Sostenibilità a…ruota libera!

di Gabriele Piamarta

Continuando a parlare di riuso, oggi portiamo l’esempio di Ruota Libera, un’associazione roveretana nata nel 2012. Questa realtà ci è stata raccontata da Michele Pedrotti, attuale presidente di Ruota Libera che ha deciso, su consiglio di una collega che conosceva il suo passato da ciclista e il suo amore per le bici, di far nascere qualcosa legato a questa sua passione.

Riciclofficina

E quel qualcosa nasce eccome, con la fondazione di Ruota Libera, che fa partire subito un grande progetto: la “Riciclofficina”, una vera e propria officina per sole biciclette. Fortunatamente Michele aveva già gran parte del materiale per aggiustare le bici, soprattutto grazie al lavoro di rete e ai contatti, così l’associazione riesce a partire con tutto il necessario e poche spese. Ormai, dopo quasi 10 anni di esistenza, le cose sono cambiate: ora la “Riciclofficina” ha  a disposizione due set completi per sistemare le bici e grandi quantità di materiali, nuovi e non.

Foto di Elissa Capelle Vaughn da Pixabay

Ma di che cosa si occupa ora la “Riciclofficina”? Si riparano bici, con la possibilità, almeno in bassa stagione, di assistere e aiutare nel sistemare il proprio mezzo. Ma non solo: si recuperano anche pezzi da biciclette usate, si organizzano laboratori aperti al pubblico per insegnare a prendersi cura e a fare piccoli interventi di manutenzione sul proprio mezzo e infine si crea anche un bel gruppo di persone con simili ideali e passioni.

Ma perché noi di Vivila in 3D, che abbiamo come stella polare la sostenibilità, che orienta tutti i nostri articoli, parliamo della Riciclofficina di Ruota Libera? Non solo perché parliamo di riuso, ma anche perché con il loro progetto sono un esempio di sostenibilità in tutte le sue tre dimensioni:

Sociale: Le persone che lavorano presso la “Riciclofficina” sono persone che erano in difficoltà e avevano bisogno di imparare un mestiere: questo per loro è solo un punto di partenza, visto che una volta imparato il mestiere e apprese le giuste competenze l’obiettivo è quello di reinserirsi nel mondo del lavoro (anche grazie ai tirocini formativi presso una delle aziende partner del progetto).

Ma non è tutto, infatti Via Calcinari 7 – dove si trova  la Riciclofficina – è anche un punto d’incontro, dove sì, porto la bici ad aggiustare, ma anche dove  passo per fare due chiacchiere e conoscere nuove persone.

Foto di Cord Allman da Pixabay

Ambientale: Come dice il nome, la “Riciclofficina” ha come punto cardine il riciclo, infatti se possibile favorisce il recupero delle bici che ormai non circolano più, e il riuso di ogni pezzo salvabile. Ovviamente però si mette  in primo piano la sicurezza del ciclista, perciò quando un pezzo è troppo usurato o comunque ha finito il suo ciclo di vita, c’è anche la possibilità di farselo montare nuovo; e come se non bastasse, l’officina promuove ovviamente l’uso della bici, il mezzo più sostenibile di tutti.

Economica: Esatto, infatti una parte in buone condizioni, recuperata da una vecchia bici, garantisce un buon pezzo a un minor prezzo.

Ruota Libera però non è solo la “Riciclofficina”. Vedendo nel settore della ristorazione un possibile sbocco lavorativo, un anno e mezzo fa, infatti, acquisisce una gastronomia, alla quale dà il nome di ”Fiori di Zucca”. L’intenzione è quella di formare delle persone come aiuto-cucina, per aiutarle a reinserirsi nel mondo del lavoro; purtroppo l’anno abbondante di pandemia li ha messi a dura prova, speriamo che ora vada tutto per il meglio… Anzi, basta sperare: se passate da Rovereto, fate un salto da “Fiori di Zucca”!!!

Il nostro rifiuto e il bisogno di guardare la realtà

di Emanuele Pastorino

Global Strike 2019 – Trento | Foto del Forum trentino per la pace e i diritti umani

Only way through is colonization

Acclimatization

Population exodus

Monetization

Civilization

The operation has begun

There is no Planet B

I King Gizzard cantano anche i nostri rifiuti. There is no Planet B1è una delle frasi che più risuonano nelle manifestazioni del 2019, quelle dei Fridays for Future e di Extinction Rebellion, e ben rappresenta il problema: “tra 400 anni, se qualcuno farà un buco ad Ischia Podetti, troverà i nostri rifiuti indecomposti come noi troviamo i reperti archeologici delle antiche civiltà”. A dircelo è Thomas Deavi, ingegnere ambientale e divulgatore che collabora come libero professionista con gli enti gestori del Trentino, per formare e informare la popolazione sulla corretta gestione dei rifiuti.

Discarica di Trento (Ischia Podetti) | Llorenzi, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Molto nella gestione dei rifiuti è cambiato, eppure viviamo in una costante crisi: “la difficoltà nel gestire questo passaggio è legata al fatto che il Trentino è un insieme di valli fatte a V, dove lo spazio a disposizione per stoccare rifiuti è minimo e dove lo sfruttabile è stato sfruttato (l’ultimo spazio era la discarica di Arco, anche quella ormai satura)”.

Dagli anni ‘80, quando in Trentino sono stati censiti più di 400 siti di deposito dei rifiuti, discariche più o meno formali, le cose sono molto cambiate: “attualmente, quei 400 posti sono diventati 1”, osserva ancora Thomas Deavi.

Foto di RitaE da Pixabay

Il contesto è molto mutato per mille ragioni: la sensibilità ecologista e le battaglie politiche hanno portato a trasformare le regole del gioco. Riduzione, riuso, riciclo sono diventati parte del ragionamento: siamo passati dal portare il 100% del rifiuto prodotto in discarica a introdurre limiti progressivi.

In Italia, l’anno cui guardare è il 1997, con l’entrata in vigore del decreto Ronchi2: abbiamo sviluppato sistemi di raccolta e intercettazione dei rifiuti sempre più precisi, capaci di togliere dalle discariche porzioni sempre più ampie di rifiuti, di attivare la raccolta differenziata, di renderla prassi.

Allo stesso tempo, però, diminuiva lo spazio dove lasciare questi rifiuti: “le discariche non sono infinite”, ci dice ancora Thomas, “per veicolare un’immagine che uso spesso in classe, ma anche nelle serate per gli adulti, è come se io avessi dello sporco in camera e per gestirlo in maniera corretta, lo mettessi sotto al tappeto. Questa è la discarica”.

