse insieme innovativo e competitivo. La scelta dei materiali per la produzione è stata quindi compiuta in un’ottica sostenibile: il 95 per cento del legname utilizzato nel progetto proviene dalla filiera trentina, in particolare dalle foreste cadute in seguito alla tempesta Vaia del 2018.

Il risultato è un’offerta di prodotti che si è ampliata nel tempo, fino ad includere casette nido per uccelli e pipistrelli, ma anche oggetti di green design, quali vasi e fioriere, realizzati in rete con altre realtà della sostenibilità trentina, come Redo Upcycling. “Ci siamo orientati su un prodotto che fosse di qualità, con un prezzo un po’ più alto ma comunque competitivo: un prodotto che ci permettesse di raggiungere una sostenibilità economica. Questo è l’equilibrio che bisogna tenere quando si passa da temi sociali a temi economici. Ed è la complessità, e anche il bello, di un’impresa sociale.”

Foto “Beelieve” (Facebook)


Anche Beelieve infatti coinvolge ragazzз Neet, affiancati da educatori, che in questo caso sono anche falegnami. Il progetto ha coinvolto dal 2016 ad oggi più di 270 giovani in condizione di vulnerabilità, impegnando 18mila giornate di accompagnamento al mondo del lavoro: “se sai che tutti i giorni c’è un ragazzo che viene qui per 18mila volte, cominci a renderti conto che un impatto, questa scatola, ce l’ha”, commenta Nicholas.

I prodotti del progetto Beelieve sono disponibili all’interno del Muse Social Store, ma anche per ordine diretto, contattando la cooperativa Progetto 92 e Maso Pez. Per il futuro prossimo, si sta lavorando alla creazione di un e-commerce che permetta la vendita direttamente dal sito, agevolando il consumo consapevole ed informato. “L’idea è quella di unire la sostenibilità economica, la sostenibilità sociale e la sostenibilità ambientale”, conclude Nicholas Moser. “È quello che si voleva racchiudere dentro Beelieve. Ci stiamo provando. Vediamo dove arriviamo”.

Per cambiare dobbiamo scegliere di perdere tempo?

di Emanuele Pastorino

“Non c’è soluzione al problema ambientale senza una redistribuzione che non sia solamente di denaro ma anche di tempo”: così ci ha detto Francesca Forno, quando l’abbiamo intervistata alcune settimane fa. “Il tempo è una risorsa molto importante: chi ha tempo e non necessariamente solo denaro può cambiare il suo stile di vita. Chi non ne ha e deve fare tre lavori non ha questa possibilità”.

Foto di Cats Coming da Pexels

In quanto risorsa, il tempo è a rischio: abbiamo già raccontato come il nostro sistema produttivo sia basato sull’estrazione e lo sfruttamento di risorse, siano esse persone, territori o materie prime. Da questo punto di vista, viviamo in un contesto sociale e culturale che è abituato a nutrirsi del tempo, un’erosione che ha come obiettivo il tempo libero,  quello riconosciuto e tutelato oggi grazie a lotte sindacali che hanno portato  alla conquista della giornata lavorativa di otto ore,  quello che una volta veniva chiamato otium – il tempo dell’inattività e della non redittività1.

Tempo come risorsa: oggi, però, viviamo un momento storico che sta rimescolando ancora una volta le carte. A fronte dell’orario di lavoro imposto per legge, sono nati nuovi meccanismi di sfruttamento come l’intensificazione dei ritmi lavorativi e l’intrusione del lavoro nella vita quotidiana. 

