Il cibo quello buono: socialmente, economicamente e ambientalmente parlando

di Giulia Bassetto. Riprese di Juan Torregrosa

Sinergia; resilienza; rispetto della tradizione contadina; ritmo naturale della Pachamama; movimento socio-politico; sguardo lungimirante e approccio olistico; risposta al cambiamento climatico

Se stessimo giocando alle parole crociate queste probabilmente sarebbero varie definizioni utilizzate per indovinare ‘agroecologia’. 

L’agroecologia non può infatti essere descritta da una singola parola o definizione in quanto racchiude in sé diversi settori e sfere; in primis il settore agroalimentare che viene circoscritto all’interno della sfera sociale, politica ed economica.

Se da un lato la definizione di agroecologia risulta essere molto estesa, dall’altro però il suo approccio è invece molto chiaro: favorire i fattori economici tanto quanto quelli ambientali e sociali, partendo dalla convinzione che il minimo cambiamento in una di queste tre sfere può sconvolgere l’intero sistema (agricolo e non solo). Approccio che noi, in Vivila in 3D, stiamo cercando di trasmettere e diffondere.

Una definizione

Non esiste un’unica definizione di agroecologia né tantomeno è un concetto nuovo: ce lo insegna infatti la tradizione contadina, particolarmente sentita nelle comunità latino americane, ricche della loro storia e cultura agraria.

Come ci spiega uno dei maggiori referenti dell’agroecologia, Miguel Altieri (agronomo e professore cileno), l’agroecologia va concepita come un ricco conglomerato di principi il cui obiettivo finale è quello di produrre in modo migliore senza pesticidi chimici, riducendo gli input esterni e gli impatti negativi ad ambiente e società (Altieri, 1995).

Il pensiero e l’approccio agroecologico seguono un pensiero circolare e olistico che cerca di arrivare alla radice del problema attraverso soluzioni non convenzionali derivate dalla conoscenza scientifica e dalle consapevolezze locali, evitando pratiche  di immediata applicazione, come i pesticidi. Questo perché ogni contesto è a sé stante, unico e specifico e non può dunque essere approcciato in maniera universale (Ecoportal.net, 2016). L’agroecologia ha una visione completa dell’ecosistema: unisce il sapere contadino al mondo accademico; la tradizione alla conoscenza scientifica; l’innovazione tecnologica al ritmo della terra nel rispetto della biodiversità.

L’evoluzione del modello agroecologico trova le sue radici nella storica necessità di esprimere una forma di resistenza al modello agricolo industriale ‘convenzionale’, trovando un modello alternativo all’odierno che si basa sulla semplificazione, l’industrializzazione, la monocultura e l’esportazione dei prodotti (Gliessman, 2017). 

Negli anni poi, l’agroecologia è stata declinata in quelli che oggi sono i suoi tre principali elementi: le pratiche, la scienza e il movimento sociale

Le pratiche più utilizzate, comprendono la rotazione delle colture, la diversificazione delle specie, l’uso di semi nativi e l’assenza totale di fertilizzanti chimici o pesticidi. L’agroecologia come scienza, invece, favorisce l’olismo, l’unicità di ogni terreno, la policoltura e, soprattutto, favorisce la produzione e le risorse locali (Altieri & Toledo, 2011) – in altre parole il KM0. Tra gli scopi di queste pratiche e di questa scienza troviamo quello di aumentare la biodiversità e la complessità totale del sistema agricolo, migliorando conseguentemente la sostenibilità e la resilienza del campo (Altieri & Toledo, 2011). Questo risulta evidente nei momenti di grande siccità o durante le inondazioni, quando, grazie all’enorme biodiversità e vivacità del terreno, la sopravvivenza della coltivazione è più probabile che in un campo seminato con una sola specie.

Il movimento agroecologico, invece, ha iniziato a svilupparsi nel contesto latinoamericano parallelamente ai movimenti ambientalisti internazionali dagli anni ’60 in poi. Dagli anni ‘90, il movimento si è espresso con l’obiettivo di diffondere un paradigma agricolo alternativo e rigenerativo che promuovesse la produzione alimentare familiare, locale o nazionale basata su conoscenze tradizionali, risorse locali ed energie rinnovabili (Altieri & Toledo, 2011:587). Una delle più forti espressioni del movimento è la Via Campesina, un movimento internazionale nato nel 1993 che riunisce milioni di piccoli e medi contadini, senza terra, donne e giovani rurali, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo. La forza della Via Campesina deriva principalmente dal senso di solidarietà e unità di questi gruppi che vedono nell’agroecologia l’espressione di una giustizia e dignità sociale che si oppone ai monopoli di industrie agroalimentari che favoriscono principalmente la sfera economica a quella sociale ed ambientale.

Ma lasciamo che Marco Tasin, agronomo e attuale produttore agroecologico trentino, ci racconti cosa significa agroecologia per i piccoli produttori locali, come tutto ciò tocca direttamente noi consumatori e consumatrici e cosa, nella sua ottica, andrebbe cambiato.

Marco Tasin ci racconta l’agroecologia e l’esperienza della CSA di Trento

Sovranità Alimentare

Dalle parole di Marco si evince il forte aspetto sociale di questo movimento che è intrinsecamente legato al concetto di sovranità alimentare, il cui alfiere più (comb)attivo è probabilmente La Via Campesina. Il concetto di sovranità alimentare parte dal presupposto che ogni individuo ha e deve avere il diritto di controllo sulle proprie scelte alimentari, dall’origine all’approvvigionamento del cibo, nel rispetto della diversità culturale e produttiva (La Via Campesina, 2013).

La sovranità alimentare viene invocata da coloro che si battono per riforme agrarie che aboliscono la produzione di OGM favorendo metodi sostenibili e rigenerativi, al fine di garantire anche ai senza terra l’accesso all’acqua, alla terra, ai semi e il diritto di proteggersi da importazioni di cibo a prezzi troppo bassi (Via Campesina, 2003). 