Guardando ai dati del 2019 relativi ai rifiuti urbani, ci racconta Chiara Lo Cicero, referente dell’Unità organizzativa rifiuti e bonifica dei siti inquinati per la Provincia Autonoma di Trento, a fronte di 280mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Trentino, circa 213,5mila sono stati differenziati (75%). Un dato incoraggiante ma “i numeri possono dire tutto”, osserva la dott.ssa Lo Cicero. 

Gli ingombranti (9,7mila tonnellate) e lo spazzamento stradale (8,4mila, di cui circa 700 tonnellate vanno in discarica) coprono un’altra fetta della torta. 

“Gran parte del residuo (quasi 52mila tonnellate), di cui 13,4mila vanno all’inceneritore di Bolzano. Tutto il resto va in discarica. A questo resto dobbiamo aggiungere 11,5mila tonnellate di 191212 provenienti dalla raccolta differenziata”.

Quel codice – 1912123 – indica il residuo di lavorazione negli impianti dove viene portata la raccolta differenziata e in cui viene selezionata, separando il rifiuto differenziato correttamente dalle impurità. 191212 indica le impurità, e sono moltissime. “Ma non è tutto”, sottolinea la dott.ssa Lo Cicero “molte raccolte differenziate vanno fuori provincia e quindi non abbiamo intercettato i dati di questo 191212”.

La qualità del nostro rifiuto

“C’è un calcolo ben preciso definito a livello nazionale e su questo dobbiamo basarci” continua Chiara Lo Cicero, sottolineando come il problema sia che i calcoli, frutto della normativa nazionale a cui bisogna fare riferimento, sono esclusivamente basati su criteri quantitativi e non vanno ad indagare la qualità del rifiuto differenziato.

“Stiamo cercando di intercettare tutto quel rifiuto che, dagli impianti di selezione e trattamento, rientrano in discarica”, ci racconta, “e stiamo cercando di farli ritornare alla frazione d’origine (verso l’organico, la plastica o il vetro) e riconnetterli al gestore che li ha prodotti, decurtandoli per definire un indice di qualità della raccolta differenziata”.

“Negli imballaggi leggeri, oltre il 50% sono impurità”, ci dice ancora Thomas Deavi. “Ogni 100 chili buttati nel sacco azzurro, più della metà non doveva finire lì. Nel momento in cui arrivano nell’impianto di Lavis, dove avviene la selezione di quel rifiuto, i nostri sacchi azzurri vengono aperti e ci sono lavoratori e lavoratrici che separano i rifiuti, quello che non è plastica, non è acciaio, non è alluminio o non è tetrapack, o in generale non è imballaggio, va a finire in discarica come residuo di lavorazione”. È così che nasce il 191212.

“Invece che portare ad un vantaggio, anche economico (perché sotto al discorso dei rifiuti ci sono delle economie) diventa un costo” continua Deavi.

Azioni, pratiche, politiche: i tre piani di lavoro

Queste economie possono emergere e avere forza a fronte di un cambiamento di sguardo da parte di tutte e tutti: “il riuso deve essere posto al centro di una vera e propria riqualificazione culturale: oggi vediamo moltissime piattaforme (vinted; subito.it; ebay) che puntano e investono su un’economia del riuso” osserva Deavi. “Parallelamente, in Italia, ma non solo, c’è ancora l’idea – diffusa – per cui chi attinge al riuso lo faccia per questioni strettamente economiche: usato non è uguale a povero”.  

Trasformare il modo in cui guardiamo alle cose passa anche da pratiche collettive e politiche pubbliche che facilitino la trasformazione culturale, delle abitudini e degli stili di vita collettivi e individuali: sono tre i piani di lavoro – lo sappiamo – su cui concentrare un cambiamento così imponente. 

Le azioni individuali che devono essere più consapevoli, certo, ma che non possono che essere accompagnate da più informazione, più controlli, da scelte strategiche che facciano sì che a tutti i livelli della governance dei rifiuti convenga mantenere i cittadini e le cittadine informati e attenti a ciò che fanno quando creano rifiuti.

Sono gli altri due livelli, quelli senza i quali le azioni collettive, per quanto virtuose, non riescono ad avere l’impatto che speriamo: pratiche collettive e politiche pubbliche che mettano in campo scelte diverse. 

Tutti gli attori sono coinvolti” – osserva Chiara Lo Cicero – “e bisogna insistere molto su questo: noi lo stiamo facendo e verrà previsto dal Piano Rifiuti Urbani, direttamente o rinviando a documenti di integrazione che usciranno subito dopo”.

Per questo, ci racconta, nella rielaborazione del Piano Provinciale per i Rifiuti Urbani – un percorso già attivato e che dovrebbe arrivare ad una prima bozza entro il 31.12.2021 – sono state coinvolte fin da subito le categorie produttive: “anche le aziende producono rifiuti urbani”, osserva la dott.ssa Lo Cicero, “e poi tutte queste aziende sono interessate a questo sistema in qualità di stakeholder”, interessate a capire quali saranno le scelte e gli indirizzi dell’amministrazione nel prossimo futuro.

Ci fa anche alcuni esempi: “insisteremo sull’apertura di centri di riuso, strutture dove posso portare una bicicletta che non funziona più per farla riparare e rimetterla in circolazione, anziché portarla al CRM. Pubblicizzeremo i centri di riuso anche come CRM”.

Ma non solo: “Vogliamo revisionare i marchi provinciali” ci racconta ancora Lo Cicero, riferendosi agli ECO-marchi PAT, certificazioni elaborate dalla Provincia per attivare pratiche virtuose di sviluppo sostenibile3.

“ECOAcquisti, ECORistorazione, ECOEventi, puntando a Mercatini di Natale senza bidoni dell’immondizia, perché non servirebbero più grazie a bicchieri e tazze riutilizzabili, ed elaborando un criterio di assegnazione che tenga in considerazione questi marchi; Ecolabel, per il turismo, che è in corso di discussione con le APT allo scopo di sviluppare un turismo ecosostenibile del Trentino”.

Azioni puntuali e concrete ma anche di sistema: insieme alla pianificazione della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stata depotenziata moltissimo anche l’informazione ai cittadini

“Dopo la grande spinta di vent’anni fa per l’attivazione della raccolta differenziata” – osserva Chiara Lo Cicero – “non è stata più portata avanti l’informazione: il cittadino è tempestato, non capisce più niente, non sa più se seguire quello che legge nelle etichette o quello che legge sui giornali legati alle disfunzioni degli impianti. Questo genera una fortissima disinformazione”.