Foto di Mike van Schoonderwalt da Pexels

“Il paradosso è infatti che, sebbene il tempo a disposizione per le attività non produttive sia aumentato rispetto al passato, si è ormai innescato un processo irreversibile di accelerazione di ogni aspetto della nostra vita2 che lo assedia, lo distorce e lo trasforma nuovamente in tempo produttivo: durante gli ultimi quarant’anni abbiamo interiorizzato l’idea – allarmante – per cui non ci siano alternative al modello di sviluppo presente. Allo stesso tempo, abbiamo percepito di vivere (e, in parte, percepiamo ancora) in società assediate, ossessionate da minacce costruite a tavolino, una “società disciplinare”3 in cui l’individuo è portato in qualche modo ad obbedire sempre.

“Prima il dovere” e altre forzature

Oggi questa dimensione è cambiata ancora: iperattivз e ipernevroticз4, siamo immersi in una quotidianità intensissima dove si intrecciano, indistinguibili, una serie di atteggiamenti e di situazioni dalle quali fatichiamo ad emanciparci. Quella società fondata sulla disciplina ha lasciato spazio ad una fondata sulla “prestazione”: non è più tanto il “dover-fare” che ci spinge, quanto il “poter-fare”.

Progresso infinito, senza alternative, che pone nel “fare il proprio dovere” il fine ultimo di ogni individuo nella società. Questo quadro è quello che fa sì che “permettiamo che il lavoro assuma un ruolo così preponderante nelle nostre vite, credendo non solo che lavorare garantisca la nostra sussistenza e quella dei nostri cari, ma che avere un buon impiego significhi avere uno scopo, perseguire un obiettivo, fare qualcosa di buono per la società”5.

E, in questo contesto, emerge il tema della produzione e dei diversi modi che abbiamo di guardare ad essa: da una parte, quella che è diventata un nuovo principio organizzatore della vita, onnipresente e pervasiva, fatta di sfruttamento, svalutazione della cura, distruzione degli strumenti di welfare pensati per bilanciare i ritmi – i tempi – di vita delle persone.

Dall’altra, c’è un modo di produrre sostenibile e consapevole, che guarda alle risorse in modo ragionato, che concepisce il tempo anche al di là della sua natura produttiva: in questo senso, ci vengono in soccorso alcuni ragionamenti che, a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso, hanno attraversato il dibattito filosofico, politico e culturale, europeo ma non solo.

Al tempo produttivo è stato, da sempre, contrapposto un tempo diverso, quello riproduttivo, fatto di attività che, anche se non generano profitto, “[sono] comunque necessari[e] sia per la serenità dell’individuo (e quindi la sua efficienza sul luogo di lavoro) che per l’effettiva continuazione del sistema”6

Attività come l’amore, gli affetti, la noia, l’ozio7, lo svago: tutto quello che, insomma, non è produttivo. O, almeno, non lo è secondo criteri che privilegiano la quantità, il profitto, il consumo rispetto alle altre attività e qualità umane.

Il punto critico, però, si raggiunge nel momento in cui il lavoro – focus del tempo produttivo – si inizia a confondere con il tempo libero8. Se negli anni ‘50 Marcuse osservava come questa invasione generasse un ciclo continuo di mercificazione, in cui produciamo per consumare. Oggi questo schema è diventato molto più complesso: la mercificazione non è scomparsa, anzi è diventata via via più pervasiva, al punto che “le nostre vite si sono trasformate in progetti di cui siamo gli unici responsabili, sia che finiscano bene sia che falliscano”9 e, così, finiamo con lo sfruttare noi stessi.

Incuria di noi

In mezzo a questa trasformazione, abbiamo vissuto anni di “globalizzazione dei rapporti sociali fondati sul denaro”10: questa forma di relazione si rispecchia in un altro tratto caratteristico del nostro sistema di produzione, ossia l’incuria11. Bisogna fare attenzione: osservare questi tratti del nostro sistema non significa certamente rimpiangere i bei tempi andati (c’è un libricino di Michel Serres che racconta in modo ironico e preciso perché quella forma di nostalgia sia insensata12). Piuttosto “comporta ammettere la nostra reciproca interdipendenza, accettare le ambivalenze al cuore della cura, assicurare una redistribuzione egualitaria dei ruoli [e dei tempi, ndr] di cura e superare l’idea che si tratti di lavoro improduttivo”13.