L’agroecologia e la sovranità alimentare vanno quindi mano nella mano nel cammino verso un sistema agroalimentare inclusivo e sostenibile, un sistema che ha il triplice vantaggio di cui vi parlavamo inizialmente: la resilienza creata dalle pratiche e dalla scienza agroecologica non si traduce solo in vantaggio ambientale, ma altresì in vantaggio economico e sociale.

Come? In primis perché, come ci ha spiegato Marco, anche durante le epoche climatiche sfavorevoli (sempre più frequenti a causa dei cambiamento climatico) viene garantita una, seppur minima, produzione. Il che significa non solo garantire un introito (economico) costante, ma anche saper rispondere meglio al cambio climatico. In secondo luogo perché i costi di produzione sono minori in quanto il produttore non è dipendente da prodotti esterni, come i pesticidi che, nella maggior parte dei casi, vanno comprati. Il terzo enorme vantaggio è quello sociale: la valorizzazione della tradizione contadina, le conoscenze esistenti, la creazione di reti e network di persone significa intrecciare un tessuto sociale estremamente tenace anche grazie al rapporto di fiducia tra i diversi produttori e poi tra loro e i consumatori.

Non ci resta allora che provare a scoprire queste piccole produzioni agroecologiche locali. Non solo per la loro attenzione al sociale e all’ambiente, ma anche perché i prodotti che coltivano sono veramente, veramente buoni! Parola di Vivila in 3D.

Per cambiare dobbiamo scegliere di perdere tempo?

di Emanuele Pastorino

“Non c’è soluzione al problema ambientale senza una redistribuzione che non sia solamente di denaro ma anche di tempo”: così ci ha detto Francesca Forno, quando l’abbiamo intervistata alcune settimane fa. “Il tempo è una risorsa molto importante: chi ha tempo e non necessariamente solo denaro può cambiare il suo stile di vita. Chi non ne ha e deve fare tre lavori non ha questa possibilità”.

Foto di Cats Coming da Pexels

In quanto risorsa, il tempo è a rischio: abbiamo già raccontato come il nostro sistema produttivo sia basato sull’estrazione e lo sfruttamento di risorse, siano esse persone, territori o materie prime. Da questo punto di vista, viviamo in un contesto sociale e culturale che è abituato a nutrirsi del tempo, un’erosione che ha come obiettivo il tempo libero,  quello riconosciuto e tutelato oggi grazie a lotte sindacali che hanno portato  alla conquista della giornata lavorativa di otto ore,  quello che una volta veniva chiamato otium – il tempo dell’inattività e della non redittività1.

Tempo come risorsa: oggi, però, viviamo un momento storico che sta rimescolando ancora una volta le carte. A fronte dell’orario di lavoro imposto per legge, sono nati nuovi meccanismi di sfruttamento come l’intensificazione dei ritmi lavorativi e l’intrusione del lavoro nella vita quotidiana. 

Foto di Mike van Schoonderwalt da Pexels

“Il paradosso è infatti che, sebbene il tempo a disposizione per le attività non produttive sia aumentato rispetto al passato, si è ormai innescato un processo irreversibile di accelerazione di ogni aspetto della nostra vita2 che lo assedia, lo distorce e lo trasforma nuovamente in tempo produttivo: durante gli ultimi quarant’anni abbiamo interiorizzato l’idea – allarmante – per cui non ci siano alternative al modello di sviluppo presente. Allo stesso tempo, abbiamo percepito di vivere (e, in parte, percepiamo ancora) in società assediate, ossessionate da minacce costruite a tavolino, una “società disciplinare”3 in cui l’individuo è portato in qualche modo ad obbedire sempre.

“Prima il dovere” e altre forzature

Oggi questa dimensione è cambiata ancora: iperattivз e ipernevroticз4, siamo immersi in una quotidianità intensissima dove si intrecciano, indistinguibili, una serie di atteggiamenti e di situazioni dalle quali fatichiamo ad emanciparci. Quella società fondata sulla disciplina ha lasciato spazio ad una fondata sulla “prestazione”: non è più tanto il “dover-fare” che ci spinge, quanto il “poter-fare”.

Progresso infinito, senza alternative, che pone nel “fare il proprio dovere” il fine ultimo di ogni individuo nella società. Questo quadro è quello che fa sì che “permettiamo che il lavoro assuma un ruolo così preponderante nelle nostre vite, credendo non solo che lavorare garantisca la nostra sussistenza e quella dei nostri cari, ma che avere un buon impiego significhi avere uno scopo, perseguire un obiettivo, fare qualcosa di buono per la società”5.

E, in questo contesto, emerge il tema della produzione e dei diversi modi che abbiamo di guardare ad essa: da una parte, quella che è diventata un nuovo principio organizzatore della vita, onnipresente e pervasiva, fatta di sfruttamento, svalutazione della cura, distruzione degli strumenti di welfare pensati per bilanciare i ritmi – i tempi – di vita delle persone.

Dall’altra, c’è un modo di produrre sostenibile e consapevole, che guarda alle risorse in modo ragionato, che concepisce il tempo anche al di là della sua natura produttiva: in questo senso, ci vengono in soccorso alcuni ragionamenti che, a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso, hanno attraversato il dibattito filosofico, politico e culturale, europeo ma non solo.

Al tempo produttivo è stato, da sempre, contrapposto un tempo diverso, quello riproduttivo, fatto di attività che, anche se non generano profitto, “[sono] comunque necessari[e] sia per la serenità dell’individuo (e quindi la sua efficienza sul luogo di lavoro) che per l’effettiva continuazione del sistema”6

Attività come l’amore, gli affetti, la noia, l’ozio7, lo svago: tutto quello che, insomma, non è produttivo. O, almeno, non lo è secondo criteri che privilegiano la quantità, il profitto, il consumo rispetto alle altre attività e qualità umane.

Il punto critico, però, si raggiunge nel momento in cui il lavoro – focus del tempo produttivo – si inizia a confondere con il tempo libero8. Se negli anni ‘50 Marcuse osservava come questa invasione generasse un ciclo continuo di mercificazione, in cui produciamo per consumare. Oggi questo schema è diventato molto più complesso: la mercificazione non è scomparsa, anzi è diventata via via più pervasiva, al punto che “le nostre vite si sono trasformate in progetti di cui siamo gli unici responsabili, sia che finiscano bene sia che falliscano”9 e, così, finiamo con lo sfruttare noi stessi.