Sul piano locale, la nascita del Nucleo Operativo Interservizio (NOI) presso il Comune di Trento è stato un tentativo di mettere in comunicazione vari soggetti, dal Comune a Dolomiti Ambiente, dagli esercenti alla Polizia Urbana che ha attivato molti interventi che, osserva Thomas Deavi “sono, però, piccoli rispetto alla gestione della massa di rifiuti dei complessi edilizi più grandi e dove convivono cittadini con livelli informativi molto diversi”. 

Su questo osserva come si stiano sviluppando azioni parallele e preventive: “con ITEA, Dolomiti Ambiente e il Comune si è lavorato per formare questi cittadini in modo da far sì che ci siano dei ‘nuclei di abitanti’ di quei complessi abitativi in modo che formino un ‘comitato di accoglienza’ di prossimità per chi arriva a viverci e spiegare il senso e il funzionamento della raccolta”.

Sul piano provinciale, “l’APPA ha, per legge, il compito di informare”, osserva il dott. Deavi, “nel 2003 facevamo serate pubbliche, incontri nelle scuole, collaborazioni con i supermercati. I fondi, da allora, sono diminuiti dell’80%. A questa percentuale se ne collega un’altra: negli imballaggi leggeri, oggi, circa il 50% sono impurità che vanno a finire in discarica. 

Fare formazione, stabilire pratiche di questo tipo, è necessario per avere azioni dei singoli più consapevoli”. 

Informazione che deve essere veicolata dal pubblico, dagli enti gestori e dalle aziende che si occupano di rifiuti anche attraverso sistemi di sanzionamento e premialità che non guardino solo al/la cittadino/a ma anche a chi ha la responsabilità della raccolta e, al contempo, di informare correttamente sui modi in cui la differenziata va fatta. Per farlo, ci racconta ancora Chiara Lo Cicero, serve fare un’azione a ritroso, dall’impianto alla raccolta, che punti “sul potenziamento dell’informazione e sui maggiori controlli anche in quelle isole ecologiche di raccolta stradale, dove la gente butta tutto quello che vuole”. A tutto questo vanno affiancati sistemi di informazione integrata, sanzioni per i cittadini così come già esistono ma anche “sanzioni sulla frazione estranea per il gestore, che avrà interesse ad attivare un sistema informativo”, conclude la dott.ssa Lo Cicero.

Ridurre è l’unica via

Tutto quello che buttiamo via lo abbiamo comprato”: il concetto è molto semplice ma è attorno a questo che si gioca la partita dei rifiuti. 

“Quando vado nelle scuole” – ci racconta Deavi – “faccio ragionare su questo: i ragazzi, in classe, hanno dai 3 ai 5 bidoni (tra la classe e i corridoi). Il bidone della carta, degli imballaggi leggeri, dell’umido, del residuo. Nei corridoi c’è la raccolta delle pile. Faccio ragionare i ragazzi – che siano bambini delle elementari o ragazzi del liceo – sul fatto che loro sono abituati a differenziare: lo vedono in classe, lo vedono a casa, lo vedono a calcio, a pallavolo, nelle piscine eccetera. Trent’anni fa, quando io andavo al liceo, avevamo un cestino rotondo dove buttavamo tutto”.

Abbiamo detto che l’informazione – e la sensibilizzazione – delle persone passa soprattutto dalle abitudini che cambiano: Chiara Lo Cicero ce lo spiega bene e fa un esempio sul grande tema, quello della plastica.

Ci racconta che sono in corso di revisione e ripensamento i criteri ambientali minimi (CAM)4 che vengono utilizzati nelle gare pubbliche per i servizi e, in particolare, di quelli dedicati ai servizi di ristoro negli uffici pubblici, in particolare con riguardo ai distributori automatici. 

Nel fissarli, fino adesso non si è fatta attenzione al tema dei rifiuti: nel giro di due anni scadranno anche tutti gli appalti provinciali, ed è l’occasione per cambiare alcune abitudini.

“Ci siamo accorti che, per la riduzione del rifiuto, dobbiamo parlare anche di qualità” osserva Chiara Lo Cicero. “Il grosso problema è l’uso scorretto della plastica che porta alla produzione di ingenti quantità di rifiuto: moltissime regioni stanno facendo normative sulla plastic free. C’è la direttiva 904 che ha vietato l’utilizzo di plastiche monouso: la bozza di recepimento italiana, così come i CAM a livello nazionale, hanno recepito queste direttive con un’azione di sostanziale greenwashing”, ci spiega. 

“Se da una parte viene bandita la plastica viene anche concesso l’utilizzo di plastiche biodegradabili. Questo, a mio avviso, non è andare contro la riduzione del rifiuto, ma far passare il concetto che è meglio produrre un rifiuto costituito da bioplastica piuttosto che produrne uno di plastica”.

Le bioplastiche, dunque, se da un lato non riducono il rifiuto, dall’altro non riescono neanche ad essere biodegradate, come dovrebbero. Infatti la certificazione che viene data a queste bioplastiche che non è garanzia di biodegradabilità delle stesse. “La certificazione”, osserva, “è basata su esperimenti fatti in laboratorio, dove viene tutto sminuzzato sotto i 2 mm, e dove si riesce a degradare la plastica entro i 90 giorni a 55°, condizioni che non rispecchiano quelle che si trovano negli impianti. Nei nostri impianti – non quelli trentini: in tutti gli impianti – non funziona così” sottolinea Lo Cicero.

“A livello provinciale, gran parte della raccolta differenziata dell’organico va all’impianto di Cadino che non è un semplice impianto di compostaggio, ma ha una tecnologia integrata: un primo trattamento anaerobico, che fa una degradazione spinta del rifiuto e produce biogas (purificato poi in biometano utilizzato per i trasporti locali), ed un secondo trattamento aerobico che rappresenta il cosiddetto compostaggio. È un impianto all’avanguardia e anche questo impianto ha le sue difficoltà a trattare la bioplastica

Questo genera un problema enorme: proseguendo con politiche di sostanziale greenwashing si genera il paradosso per cui sono le persone più attente all’ambiente a metterlo maggiormente in pericolo. L’utilizzo delle bioplastiche, di fatto, non ha cambiato le abitudini delle persone ma ha comportato costi elevatissimi: per i singoli, visto che le bioplastiche costano molto di più che la plastica; per il pubblico.

Complice il calo di un’informazione univoca e chiara e l’incertezza sempre maggiore dettata dall’essere comunque sommersi di stimoli diversissimi, le persone stanno facendo sempre più fatica a differenziare bene: le impurità, di cui parlavamo prima, sono un costo anche in termini economici e non solo ambientali. 