Si tratta, ancora una volta, di fare una scelta: negli ultimi due anni abbiamo sperimentato attivamente cosa significhi “incuria”. La pandemia, da questo punto di vista, è stata un sintomo troppo evidente per essere ignorato. Almeno in teoria. 

Sì, perché in realtà già prima i segnali erano davanti ai nostri occhi ma, ad ogni alluvione, terremoto, incendio, ad ogni grado in più, ogni metro in meno di banchisa, ad ogni guerra scoppiata perché le risorse naturali sono sempre meno accessibili, abbiamo sempre trovato delle vie di fuga, osservazioni consolatorie che ci hanno assolto, di volta in volta, dall’idea che siano state le nostre scelte a determinare ciò che stava avvenendo.

Scelte che non riguardano il “solo” consumo: le nostre vite sono diventate dei progetti in costante aggiornamento e trasformazione e ciò che le caratterizza è la quantità di tempo, soverchiante, che dedichiamo al lavoro – e, quindi, a renderci produttori – rispetto ad ogni altra attività. “A cosa stiamo lavorando esattamente? Per cosa impieghiamo le nostre energie quando lavoriamo? Quale trasformazione del mondo com-portiamo con il lavoro che facciamo ogni giorno e in che quantità? Questa trasformazione è davvero necessaria? È desiderabile?”14: sono alcune delle domande che si fa Christophe Meierhans, artista impegnato in lotte per la giustizia sociale e climatica, domande anche queste non certo nuove ma che, ad ogni giro della storia, si pongono in maniera più forte.

Produrre/lavorare/consumare meno, ma farlo tuttз

Le Nazioni Unite, il 9 aprile 2020, hanno pubblicato un report sulla condizione femminile e l’impatto che la pandemia stava avendo nei confronti di donne e bambine. L’osservazione che ne emerge è amara: “la crisi globale del Covid-19 ha reso ben visibile il fatto che le economie formali mondiali e le nostre vite sono sorrette dal lavoro invisibile e non pagato di donne e bambine15.

Il rapporto Oxfam “Time to Care” pubblicato nel gennaio 2020 (e, quindi, senza considerazioni sulla pandemia che stava iniziando in quel momento), indica come non più rimandabile una profonda trasformazione dei nostri sistemi economici: la fotografia del report evidenzia come le disuguaglianze economiche crescano senza controllo, in un mondo dove 2153 miliardari possiedono più ricchezza e benessere che 4,6 miliardi di persone. 

Secondo il rapporto, adottare una prospettiva femminista è un passaggio fondamentale per ripensare il modello economico neoliberista. Partendo da questo punto di vista, è possibile “mettere in discussione ciò a cui diamo valore nella società e perché lo facciamo – chiedendoci il perché, ad esempio, nel nostro sistema produttivo abbia più valore aumentare i profitti dei super-ricchi o generare emissioni e gas serra rispetto a prendersi cura dei bambini, dei malati o degli anziani”16.

Foto di Akil Mazumder da Pexels

Il collegamento tra tempo, cura e il modo in cui concepiamo il nostro sistema produttivo non è certamente un fatto nuovo: in Italia (e in Trentino17), la legge che si occupa di conciliazione della vita familiare e di diritto alla cura regola anche i “tempi della città”18. L’intera legge è molto complessa ma due elementi, per quanto riguarda le regole che lo Stato ha deciso di darsi con riguardo al tempo, sono particolarmente interessanti: il primo, riguarda la scelta di adottare anche nel linguaggio della legge la distinzione tra tempi “di vita” e “di lavoro”. Oltre a essere un’espressione del linguaggio comune, indica la scelta di distinguere i due aspetti, di dare loro lo stesso valore, in un certo senso “uguale e contrario” visto che si escludono a vicenda.