Incuria di noi

In mezzo a questa trasformazione, abbiamo vissuto anni di “globalizzazione dei rapporti sociali fondati sul denaro”10: questa forma di relazione si rispecchia in un altro tratto caratteristico del nostro sistema di produzione, ossia l’incuria11. Bisogna fare attenzione: osservare questi tratti del nostro sistema non significa certamente rimpiangere i bei tempi andati (c’è un libricino di Michel Serres che racconta in modo ironico e preciso perché quella forma di nostalgia sia insensata12). Piuttosto “comporta ammettere la nostra reciproca interdipendenza, accettare le ambivalenze al cuore della cura, assicurare una redistribuzione egualitaria dei ruoli [e dei tempi, ndr] di cura e superare l’idea che si tratti di lavoro improduttivo”13.

Si tratta, ancora una volta, di fare una scelta: negli ultimi due anni abbiamo sperimentato attivamente cosa significhi “incuria”. La pandemia, da questo punto di vista, è stata un sintomo troppo evidente per essere ignorato. Almeno in teoria. 

Sì, perché in realtà già prima i segnali erano davanti ai nostri occhi ma, ad ogni alluvione, terremoto, incendio, ad ogni grado in più, ogni metro in meno di banchisa, ad ogni guerra scoppiata perché le risorse naturali sono sempre meno accessibili, abbiamo sempre trovato delle vie di fuga, osservazioni consolatorie che ci hanno assolto, di volta in volta, dall’idea che siano state le nostre scelte a determinare ciò che stava avvenendo.

Scelte che non riguardano il “solo” consumo: le nostre vite sono diventate dei progetti in costante aggiornamento e trasformazione e ciò che le caratterizza è la quantità di tempo, soverchiante, che dedichiamo al lavoro – e, quindi, a renderci produttori – rispetto ad ogni altra attività. “A cosa stiamo lavorando esattamente? Per cosa impieghiamo le nostre energie quando lavoriamo? Quale trasformazione del mondo com-portiamo con il lavoro che facciamo ogni giorno e in che quantità? Questa trasformazione è davvero necessaria? È desiderabile?”14: sono alcune delle domande che si fa Christophe Meierhans, artista impegnato in lotte per la giustizia sociale e climatica, domande anche queste non certo nuove ma che, ad ogni giro della storia, si pongono in maniera più forte.

Produrre/lavorare/consumare meno, ma farlo tuttз

Le Nazioni Unite, il 9 aprile 2020, hanno pubblicato un report sulla condizione femminile e l’impatto che la pandemia stava avendo nei confronti di donne e bambine. L’osservazione che ne emerge è amara: “la crisi globale del Covid-19 ha reso ben visibile il fatto che le economie formali mondiali e le nostre vite sono sorrette dal lavoro invisibile e non pagato di donne e bambine15.

Il rapporto Oxfam “Time to Care” pubblicato nel gennaio 2020 (e, quindi, senza considerazioni sulla pandemia che stava iniziando in quel momento), indica come non più rimandabile una profonda trasformazione dei nostri sistemi economici: la fotografia del report evidenzia come le disuguaglianze economiche crescano senza controllo, in un mondo dove 2153 miliardari possiedono più ricchezza e benessere che 4,6 miliardi di persone. 

Secondo il rapporto, adottare una prospettiva femminista è un passaggio fondamentale per ripensare il modello economico neoliberista. Partendo da questo punto di vista, è possibile “mettere in discussione ciò a cui diamo valore nella società e perché lo facciamo – chiedendoci il perché, ad esempio, nel nostro sistema produttivo abbia più valore aumentare i profitti dei super-ricchi o generare emissioni e gas serra rispetto a prendersi cura dei bambini, dei malati o degli anziani”16.

Foto di Akil Mazumder da Pexels

Il collegamento tra tempo, cura e il modo in cui concepiamo il nostro sistema produttivo non è certamente un fatto nuovo: in Italia (e in Trentino17), la legge che si occupa di conciliazione della vita familiare e di diritto alla cura regola anche i “tempi della città”18. L’intera legge è molto complessa ma due elementi, per quanto riguarda le regole che lo Stato ha deciso di darsi con riguardo al tempo, sono particolarmente interessanti: il primo, riguarda la scelta di adottare anche nel linguaggio della legge la distinzione tra tempi “di vita” e “di lavoro”. Oltre a essere un’espressione del linguaggio comune, indica la scelta di distinguere i due aspetti, di dare loro lo stesso valore, in un certo senso “uguale e contrario” visto che si escludono a vicenda.

L’altro aspetto interessante è lo scopo con cui vengono istituite le banche del tempo: questi strumenti, che in Italia risalgono al 1992 e che, quindi, non sono un’invenzione di questa legge, hanno come scopo quello di “promuovere un nuovo concetto di solidarietà sociale attraverso lo scambio di saperi e abilità, utilizzando il tempo, e non il denaro, come misura dello scambio e intervenendo nei bisogni quotidiani dei propri iscritti e/o soci”19.

Se non è un fatto nuovo, se a livello globale tutto fa pensare che non sia ancora maturo il tempo per dar vita ad una transizione verso un sistema produttivo meno predatorio, quello che la pandemia sta restituendo è una consapevolezza più diffusa rispetto al passato, che ridà invece valore al tempo, al di là del lavoro. “Durante il lockdown”, ci raccontava ancora Francesca Forno, “molte interviste per Nutrire Trento Fase 2 hanno fatto emergere come, avendo più tempo, le persone siano tornate a fare cose: una signora, in particolare, ha imparato a fare il pane ed è diventata brava. Oggi che sono ripresi i ritmi più normali, continua a fare il pane: una volta che ti reskilli (ossia impari nuove competenze), riesci ad incorporarla nelle pratiche della società accelerata. Certo, se decelerassimo sarebbe meglio”.