“L’unica cosa possibile da fare – visto che sta peggiorando la qualità dell’organico – è stata quella di acquistare, per l’impianto provinciale di Cadino, 4 macchinari nuovi. 3 per togliere il ferro, di tutti i tipi: 8 anni fa la qualità era molto più buona, oggi troviamo lattine di tonno, contenitori della marmellata e molto altro. Il quarto macchinario, invece, per lo scodellame di plastica biodegradabile: “è un impianto che funziona come una lavastoviglie”, ci spiega la dott.ssa Lo Cicero. “Questa macchina le lava, ripulendole dall’organico, e separando la poltiglia – per reimmetterla in ciclo – dalle scodelle – che vengono asciugate, messe in un container e poi buttate in discarica”.

E su questo ritorna il tema delle abitudini da cambiare: “vogliamo arrivare al punto di fare la scelta coraggiosa di vietare in tutti i modi l’usa e getta nel contesto della Provincia di Trento” ci racconta Lo Cicero. “Dobbiamo riuscire a cambiare l’abitudine del cittadino: non può esserci più l’abitudine di bere un sorso d’acqua e buttare il bicchiere. Devo portarmi il bicchiere da casa, portarmi la tazza di ceramica e andare alla macchinetta con la mia tazza” ci spiega.

“Ci è stato fatto notare che in questo modo creeremo, in un primo tempo, diversi problemi all’utenza: sì. Quello che vogliamo fare è creare il problema in modo che l’utenza si crei la soluzione da sola: la prima volta magari resterà senza caffè; la seconda si porterà la tazza da casa” osserva Lo Cicero, e sottolinea “ci sarà anche la possibilità di avere tazze riutilizzabili, sanificabili, sottoposte a cauzione vicino alle macchinette: se voglio me la porto a casa, altrimenti la si può lasciare per essere sanificata”.

E nel frattempo?

Questi interventi hanno percorsi di medio-lungo termine per raggiungere risultati: e nel frattempo?

“Dobbiamo trovare modalità alternative di riutilizzo di questi scarti” osserva Chiara Lo Cicero “questa è la grossa sfida: trovare delle novità, cambiare abitudini. È la parte più difficile”.

Negli anni si è molto discussa l’opzione della soluzione tecnologica, con la proposta – risalente all’inizio degli anni 2000 – di realizzare un termovalorizzatore per Trento. Tema che sta ritornando: “la soluzione tecnologica ha il vantaggio” osserva Thomas Deavi “che metto dentro 100 m3 di rifiuto, mi ritrovo a dover smaltire, a dover trovare lo spazio per 10 m3 di ceneri”, pensando ad un normale termovalorizzatore e alle difficoltà, di cui abbiamo parlato, nel trovare spazi adeguati dove smaltire i nostri rifiuti.

Ma il punto è forse un altro: il tema dei rifiuti impone di guardare con estrema attenzione alla questione della ricerca e innovazione: “fino a poco tempo fa” ci racconta Chiara Lo Cicero “non sapevamo che il polverino dei pneumatici potesse essere usato nell’asfalto”. Oggi Salvadori ha sviluppato questo meccanismo.

Accanto a queste forme di ricerca – che non sono soltanto tecnologiche, ma anche sociali ed economiche: andate a dare un’occhiata ai meccanismi elaborati da ATOTUS a Vezzano5 – c’è tutto il tema dell’impianto di destino finale. La situazione che stiamo vivendo – esaurimento dei siti di discarica; abitudini lente al cambiamento; l’inceneritore di Bolzano che fa resistenza e non vuole più i nostri rifiuti – impone di guardare a questa ipotesi con consapevolezza.

La Provincia, per questo, ha attivato un tavolo di approfondimento con l’Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler: “si può essere green”, osserva Chiara Lo Cicero, “anche prevedendo una tecnologia complessa per il trattamento dei rifiuti. Non si parla più di incenerimento, tecnologia vetusta, ma di produzione di idrogeno o biometano. Non è possibile prevedere solo la discarica e non ricorrere ad ulteriori trattamenti: abbiamo provato in questi ultimi anni e siamo assolutamente vittime di coloro che hanno gli impianti che servono a noi”.

Per fare tutto questo serve necessariamente una maggiore capacità di guidare questi processi: per il Trentino, questo ruolo dovrà essere assunto dalla Provincia, superando il sistema attuale – che prevede 12 gestori – per privilegiare la creazione di una cabina di regia unica capace di dare uniformità alla gestione, dalle tariffe alle regole della raccolta, dalla formazione all’informazione.

Un ruolo, quello del pubblico, che è di facilitazione e guida, non sostitutivo: serve l’insieme dei tre piani di lavoro – azioni individuali, pratiche collettive, politiche pubbliche – capace di generare una trasformazione di sguardo. “Se la cura diventasse il principio organizzativo di tutti gli stati del mondo, infatti, la disuguaglianza economica e le migrazioni di massa diminuirebbero e l’ingiustizia ambientale troverebbe rimedio grazie all’impegno reciproco alla cura del mondo. […] Per renderla realtà occorre contrastare e ripensare la nostra economia, a partire dal suo rifiuto della cura6.

Fonti

1. https://open.spotify.com/track/3YCiB91fQ6aGH3KkBEyriG?si=19885414466949c9 

2. https://www.ciclia.it/decreto-ronchi/ 

3. http://www.unirima.it/2018/07/06/scarti-lavorazione-cer-191212/

3.  http://www.eco.provincia.tn.it/ 

4. https://www.minambiente.it/pagina/i-criteri-ambientali-minimi 

5. https://www.atotus.it/ 

6. The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, 2021, p. 80.

Creativi, solidali e sostenibili: i Centri di Riuso in Italia

di Marianna Malpaga

Ciò che si può fare grazie al materiale del Centro di Riuso Creativo di Verona

Un Centro di Riuso è un’area che nasce con l’obiettivo di prolungare la vita degli oggetti prima che essi diventino “rifiuti”, nella convinzione che questi possano essere una risorsa e che non debbano essere scartati con estrema facilità, come il modello consumistico attuale ci suggerisce. Nella pratica, dei conferitori consegnano ai Centri di Riuso – che possono essere comunali o privati – il materiale di cui intendono “disfarsi”, che viene a sua volta prelevato, in un momento successivo, da parte di utenti che lo riutilizzeranno, consentendogli di vivere una “seconda vita”. 