L’altro aspetto interessante è lo scopo con cui vengono istituite le banche del tempo: questi strumenti, che in Italia risalgono al 1992 e che, quindi, non sono un’invenzione di questa legge, hanno come scopo quello di “promuovere un nuovo concetto di solidarietà sociale attraverso lo scambio di saperi e abilità, utilizzando il tempo, e non il denaro, come misura dello scambio e intervenendo nei bisogni quotidiani dei propri iscritti e/o soci”19.

Se non è un fatto nuovo, se a livello globale tutto fa pensare che non sia ancora maturo il tempo per dar vita ad una transizione verso un sistema produttivo meno predatorio, quello che la pandemia sta restituendo è una consapevolezza più diffusa rispetto al passato, che ridà invece valore al tempo, al di là del lavoro. “Durante il lockdown”, ci raccontava ancora Francesca Forno, “molte interviste per Nutrire Trento Fase 2 hanno fatto emergere come, avendo più tempo, le persone siano tornate a fare cose: una signora, in particolare, ha imparato a fare il pane ed è diventata brava. Oggi che sono ripresi i ritmi più normali, continua a fare il pane: una volta che ti reskilli (ossia impari nuove competenze), riesci ad incorporarla nelle pratiche della società accelerata. Certo, se decelerassimo sarebbe meglio”.

Si tratta, ancora una volta, di fare una scelta: anzi, di fare delle scelte. Non basta – non è mai bastata – l’azione individuale: “per risolvere il problema della crisi della cura, la soluzione è solo una: cambiare. Cambiare il sistema, cambiare i paradigmi del lavoro, del tempo, della condivisione dei ruoli e dei compiti”20

Individuale e collettivo, interdipendenti e consapevoli. Serve tempo e non è vero che non ne abbiamo: serve scegliere diversamente come viverlo.

Fonti

1. Davide Mazzocco, Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo, D Editore, Roma, 2019.

2. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario, Bompiani, Firenze, 2021, pp. 31-53.

3. Michel Foucault, La società disciplinare, Mimesis, Milano, 2010.

4. Byung-Chul Han, La società della stanchezza. Nuova edizione ampliata, nottetempo, Milano, 2020, p. 40.

5. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 37.

6. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 40.

7. Francesco Codello, Né obbedire né comandare. Lessico libertario, elèuthera, Milano, 2009, pp. 114-116.

8. Byung-Chul Han, La società della stanchezza, cit., pp. 47-53.

9. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 35.

10. Guillaume Duval, Disuguaglianza globale, in Alternatives Economiques, settembre 2000, in Internazionale extra | Genova 2001, estate 2021, p. 26.

11.  The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, Roma, 2021, pp. 17-33.

12. ​​Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, Torino, 2018.

13. The Care Collective, Manifesto della cura, cit., p. 33.

14. Christophe Meierhans, Non fare niente sarebbe già molto, perché l’umanità sta lavorando troppo, in cheFare, al link: https://www.che-fare.com/non-fare-niente-sarebbe-gia-molto-perche-lumanita-sta-lavorando-troppo/ 

15. UN Policy Brief, The Impact of COVID-19 on Women, 9 aprile 2020, p. 13, al link: https://www.unwomen.org/en/digital-library/publications/2020/04/policy-brief-the-impact-of-covid-19-on-women, traduzione personale

16. Oxfam, Time to Care. Unpaid and underpaid care work and the global inequality crisis, gennaio 2020, p. 26, al link: https://oxfamilibrary.openrepository.com/bitstream/handle/10546/620928/bp-time-to-care-inequality-200120-en.pdf, traduzione personale

17. https://www.consiglio.provincia.tn.it/leggi-e-archivi/codice-provinciale/Pages/legge.aspx?uid=22329 

18. Legge n. 53/2000 recante le “disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”.

19. https://www.italiachecambia.org/mappa/banche-del-tempo/ 

20. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 98.