Si tratta, ancora una volta, di fare una scelta: anzi, di fare delle scelte. Non basta – non è mai bastata – l’azione individuale: “per risolvere il problema della crisi della cura, la soluzione è solo una: cambiare. Cambiare il sistema, cambiare i paradigmi del lavoro, del tempo, della condivisione dei ruoli e dei compiti”20

Individuale e collettivo, interdipendenti e consapevoli. Serve tempo e non è vero che non ne abbiamo: serve scegliere diversamente come viverlo.

Fonti

1. Davide Mazzocco, Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo, D Editore, Roma, 2019.

2. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario, Bompiani, Firenze, 2021, pp. 31-53.

3. Michel Foucault, La società disciplinare, Mimesis, Milano, 2010.

4. Byung-Chul Han, La società della stanchezza. Nuova edizione ampliata, nottetempo, Milano, 2020, p. 40.

5. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 37.

6. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 40.

7. Francesco Codello, Né obbedire né comandare. Lessico libertario, elèuthera, Milano, 2009, pp. 114-116.

8. Byung-Chul Han, La società della stanchezza, cit., pp. 47-53.

9. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 35.

10. Guillaume Duval, Disuguaglianza globale, in Alternatives Economiques, settembre 2000, in Internazionale extra | Genova 2001, estate 2021, p. 26.

11.  The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, Roma, 2021, pp. 17-33.

12. ​​Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, Torino, 2018.

13. The Care Collective, Manifesto della cura, cit., p. 33.

14. Christophe Meierhans, Non fare niente sarebbe già molto, perché l’umanità sta lavorando troppo, in cheFare, al link: https://www.che-fare.com/non-fare-niente-sarebbe-gia-molto-perche-lumanita-sta-lavorando-troppo/ 

15. UN Policy Brief, The Impact of COVID-19 on Women, 9 aprile 2020, p. 13, al link: https://www.unwomen.org/en/digital-library/publications/2020/04/policy-brief-the-impact-of-covid-19-on-women, traduzione personale

16. Oxfam, Time to Care. Unpaid and underpaid care work and the global inequality crisis, gennaio 2020, p. 26, al link: https://oxfamilibrary.openrepository.com/bitstream/handle/10546/620928/bp-time-to-care-inequality-200120-en.pdf, traduzione personale

17. https://www.consiglio.provincia.tn.it/leggi-e-archivi/codice-provinciale/Pages/legge.aspx?uid=22329 

18. Legge n. 53/2000 recante le “disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”.

19. https://www.italiachecambia.org/mappa/banche-del-tempo/ 

20. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 98.

Sostenibilità a…ruota libera!

di Gabriele Piamarta

Continuando a parlare di riuso, oggi portiamo l’esempio di Ruota Libera, un’associazione roveretana nata nel 2012. Questa realtà ci è stata raccontata da Michele Pedrotti, attuale presidente di Ruota Libera che ha deciso, su consiglio di una collega che conosceva il suo passato da ciclista e il suo amore per le bici, di far nascere qualcosa legato a questa sua passione.

Riciclofficina

E quel qualcosa nasce eccome, con la fondazione di Ruota Libera, che fa partire subito un grande progetto: la “Riciclofficina”, una vera e propria officina per sole biciclette. Fortunatamente Michele aveva già gran parte del materiale per aggiustare le bici, soprattutto grazie al lavoro di rete e ai contatti, così l’associazione riesce a partire con tutto il necessario e poche spese. Ormai, dopo quasi 10 anni di esistenza, le cose sono cambiate: ora la “Riciclofficina” ha  a disposizione due set completi per sistemare le bici e grandi quantità di materiali, nuovi e non.

Foto di Elissa Capelle Vaughn da Pixabay

Ma di che cosa si occupa ora la “Riciclofficina”? Si riparano bici, con la possibilità, almeno in bassa stagione, di assistere e aiutare nel sistemare il proprio mezzo. Ma non solo: si recuperano anche pezzi da biciclette usate, si organizzano laboratori aperti al pubblico per insegnare a prendersi cura e a fare piccoli interventi di manutenzione sul proprio mezzo e infine si crea anche un bel gruppo di persone con simili ideali e passioni.

Ma perché noi di Vivila in 3D, che abbiamo come stella polare la sostenibilità, che orienta tutti i nostri articoli, parliamo della Riciclofficina di Ruota Libera? Non solo perché parliamo di riuso, ma anche perché con il loro progetto sono un esempio di sostenibilità in tutte le sue tre dimensioni:

Sociale: Le persone che lavorano presso la “Riciclofficina” sono persone che erano in difficoltà e avevano bisogno di imparare un mestiere: questo per loro è solo un punto di partenza, visto che una volta imparato il mestiere e apprese le giuste competenze l’obiettivo è quello di reinserirsi nel mondo del lavoro (anche grazie ai tirocini formativi presso una delle aziende partner del progetto).

Ma non è tutto, infatti Via Calcinari 7 – dove si trova  la Riciclofficina – è anche un punto d’incontro, dove sì, porto la bici ad aggiustare, ma anche dove  passo per fare due chiacchiere e conoscere nuove persone.

Foto di Cord Allman da Pixabay

Ambientale: Come dice il nome, la “Riciclofficina” ha come punto cardine il riciclo, infatti se possibile favorisce il recupero delle bici che ormai non circolano più, e il riuso di ogni pezzo salvabile. Ovviamente però si mette  in primo piano la sicurezza del ciclista, perciò quando un pezzo è troppo usurato o comunque ha finito il suo ciclo di vita, c’è anche la possibilità di farselo montare nuovo; e come se non bastasse, l’officina promuove ovviamente l’uso della bici, il mezzo più sostenibile di tutti.

Economica: Esatto, infatti una parte in buone condizioni, recuperata da una vecchia bici, garantisce un buon pezzo a un minor prezzo.