“Vivila in 3D” vi racconta l’esperienza di due Centri di Riuso italiani, uno comunale e uno privato, attivi rispettivamente a Verona e a Riva del Garda: il Centro di Riuso Creativo e il Centro di Riuso REplus

CENTRO DI RIUSO CREATIVO ed ECOSPORTELLO (VERONA)

Un Centro di Riuso che apre alla creatività di ognuno… senza giudizi

Il Centro di Riuso Creativo di Verona apre i battenti nel novembre del 2011 e costituisce un unicum nel panorama veneto, ma anche all’interno dell’intero “cosmo” dei Centri di Riuso italiani, per la sua impronta culturale e pedagogica. È aperto il martedì e il giovedì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17.30, e riceve le donazioni a costo zero da parte di alcune aziende del territorio. Al Centro di Riuso Creativo non troverete, contrariamente a quanto potreste pensare, vestiti o libri usati. Le aziende, infatti, donano imballaggi e cartone, che il Centro di Riuso dà alle scuole e alle associazioni interessate a organizzare laboratori e atelier sul tema del riuso. 

L’ingresso del Centro di Riuso Creativo di Verona

“Ciò che ci interessa non è la quantità di rifiuti che risparmiamo, che è comunque trascurabile rispetto al totale di rifiuti prodotti in città”, spiega Loretta Castagna, coordinatrice del Centro di Riuso Creativo, che incontriamo assieme all’assessora all’ambiente del Comune di Verona, Ilaria Segala. “Ci importa piuttosto che passi un aspetto culturale e pedagogico, che è poi ciò che distingue il nostro Centro dagli altri. Con quel materiale, infatti, si possono fare molte cose. Questa è la convinzione che abbiamo cercato di promuovere all’interno degli asili nido e delle scuole materne, ma non solo”. 

Un approccio che vede protagonisti il bambino e la bambina che, con del materiale di scarto, riescono a creare tutto ciò che desiderano, senza condizionamenti di alcun tipo. Nelle scuole materne, ad esempio, il materiale fornito dal Centro di Riuso Creativo serve a organizzare alcuni laboratori ma anche ad arricchire i cosiddetti “angoli morbidi”, dove i bambini giocano in tutta libertà, senza che le maestre suggeriscano loro alcunché. 

“La nostra filosofia parte dal non-giudizio”, puntualizza Castagna. “Ognuno fa quello che si sente e che riesce a fare. Si tratta di un punto molto importante, specialmente per i bambini. Se si giudica, infatti, non si potenzia la creatività, ma si va a chiuderla. I nostri laboratori si chiamano proprio ‘Mettiti in gioco’, perché, a partire dal materiale donato dalle aziende, ognuno crea quello che riesce”. 

Nel 2011, quando il Centro di Riuso Creativo ha aperto i battenti a Verona, la pratica del riuso veniva vista con molta più diffidenza rispetto ad oggi. Si è partiti quindi con l’organizzare una serie di laboratori per gli adulti, tra i quali alcuni in collaborazione con un’associazione, Le Fate, che facilita l’integrazione di donne e famiglie straniere nel tessuto culturale e sociale della città di Verona. Un aspetto importante dei Centri di Riuso, infatti, è che riescono a far convivere l’attenzione alla sostenibilità ambientale con quella alla sostenibilità sociale ed economica, perché, come emerge da una ricerca condotta da Zero Waste Italy, in tutta Italia queste realtà creano centinaia di migliaia di posti di lavoro. All’interno del Centro di Riuso Creativo di Verona, in particolare, lavora un gruppo di persone “svantaggiate”, inserite grazie a un progetto dei Servizi sociali del Comune di Verona chiamato “Ria”. 

Si può dire che ci sia stato un cambiamento nel modo di percepire il riuso dal 2011 a oggi? “Rispetto alle insegnanti, sicuramente”, afferma Loretta Castagna. “Infatti, se all’inizio venivano al Centro per prendere una tovaglia o una tenda, adesso si presentano per prendere il materiale tattile. Certamente la sensibilità è cambiata: il riuso è entrato nelle scuole, che lo utilizzano come metodo di lavoro”. 

Uno dei giochi costruiti dall’Ecosportello

L’ecosportello: chi vuole essere “referente ecologico”?

L’ecosportello del Comune di Verona nasce prima del Centro di Riuso Creativo, tra il 2003 e il 2004, e cerca di promuovere un’educazione ambientale a 360 gradi, sia nelle scuole sia tra la popolazione.

“I bambini sono i nostri più grandi alleati”, dice sorridendo Loretta Castagna. “Nelle primarie siamo riusciti a far passare alcuni messaggi: i bambini adesso usano la borraccia e mangiano pochissime merendine. Circa il 44 per cento di loro, poi, viene a scuola a piedi o in bicicletta e spegne le luci della classe quando non serve che siano accese. Si tratta di pratiche molto semplici, ma comunque importanti”.

Sono nati anche i “referenti ecologici”, dei bambini che hanno il compito di misurare i comportamenti sostenibili – o meno – degli altri. 

L’ecosportello lavora anche sull’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Non si cerca di impartire un insegnamento sui 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, quanto piuttosto di mettere in luce il fatto che tutti gli Obiettivi sono collegati, lavorando sull’importanza della salute, del corretto smaltimento e del riuso dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’acqua… 

“Credo che la sensibilità sia aumentata molto anche tra i bambini”, aggiunge Castagna. La referente del Centro di Riuso Creativo spiega anche che ora è arrivato il momento di “fare un passo ulteriore”. “Non basta fare la raccolta differenziata”, dice. “Occorre diminuire i rifiuti, andare a scuola a piedi… Dobbiamo alzare l’asticella, mettiamola così”.

Non servono grandi gesti. Basta semplicemente misurare il cibo avanzato dopo un pranzo in mensa. “È una piccola cosa, ma scatena sempre grandi riflessioni nei bambini”, spiega Castagna. “Come facciamo a non buttar via cibo? Perché ci sono altri bambini che non ne hanno?”.

L’ecosportello ha organizzato anche alcune attività con i ragazzi e le ragazze delle medie, legate in particolare alla mobilità e all’uso della bicicletta in città. È stata creata un’applicazione, “Muoversi”, che sta all’interno di Verona Smart App. Grazie all’app, i ragazzi possono monitorare i loro spostamenti e, più vanno a piedi, più il loro punteggio aumenterà. Il 3 giugno ci sarà la premiazione di un concorso legato a questa applicazione e lanciato dalle scuole in collaborazione con l’ecosportello.  