Ruota Libera però non è solo la “Riciclofficina”. Vedendo nel settore della ristorazione un possibile sbocco lavorativo, un anno e mezzo fa, infatti, acquisisce una gastronomia, alla quale dà il nome di ”Fiori di Zucca”. L’intenzione è quella di formare delle persone come aiuto-cucina, per aiutarle a reinserirsi nel mondo del lavoro; purtroppo l’anno abbondante di pandemia li ha messi a dura prova, speriamo che ora vada tutto per il meglio… Anzi, basta sperare: se passate da Rovereto, fate un salto da “Fiori di Zucca”!!!

Il nostro rifiuto e il bisogno di guardare la realtà

di Emanuele Pastorino

Global Strike 2019 – Trento | Foto del Forum trentino per la pace e i diritti umani

Only way through is colonization

Acclimatization

Population exodus

Monetization

Civilization

The operation has begun

There is no Planet B

I King Gizzard cantano anche i nostri rifiuti. There is no Planet B1è una delle frasi che più risuonano nelle manifestazioni del 2019, quelle dei Fridays for Future e di Extinction Rebellion, e ben rappresenta il problema: “tra 400 anni, se qualcuno farà un buco ad Ischia Podetti, troverà i nostri rifiuti indecomposti come noi troviamo i reperti archeologici delle antiche civiltà”. A dircelo è Thomas Deavi, ingegnere ambientale e divulgatore che collabora come libero professionista con gli enti gestori del Trentino, per formare e informare la popolazione sulla corretta gestione dei rifiuti.

Discarica di Trento (Ischia Podetti) | Llorenzi, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Molto nella gestione dei rifiuti è cambiato, eppure viviamo in una costante crisi: “la difficoltà nel gestire questo passaggio è legata al fatto che il Trentino è un insieme di valli fatte a V, dove lo spazio a disposizione per stoccare rifiuti è minimo e dove lo sfruttabile è stato sfruttato (l’ultimo spazio era la discarica di Arco, anche quella ormai satura)”.

Dagli anni ‘80, quando in Trentino sono stati censiti più di 400 siti di deposito dei rifiuti, discariche più o meno formali, le cose sono molto cambiate: “attualmente, quei 400 posti sono diventati 1”, osserva ancora Thomas Deavi.

Foto di RitaE da Pixabay

Il contesto è molto mutato per mille ragioni: la sensibilità ecologista e le battaglie politiche hanno portato a trasformare le regole del gioco. Riduzione, riuso, riciclo sono diventati parte del ragionamento: siamo passati dal portare il 100% del rifiuto prodotto in discarica a introdurre limiti progressivi.

In Italia, l’anno cui guardare è il 1997, con l’entrata in vigore del decreto Ronchi2: abbiamo sviluppato sistemi di raccolta e intercettazione dei rifiuti sempre più precisi, capaci di togliere dalle discariche porzioni sempre più ampie di rifiuti, di attivare la raccolta differenziata, di renderla prassi.

Allo stesso tempo, però, diminuiva lo spazio dove lasciare questi rifiuti: “le discariche non sono infinite”, ci dice ancora Thomas, “per veicolare un’immagine che uso spesso in classe, ma anche nelle serate per gli adulti, è come se io avessi dello sporco in camera e per gestirlo in maniera corretta, lo mettessi sotto al tappeto. Questa è la discarica”.

Guardando ai dati del 2019 relativi ai rifiuti urbani, ci racconta Chiara Lo Cicero, referente dell’Unità organizzativa rifiuti e bonifica dei siti inquinati per la Provincia Autonoma di Trento, a fronte di 280mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Trentino, circa 213,5mila sono stati differenziati (75%). Un dato incoraggiante ma “i numeri possono dire tutto”, osserva la dott.ssa Lo Cicero. 

Gli ingombranti (9,7mila tonnellate) e lo spazzamento stradale (8,4mila, di cui circa 700 tonnellate vanno in discarica) coprono un’altra fetta della torta. 

“Gran parte del residuo (quasi 52mila tonnellate), di cui 13,4mila vanno all’inceneritore di Bolzano. Tutto il resto va in discarica. A questo resto dobbiamo aggiungere 11,5mila tonnellate di 191212 provenienti dalla raccolta differenziata”.

Quel codice – 1912123 – indica il residuo di lavorazione negli impianti dove viene portata la raccolta differenziata e in cui viene selezionata, separando il rifiuto differenziato correttamente dalle impurità. 191212 indica le impurità, e sono moltissime. “Ma non è tutto”, sottolinea la dott.ssa Lo Cicero “molte raccolte differenziate vanno fuori provincia e quindi non abbiamo intercettato i dati di questo 191212”.

La qualità del nostro rifiuto

“C’è un calcolo ben preciso definito a livello nazionale e su questo dobbiamo basarci” continua Chiara Lo Cicero, sottolineando come il problema sia che i calcoli, frutto della normativa nazionale a cui bisogna fare riferimento, sono esclusivamente basati su criteri quantitativi e non vanno ad indagare la qualità del rifiuto differenziato.

“Stiamo cercando di intercettare tutto quel rifiuto che, dagli impianti di selezione e trattamento, rientrano in discarica”, ci racconta, “e stiamo cercando di farli ritornare alla frazione d’origine (verso l’organico, la plastica o il vetro) e riconnetterli al gestore che li ha prodotti, decurtandoli per definire un indice di qualità della raccolta differenziata”.

“Negli imballaggi leggeri, oltre il 50% sono impurità”, ci dice ancora Thomas Deavi. “Ogni 100 chili buttati nel sacco azzurro, più della metà non doveva finire lì. Nel momento in cui arrivano nell’impianto di Lavis, dove avviene la selezione di quel rifiuto, i nostri sacchi azzurri vengono aperti e ci sono lavoratori e lavoratrici che separano i rifiuti, quello che non è plastica, non è acciaio, non è alluminio o non è tetrapack, o in generale non è imballaggio, va a finire in discarica come residuo di lavorazione”. È così che nasce il 191212.

“Invece che portare ad un vantaggio, anche economico (perché sotto al discorso dei rifiuti ci sono delle economie) diventa un costo” continua Deavi.