I giochi costruiti dai bambini e dall’Ecosportello

CENTRO REPLUS di RIVA DEL GARDA

Ritorniamo ora in Trentino. È diversa dall’esperienza del Centro di Riuso Creativo di Verona, caratterizzato da un marcato aspetto pedagogico, la storia del Centro REplus di Riva del Garda, gestito dalla Cooperativa Sociale Garda2015. 

Il Centro ha aperto i battenti a ottobre del 2020, ma la storia della cooperativa parte nel 2015, con la fusione di due cooperative sociali che lavoravano nel settore delle pulizie e della manutenzione del verde. 

“Sono ambiti di cui ci occupiamo ancora, in realtà”, spiega Silvana Comperini, presidente di Garda2015. “Ma abbiamo aggiunto altre attività, legate alla custodia, al censimento dei rifiuti, al quale ci dedichiamo assieme alla Comunità di Valle, e al Centro di Riuso REplus”. 

Il Centro REplus si trova in via Baltera, 19; una zona un po’ decentrata di Riva del Garda, ma che tanti raggiungono grazie al passaparola che, piano piano, sta facendo crescere questa realtà. 

Cosa troverete a REplus…

Non solo abbigliamento, anzi. A REplus si vendono soprattutto libri e oggetti per la casa. Sono questi ultimi a essere apprezzati maggiormente dai cittadini e dalle cittadine. “Se parliamo di abbigliamento, sappiamo che ci sono tanti negozi che dispongono di merce nuova a prezzi bassissimi”, riflette Comperini quando le chiediamo come mai, secondo lei, l’abbigliamento di REplus riscuota meno “successo” rispetto agli altri oggetti in vendita. “Durante un anno passato in casa, poi, le persone probabilmente si sono dedicate di più alla cura degli ambienti interni, e l’abbigliamento che è stato più venduto è sicuramente quello sportivo, perché le uniche occasioni di uscita erano, appunto, quelle sportive”. 

A Replus si trovano, oltre a oggetti per la casa, libri ed abiti usati.

I prezzi della merce sono minimi: si va dai due euro per una maglietta ai cinque, dieci euro per un paio di pantaloni. “Si tratta di prezzi simbolici – dice Comperini – ma la nostra scelta è quella di dire: ‘Ogni pezzo ha un valore, per quanto piccolo’. Quindi, vogliamo che chi acquista lo faccia consapevolmente”. 

La merce che arriva a REplus è donata dai cittadini. “Raccogliamo un po’ di tutto, basta che sia in buono stato”, specifica Comperini. “Il nostro obiettivo, infatti, era sensibilizzare la popolazione rispetto alla donazione. Con il ricavato degli oggetti venduti riusciamo a finanziare le attività della cooperativa e, soprattutto, a sostenere una parte del costo del lavoro delle persone ‘svantaggiate’ che lavorano nel nostro centro”. 

Anche qui, infatti, la dimensione del riuso si fonde con quella sociale ed economica. “C’è una persona che da anni collabora con noi, inserita proprio nel Centro di Riuso”, spiega Comperini. “In questi mesi, poi, abbiamo aumentato la quantità delle persone occupate nella nostra cooperativa: abbiamo dei dipendenti che provengono da progetti come quello legato all’intervento 3.3.B e al Progettone”. 

Molte delle persone impiegate sono donne, che lavorano in sartoria e in lavanderia. La lavanderia, in particolare, nasce con l’intento di sistemare i capi donati dai cittadini prima che questi siano apposti sugli scaffali del negozio. “Da poco, invece, abbiamo attivato anche un servizio di sartoria e di stireria per i cittadini”, aggiunge Silvana Comperini. 

Alcuni giochi e libri per bambini in vendita al Centro REplus, che ha anche materiale per la casa

Riuso e circolarità… Come non pensare alle ruote di una bicicletta?

Due mesi fa ha aperto i battenti anche la ciclofficina della Cooperativa Garda2015. Se ne occupano un gruppo di volontari e un meccanico di professione. “Le amministrazioni comunali ci hanno donato, attraverso la polizia locale, delle bici dismesse che da anni nessuno richiedeva più e che erano state trovate in giro o rubate”, racconta Comperini. “Noi le risistemiamo e le mettiamo in vendita a dei prezzi molto contenuti. È un’attività che sta prendendo molto piede e che interessa tantissimo le persone, probabilmente anche perché la nostra zona si presta molto al movimento su due ruote. Finora abbiamo venduto 50 bici”. 

Per l’estate, la cooperativa Garda2015 sta pensando di organizzare – Covid permettendo – alcune serate dedicate al tema del riuso, ma anche allo sport, in particolare alla bicicletta, con il supporto di un volontario che ha allestito un museo della bicicletta. 

Una delle prime bici vendute nel Centro di Riuso REplus di Riva del Garda, che ha una ciclofficina

In conclusione… Perché vi abbiamo parlato proprio dei Centri di Riuso?

Perché riescono a coniugare le tre dimensioni della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica. Anche se i Centri di Riuso nascono anzitutto con l’obiettivo di rimettere in circolo i “rifiuti” – la motivazione ambientale, secondo la ricerca di Zero Waste Italy, pesa per il 51,2 per cento nella creazione di queste realtà – sono forti anche le ragioni sociali, perché questi Centri riescono a integrare persone che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini della società. Più o meno direttamente, poi, si instaura anche un buon rapporto con la sostenibilità economica, perché i Centri di Riuso creano un valore economico. Come si è visto, infatti, danno lavoro a un buon numero di persone. 

Nota: Alcune foto sono tratte dalle pagine Facebook del Centro di Riuso Creativo di Verona e di REplus. 

Da rifiuto a risorsa: esercizi di riprogettazione circolare

di Silvia Pedrazzoli

Riusalo! è il secondo macrotema della nostra campagna. Per aprire questo nuovo spazio di riflessione, approfondimento, immaginazione collettiva, parliamo di economia circolare e del modo in cui questa attraversa le tre dimensioni della sostenibilità – che ormai avete capito essere il il fil rouge del nostro progetto.

Partiamo dal nome stesso, diventato l’indicatore di un nuovo paradigma di produzione e consumo di beni e servizi che vengono utilizzati quotidianamente: economia circolare infatti indica uno spostamento netto rispetto al sistema di produzione e consumo ancora prevalente oggi, l’economia lineare. Quest’ultima infatti si basa su tre passaggi essenziali, linearmente ripetitivi: estrazione di risorse naturali, produzione volta a soddisfare una domanda, e infine lo scarto del prodotto, il momento in cui si pensa ad esso come ad un rifiuto. Ma lo è davvero?

Foto di George Becker da Pexels

L’idea di economia circolare prende come esempio “i sistemi viventi (biosistemi) naturali, che funzionano in modo ottimale perché ognuno dei loro elementi si inserisce bene nel complesso”(Commissione europea, 2014), contribuendo quindi ad un sistema rigenerativo

In quest’ottica non esistono né rifiuti né sprechi: ogni elemento contribuisce all’equilibrio del sistema nel quale è inserito, e in ogni suo momento di vita ha e apporta un valore fondamentale. Così, nella sua forma ideale, anche un sistema basato sull’economia circolare è un sistema nel quale non ci sono rifiuti, se non in minima parte: tutto viene mantenuto all’interno del sistema il più a lungo possibile e successivamente riesce ad essere reinserito all’interno di un ciclo di produzione. Come?

Partiamo dalle R su cui si basa l’economia circolare:

R di riduzione.

In un deliberato atto di riflessione, ci si dovrebbe chiedere sempre più spesso quali siano i nostri bisogni e come soddisfarli. Tutto quello che acquistiamo risponde ad un nostro bisogno reale?

R di riuso.

L’anima del nostro secondo macrotema: come poter riutilizzare gli oggetti che consideriamo “rifiuti”, o prossimi allo scarto? Allungare il ciclo di vita di ciò che consumiamo è di fondamentale importanza.

R di riparazione.

Nella società odierna, quando un bene si rompe si è spesso portatз a comprarlo di nuovo: per convenienza economica, mancanza di tempo, incapacità di ripararlo in modo autonomo o incapacità di trovare una persona specializzata nel farlo. Così facendo, però, non si fa altro che contribuire all’aumento di rifiuti prodotti.

R di rigenerazione.

Senza entrare in tecnicismi complessi: la rigenerazione di un oggetto consiste nel suo disassemblaggio, riparazione, pulizia al fine di poter essere  successivamente venduto con le stesse funzionalità e aspetto estetico di un prodotto nuovo.

R di riciclo.

Riciclare è un passaggio di fondamentale importanza all’interno di un’economia circolare. Senza le tecnologie adeguate per riciclare i materiali che sono stati prodotti, è impossibile pensare ad un loro effettivo reinserimento all’interno di un ciclo produttivo. 

R di riprogettazione.

Il momento fondamentale dal quale tutto inizia: la progettazione, il design di un determinato prodotto o servizio determina tutto il suo ciclo di vita. Non va solo ad indicare quanto sarà funzionale o efficiente, ma stabilisce anche come potrà essere disassemblato, recuperato, riciclato, una volta ‘gettato’.

Photo by Bernard Hermant on Unsplash

Che cosa significa economica circolare quindi?

Per provare a dare una definizione di economia circolare, ci affidiamo alle parole che la Commissione europea ha usato nel 2015, quando ha proposto il primo pacchetto di riforme legislative per rendere più circolare l’economia dell’UE: un’economia “in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo.”

La struttura proposta si fonda quindi su una serie di passaggi, tra cui si inseriscono le R, che sono ripensati per essere circolarmente ripetitivi. Il ciclo ha inizio con l’estrazione di risorse minerali, che rimarrà necessaria fino a quando il sistema/tecnologia non sarà in grado di riciclare la maggior parte dei materiali e fornire le cosiddette materie prime secondarie, diminuendo così la dipendenza dalle e lo sfruttamento delle risorse naturali, risorse che comunque non sono infinite. Come abbiamo già visto, un passaggio fondamentale è poi la progettazione, in questo caso si parla di ecodesign, quindi di una progettazione ecocompatibile che presti attenzione a come un prodotto possa avere il minor impatto ambientale durante tutto il suo ciclo di vita. Il ciclo prosegue con la produzione; distribuzione; consumo; riuso, riparazione, raccolta, rigenerazione; riciclo (che va a produrre quelle materie prime secondarie, “nuovi” materiali da poter reintrodurre nel ciclo produttivo). Nonostante questa struttura, alcuni rifiuti residui minimi verranno comunque prodotti.

E le tre dimensioni della sostenibilità?

Partiamo dalla dimensione ambientale, in particolare parlando di emergenza climatica. I fenomeni climatici a cui stiamo già assistendo derivano dall’aumento di gas climalteranti, o gas a effetto serra (come anidride carbonica, metano etc). L’effetto serra è un fenomeno che occorre naturalmente, senza il quale la vita sul nostro pianeta non sarebbe possibile. Ciò che però mette in pericolo l’esistenza della vita come noi la conosciamo oggi, è l’aumento esponenziale di questi gas derivato da azioni umane come l’utilizzo di combustibili fossili (principalmente carbone e petrolio), nella produzione industriale e agricola, e la loro emissione dall’allevamento e derivante dalla deforestazione. 

Arriviamo quindi al punto di incontro tra emergenza climatica ed economia circolare: la riduzione di gas climalteranti è possibile anche grazie all’aumento di pratiche circolari. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, l’economia circolare ha il potenziale di ridurre le emissioni di gas climalteranti per varie ragioni, tra cui, in breve: sviluppare filiere senza rifiuti e inquinamento e mantenere il valore dei prodotti e dei materiali il più a lungo possibile all’interno del ciclo (Ellen MacArthur Foundation, 2019).

È possibile affermare che “sono molti gli studi e i documenti che sottolineano la rilevanza del contributo dell’economia circolare all’abbattimento delle emissioni: raddoppiando l’attuale tasso di circolarità, a livello globale si taglierebbero ben 22,8 miliardi di tonnellate di gas serra”, come scritto nel 3° Rapporto sull’economia circolare in Italia, a cura del Circular Economy Network (Fondazione Sviluppo Sostenibile). 

Il Rapporto sottolinea gli aspetti necessari da considerare perché l’economia circolare sia protagonista della transizione verso la neutralità climatica:

  1. riduzione dell’utilizzo delle risorse
  2. allungamento dell’utilizzo delle risorse
  3. utilizzo di materie prime rigenerative (dove non solo i materiali hanno la necessità di essere rinnovabili, ma anche l’energia utilizzata dovrà provenire da una fonte rinnovabile)
  4. riutilizzo delle risorse (riciclo dei materiali e produzione di materie prime secondarie)

Considerando anche solo quanto delineato fino ad ora, si può già riconoscere l’enorme potenziale di questo modello: un’azione di mitigazione all’emergenza climatica, che di conseguenza avrebbe impatti positivi per la società tutta, sia in termini sociali che economici. È importante sottolineare che le persone maggiormente vulnerabili al cambiamento climatico sono le persone socialmente, economicamente, culturalmente, istituzionalmente marginalizzate (IPCC, 2014). Inoltre, è sempre più chiaro il collegamento tra emergenza climatica e perdita economica. Per quanto riguarda l’Italia, viene riportato che “l’aumento di un grado di temperatura, tra il 2009 e il 2018, ha determinato, per le imprese italiane, una riduzione media del 5,8 di fatturato e del 3,4% in redditività” (ASVIS, 2021).