Azioni, pratiche, politiche: i tre piani di lavoro

Queste economie possono emergere e avere forza a fronte di un cambiamento di sguardo da parte di tutte e tutti: “il riuso deve essere posto al centro di una vera e propria riqualificazione culturale: oggi vediamo moltissime piattaforme (vinted; subito.it; ebay) che puntano e investono su un’economia del riuso” osserva Deavi. “Parallelamente, in Italia, ma non solo, c’è ancora l’idea – diffusa – per cui chi attinge al riuso lo faccia per questioni strettamente economiche: usato non è uguale a povero”.  

Trasformare il modo in cui guardiamo alle cose passa anche da pratiche collettive e politiche pubbliche che facilitino la trasformazione culturale, delle abitudini e degli stili di vita collettivi e individuali: sono tre i piani di lavoro – lo sappiamo – su cui concentrare un cambiamento così imponente. 

Le azioni individuali che devono essere più consapevoli, certo, ma che non possono che essere accompagnate da più informazione, più controlli, da scelte strategiche che facciano sì che a tutti i livelli della governance dei rifiuti convenga mantenere i cittadini e le cittadine informati e attenti a ciò che fanno quando creano rifiuti.

Sono gli altri due livelli, quelli senza i quali le azioni collettive, per quanto virtuose, non riescono ad avere l’impatto che speriamo: pratiche collettive e politiche pubbliche che mettano in campo scelte diverse. 

Tutti gli attori sono coinvolti” – osserva Chiara Lo Cicero – “e bisogna insistere molto su questo: noi lo stiamo facendo e verrà previsto dal Piano Rifiuti Urbani, direttamente o rinviando a documenti di integrazione che usciranno subito dopo”.

Per questo, ci racconta, nella rielaborazione del Piano Provinciale per i Rifiuti Urbani – un percorso già attivato e che dovrebbe arrivare ad una prima bozza entro il 31.12.2021 – sono state coinvolte fin da subito le categorie produttive: “anche le aziende producono rifiuti urbani”, osserva la dott.ssa Lo Cicero, “e poi tutte queste aziende sono interessate a questo sistema in qualità di stakeholder”, interessate a capire quali saranno le scelte e gli indirizzi dell’amministrazione nel prossimo futuro.

Ci fa anche alcuni esempi: “insisteremo sull’apertura di centri di riuso, strutture dove posso portare una bicicletta che non funziona più per farla riparare e rimetterla in circolazione, anziché portarla al CRM. Pubblicizzeremo i centri di riuso anche come CRM”.

Ma non solo: “Vogliamo revisionare i marchi provinciali” ci racconta ancora Lo Cicero, riferendosi agli ECO-marchi PAT, certificazioni elaborate dalla Provincia per attivare pratiche virtuose di sviluppo sostenibile3.

“ECOAcquisti, ECORistorazione, ECOEventi, puntando a Mercatini di Natale senza bidoni dell’immondizia, perché non servirebbero più grazie a bicchieri e tazze riutilizzabili, ed elaborando un criterio di assegnazione che tenga in considerazione questi marchi; Ecolabel, per il turismo, che è in corso di discussione con le APT allo scopo di sviluppare un turismo ecosostenibile del Trentino”.

Azioni puntuali e concrete ma anche di sistema: insieme alla pianificazione della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stata depotenziata moltissimo anche l’informazione ai cittadini

“Dopo la grande spinta di vent’anni fa per l’attivazione della raccolta differenziata” – osserva Chiara Lo Cicero – “non è stata più portata avanti l’informazione: il cittadino è tempestato, non capisce più niente, non sa più se seguire quello che legge nelle etichette o quello che legge sui giornali legati alle disfunzioni degli impianti. Questo genera una fortissima disinformazione”.

Sul piano locale, la nascita del Nucleo Operativo Interservizio (NOI) presso il Comune di Trento è stato un tentativo di mettere in comunicazione vari soggetti, dal Comune a Dolomiti Ambiente, dagli esercenti alla Polizia Urbana che ha attivato molti interventi che, osserva Thomas Deavi “sono, però, piccoli rispetto alla gestione della massa di rifiuti dei complessi edilizi più grandi e dove convivono cittadini con livelli informativi molto diversi”. 

Su questo osserva come si stiano sviluppando azioni parallele e preventive: “con ITEA, Dolomiti Ambiente e il Comune si è lavorato per formare questi cittadini in modo da far sì che ci siano dei ‘nuclei di abitanti’ di quei complessi abitativi in modo che formino un ‘comitato di accoglienza’ di prossimità per chi arriva a viverci e spiegare il senso e il funzionamento della raccolta”.

Sul piano provinciale, “l’APPA ha, per legge, il compito di informare”, osserva il dott. Deavi, “nel 2003 facevamo serate pubbliche, incontri nelle scuole, collaborazioni con i supermercati. I fondi, da allora, sono diminuiti dell’80%. A questa percentuale se ne collega un’altra: negli imballaggi leggeri, oggi, circa il 50% sono impurità che vanno a finire in discarica. 

Fare formazione, stabilire pratiche di questo tipo, è necessario per avere azioni dei singoli più consapevoli”. 

Informazione che deve essere veicolata dal pubblico, dagli enti gestori e dalle aziende che si occupano di rifiuti anche attraverso sistemi di sanzionamento e premialità che non guardino solo al/la cittadino/a ma anche a chi ha la responsabilità della raccolta e, al contempo, di informare correttamente sui modi in cui la differenziata va fatta. Per farlo, ci racconta ancora Chiara Lo Cicero, serve fare un’azione a ritroso, dall’impianto alla raccolta, che punti “sul potenziamento dell’informazione e sui maggiori controlli anche in quelle isole ecologiche di raccolta stradale, dove la gente butta tutto quello che vuole”. A tutto questo vanno affiancati sistemi di informazione integrata, sanzioni per i cittadini così come già esistono ma anche “sanzioni sulla frazione estranea per il gestore, che avrà interesse ad attivare un sistema informativo”, conclude la dott.ssa Lo Cicero.

Ridurre è l’unica via

Tutto quello che buttiamo via lo abbiamo comprato”: il concetto è molto semplice ma è attorno a questo che si gioca la partita dei rifiuti. 

“Quando vado nelle scuole” – ci racconta Deavi – “faccio ragionare su questo: i ragazzi, in classe, hanno dai 3 ai 5 bidoni (tra la classe e i corridoi). Il bidone della carta, degli imballaggi leggeri, dell’umido, del residuo. Nei corridoi c’è la raccolta delle pile. Faccio ragionare i ragazzi – che siano bambini delle elementari o ragazzi del liceo – sul fatto che loro sono abituati a differenziare: lo vedono in classe, lo vedono a casa, lo vedono a calcio, a pallavolo, nelle piscine eccetera. Trent’anni fa, quando io andavo al liceo, avevamo un cestino rotondo dove buttavamo tutto”.

Abbiamo detto che l’informazione – e la sensibilizzazione – delle persone passa soprattutto dalle abitudini che cambiano: Chiara Lo Cicero ce lo spiega bene e fa un esempio sul grande tema, quello della plastica.

Ci racconta che sono in corso di revisione e ripensamento i criteri ambientali minimi (CAM)4 che vengono utilizzati nelle gare pubbliche per i servizi e, in particolare, di quelli dedicati ai servizi di ristoro negli uffici pubblici, in particolare con riguardo ai distributori automatici. 

Nel fissarli, fino adesso non si è fatta attenzione al tema dei rifiuti: nel giro di due anni scadranno anche tutti gli appalti provinciali, ed è l’occasione per cambiare alcune abitudini.

“Ci siamo accorti che, per la riduzione del rifiuto, dobbiamo parlare anche di qualità” osserva Chiara Lo Cicero. “Il grosso problema è l’uso scorretto della plastica che porta alla produzione di ingenti quantità di rifiuto: moltissime regioni stanno facendo normative sulla plastic free. C’è la direttiva 904 che ha vietato l’utilizzo di plastiche monouso: la bozza di recepimento italiana, così come i CAM a livello nazionale, hanno recepito queste direttive con un’azione di sostanziale greenwashing”, ci spiega. 

“Se da una parte viene bandita la plastica viene anche concesso l’utilizzo di plastiche biodegradabili. Questo, a mio avviso, non è andare contro la riduzione del rifiuto, ma far passare il concetto che è meglio produrre un rifiuto costituito da bioplastica piuttosto che produrne uno di plastica”.

Le bioplastiche, dunque, se da un lato non riducono il rifiuto, dall’altro non riescono neanche ad essere biodegradate, come dovrebbero. Infatti la certificazione che viene data a queste bioplastiche che non è garanzia di biodegradabilità delle stesse. “La certificazione”, osserva, “è basata su esperimenti fatti in laboratorio, dove viene tutto sminuzzato sotto i 2 mm, e dove si riesce a degradare la plastica entro i 90 giorni a 55°, condizioni che non rispecchiano quelle che si trovano negli impianti. Nei nostri impianti – non quelli trentini: in tutti gli impianti – non funziona così” sottolinea Lo Cicero.

“A livello provinciale, gran parte della raccolta differenziata dell’organico va all’impianto di Cadino che non è un semplice impianto di compostaggio, ma ha una tecnologia integrata: un primo trattamento anaerobico, che fa una degradazione spinta del rifiuto e produce biogas (purificato poi in biometano utilizzato per i trasporti locali), ed un secondo trattamento aerobico che rappresenta il cosiddetto compostaggio. È un impianto all’avanguardia e anche questo impianto ha le sue difficoltà a trattare la bioplastica

Questo genera un problema enorme: proseguendo con politiche di sostanziale greenwashing si genera il paradosso per cui sono le persone più attente all’ambiente a metterlo maggiormente in pericolo. L’utilizzo delle bioplastiche, di fatto, non ha cambiato le abitudini delle persone ma ha comportato costi elevatissimi: per i singoli, visto che le bioplastiche costano molto di più che la plastica; per il pubblico.

Complice il calo di un’informazione univoca e chiara e l’incertezza sempre maggiore dettata dall’essere comunque sommersi di stimoli diversissimi, le persone stanno facendo sempre più fatica a differenziare bene: le impurità, di cui parlavamo prima, sono un costo anche in termini economici e non solo ambientali. 

“L’unica cosa possibile da fare – visto che sta peggiorando la qualità dell’organico – è stata quella di acquistare, per l’impianto provinciale di Cadino, 4 macchinari nuovi. 3 per togliere il ferro, di tutti i tipi: 8 anni fa la qualità era molto più buona, oggi troviamo lattine di tonno, contenitori della marmellata e molto altro. Il quarto macchinario, invece, per lo scodellame di plastica biodegradabile: “è un impianto che funziona come una lavastoviglie”, ci spiega la dott.ssa Lo Cicero. “Questa macchina le lava, ripulendole dall’organico, e separando la poltiglia – per reimmetterla in ciclo – dalle scodelle – che vengono asciugate, messe in un container e poi buttate in discarica”.

E su questo ritorna il tema delle abitudini da cambiare: “vogliamo arrivare al punto di fare la scelta coraggiosa di vietare in tutti i modi l’usa e getta nel contesto della Provincia di Trento” ci racconta Lo Cicero. “Dobbiamo riuscire a cambiare l’abitudine del cittadino: non può esserci più l’abitudine di bere un sorso d’acqua e buttare il bicchiere. Devo portarmi il bicchiere da casa, portarmi la tazza di ceramica e andare alla macchinetta con la mia tazza” ci spiega.

“Ci è stato fatto notare che in questo modo creeremo, in un primo tempo, diversi problemi all’utenza: sì. Quello che vogliamo fare è creare il problema in modo che l’utenza si crei la soluzione da sola: la prima volta magari resterà senza caffè; la seconda si porterà la tazza da casa” osserva Lo Cicero, e sottolinea “ci sarà anche la possibilità di avere tazze riutilizzabili, sanificabili, sottoposte a cauzione vicino alle macchinette: se voglio me la porto a casa, altrimenti la si può lasciare per essere sanificata”.