Proviamo però ad immaginare gli impatti socio-economici dello sviluppo dell’economia circolare. Una trasformazione profonda, come quella auspicata, potrebbe portare ad un panorama diverso all’interno del mercato del lavoro. In particolare, i settori maggiormente interessati dalle ‘professioni circolari’ sono quelli legati al riciclo, all’organizzazione e selezione delle risorse, al settore della rigenerazione, alla produzione di materie prime secondarie, ma anche ruoli in settori creativi legati all’ecodesign, oppure nel settore delle tecnologia e digitalizzazione (Schröder, 2020; Circle Economy&Ehero, 2020, Circle Economy, 2020). Altri lavori sono legati alle tecniche agronomiche, per fare in modo che i campi da cui deriva il cibo che ci nutre siano sani perché coltivati senza pesticidi o con l’utilizzo di fertilizzanti organici. Altre professioni che conosciamo già bene, come quelle di insegnante o di adettǝ alle consegne, avranno un ruolo ‘indiretto’ nello sviluppo circolare: nel settore della formazione per sviluppare quelle nuove competenze necessarie ed infine, nel settore della logistica di ritorno (Circle Economy, 2020).

In una recente pubblicazione, la Commissione europea, basandosi su un altro studio, ha sostenuto che “l’applicazione dei principi dell’economia circolare nell’insieme dell’economia dell’UE potrebbe aumentarne il PIL di un ulteriore 0,5% entro il 2030, creando circa 700 000 nuovi posti di lavoro. Esiste un chiaro vantaggio commerciale anche per le singole imprese: le imprese manifatturiere dell’UE destinano in media circa il 40% della spesa all’acquisto di materiali, i modelli a ciclo chiuso possono pertanto incrementare la loro redditività, proteggendoli nel contempo dalle fluttuazioni dei prezzi delle risorse” (Unione Europea, 2020).

Tuttavia, questa trasformazione avrà degli impatti negativi sui settori legati all’estrazione di risorse naturali e produzione da materie prime. È dunque necessario che questa sia una transizione giusta: il nuovo sistema dovrà essere sostenibile per ambiente, economia, società – solo così potrà essere inclusivo nei confronti di tuttз. E perché ciò diventi realtà, saranno necessari, tra gli altri, processi partecipati, protezioni sociali, programmi di riqualificazione (Schröder, 2020; WEF, 2021).

Inoltre, secondo Circle Economy, sono tre i pilastri su cui il mercato del lavoro circolare dovrebbe basarsi: la formazione e la riqualificazione, necessarie per le nuove competenze richieste; lavori di qualità, con un compenso equo; un mercato del lavoro inclusivo, che fornisca delle opportunità a tuttз, in tutto il mondo. (Circle Economy, 2020)

Per concludere, vogliamo ricordarvi che “garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo” è l’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 dell’ONU. Dal breve e certamente non esaustivo approfondimento sull’economia circolare qui delineato, è evidente come l’applicazione di questo sistema potrebbe essere una via percorribile per il raggiungimento anche di altri Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e per fare in modo che quei futuri possibili che spesso vi invitiamo ad immaginare con noi, possano diventare la nostra realtà.

Riferimenti

ASVIS, Clima e finanza: +1 C° è costato -5,8% di fatturato alle imprese italiane, 2021 [Disponibile qui: https://asvis.it/goal13/notizie/460-9813/clima-e-finanza-1-c-e-costato-58-di-fatturato-alle-imprese-italiane-]

Circle Economy, Erasmus Happiness Economics Research Organisation (Ehero), Circular Jobs, Understanding Employment in the Circular Economy in the Netherlands, 2020 [Disponibile qui: https://www.circle-economy.com/resources/circular-jobs-understanding-employment-in-the-circular-economy-in-the-netherlands]

Circle Economy, Jobs & Skills in the Circular Economy: State Of Play And Future Pathways, 2020 [Disponibile qui: https://www.circle-economy.com/resources/jobs-skills-in-the-circular-economy-state-of-play-and-future-pathways]

Fondazione Sviluppo Sostenibile, Circular Economy Network, 3° Rapporto sull’economia circolare in Italia, 2021 [Disponibile qui: https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/3°-Rapporto-sulleconomia-circolare-in-Italia-2021.pdf]

Circular Economy Practitioner Guide https://www.ceguide.org/Strategies-and-examples/Make/Remanufacturing

Commissione europea, L’economia circolare. Collegare, generale e conservare il valore, 2014 [Disponibile qui: https://op.europa.eu/s/pcKE]   

Commissione Europea, Comunicazione Della Commissione Al Parlamento Europeo, Al Consiglio, Al Comitato Economico E Sociale Europeo E Al Comitato Delle Regioni – L’anello mancante – Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare, 2015 [Disponibile qui https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:8a8ef5e8-99a0-11e5-b3b7-01aa75ed71a1.0009.02/DOC_1&format=PDF]

David McGinty, 5 reasons to shift from a ‘throw-it-away’ consumption model to a ‘circular economy’, World Economic Forum (WEF), 2021 [Disponibile qui: https://www.weforum.org/agenda/2021/02/change-five-key-areas-circular-economy-sustainability/]

Ellen MacArthur Foundation, Completing The Picture: How The Circular Economy Tackles Climate Change, 2019 [Disponibile qui: https://www.ellenmacarthurfoundation.org/publications/completing-the-picture-climate-change]

Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), Climate Change 2014: Synthesis Report. Contribution of Working Groups I, II and III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change [Core Writing Team, R.K. Pachauri and L.A. Meyer (eds.)]. IPCC, Geneva, Switzerland, 151 pp., 2014 [Disponibile qui: https://www.ipcc.ch/report/ar5/syr/]

Patrick Schröder, Promoting a Just Transition to an Inclusive Circular Economy, Chatham House, the Royal Institute of International Affairs, 2020 [Disponibile qui: https://www.chathamhouse.org/2020/04/promoting-just-transition-inclusive-circular-economy]

Unione Europea, Piano d’azione per l’economia circolare. Per un’Europa più pulita e più competitiva, 2020 [Disponibile qui: https://op.europa.eu/s/pcr8]