E nel frattempo?

Questi interventi hanno percorsi di medio-lungo termine per raggiungere risultati: e nel frattempo?

“Dobbiamo trovare modalità alternative di riutilizzo di questi scarti” osserva Chiara Lo Cicero “questa è la grossa sfida: trovare delle novità, cambiare abitudini. È la parte più difficile”.

Negli anni si è molto discussa l’opzione della soluzione tecnologica, con la proposta – risalente all’inizio degli anni 2000 – di realizzare un termovalorizzatore per Trento. Tema che sta ritornando: “la soluzione tecnologica ha il vantaggio” osserva Thomas Deavi “che metto dentro 100 m3 di rifiuto, mi ritrovo a dover smaltire, a dover trovare lo spazio per 10 m3 di ceneri”, pensando ad un normale termovalorizzatore e alle difficoltà, di cui abbiamo parlato, nel trovare spazi adeguati dove smaltire i nostri rifiuti.

Ma il punto è forse un altro: il tema dei rifiuti impone di guardare con estrema attenzione alla questione della ricerca e innovazione: “fino a poco tempo fa” ci racconta Chiara Lo Cicero “non sapevamo che il polverino dei pneumatici potesse essere usato nell’asfalto”. Oggi Salvadori ha sviluppato questo meccanismo.

Accanto a queste forme di ricerca – che non sono soltanto tecnologiche, ma anche sociali ed economiche: andate a dare un’occhiata ai meccanismi elaborati da ATOTUS a Vezzano5 – c’è tutto il tema dell’impianto di destino finale. La situazione che stiamo vivendo – esaurimento dei siti di discarica; abitudini lente al cambiamento; l’inceneritore di Bolzano che fa resistenza e non vuole più i nostri rifiuti – impone di guardare a questa ipotesi con consapevolezza.

La Provincia, per questo, ha attivato un tavolo di approfondimento con l’Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler: “si può essere green”, osserva Chiara Lo Cicero, “anche prevedendo una tecnologia complessa per il trattamento dei rifiuti. Non si parla più di incenerimento, tecnologia vetusta, ma di produzione di idrogeno o biometano. Non è possibile prevedere solo la discarica e non ricorrere ad ulteriori trattamenti: abbiamo provato in questi ultimi anni e siamo assolutamente vittime di coloro che hanno gli impianti che servono a noi”.

Per fare tutto questo serve necessariamente una maggiore capacità di guidare questi processi: per il Trentino, questo ruolo dovrà essere assunto dalla Provincia, superando il sistema attuale – che prevede 12 gestori – per privilegiare la creazione di una cabina di regia unica capace di dare uniformità alla gestione, dalle tariffe alle regole della raccolta, dalla formazione all’informazione.

Un ruolo, quello del pubblico, che è di facilitazione e guida, non sostitutivo: serve l’insieme dei tre piani di lavoro – azioni individuali, pratiche collettive, politiche pubbliche – capace di generare una trasformazione di sguardo. “Se la cura diventasse il principio organizzativo di tutti gli stati del mondo, infatti, la disuguaglianza economica e le migrazioni di massa diminuirebbero e l’ingiustizia ambientale troverebbe rimedio grazie all’impegno reciproco alla cura del mondo. […] Per renderla realtà occorre contrastare e ripensare la nostra economia, a partire dal suo rifiuto della cura6.

Fonti

1. https://open.spotify.com/track/3YCiB91fQ6aGH3KkBEyriG?si=19885414466949c9 

2. https://www.ciclia.it/decreto-ronchi/ 

3. http://www.unirima.it/2018/07/06/scarti-lavorazione-cer-191212/

3.  http://www.eco.provincia.tn.it/ 

4. https://www.minambiente.it/pagina/i-criteri-ambientali-minimi 

5. https://www.atotus.it/ 

6. The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, 2021, p. 80.

Comunità in dialogo: leggere le etichette come atto politico e collettivo

di Emanuele Pastorino e Silvia Pedrazzoli

Foto di Erik Scheel da Pexels.com

Cosa sapete di quello che sta dietro l’etichetta della verdura che mangiate ogni giorno? Come scegliete la piattaforma con cui farvi arrivare la cena a casa? Che diamine vuol dire gig economy? Cos’è l’agroecologia?

E, soprattutto, perché parlarne per spronare le persone a guardare dentro le etichette?

La lettura delle etichette – ma ormai lo avrete capito – è un gesto individuale che però ha la capacità di innescare processi intrinsecamente politici e collettivi: di questo, noi ne siamo sicurз.

Ecco, allora, che come altrз prima di noi, abbiamo deciso di prendervi per la gola

Tra i fondatori di questi gruppi (i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale -, ndr) c’è sempre stata l’idea per cui il cibo sia uno strumento per riattivare una partecipazione che non c’era più e che non riusciva a passare nei canali storici di mediazione della domanda” ci ha raccontato Francesca Forno, professoressa dell’Università di Trento ed esperta di movimenti sociali, in particolare legati al cibo.

Cibo, bene vitale.

Il cibo è un bene vitale sotto tanti punti di vista: se non serve spiegare il ruolo che ha nelle nostre tradizioni, quello su cui vale la pena concentrarsi è la sua capacità di mettere assieme relazioni, di far incontrare bisogni diversi e di dare loro una dimensione nuova, collettiva. Il cibo non solo è parte della nostra quotidianità, ma costituisce il simbolo del prendersi cura. 

Cibo e cura, cura e comunità: durante il primo lockdown, le azioni di cura della comunità legate al cibo si sono moltiplicate. Di più: sono state il gesto, spontaneo ed immediato, con cui le persone hanno reagito a quella crisi. Che poi, è anche questa crisi.

Insomma, se intrecciamo relazioni di cura, dove il nostro animo e la nostra azione si interessano in modo premuroso dell’altro – chiunque sia, questǝ altrǝ – allora le comunità che frequentiamo o in cui viviamo saranno curate.

Questo è uno dei significati che diamo all’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030, questo lo sguardo che vogliamo dare al rapporto tra cibo, comunità e cura. Con l’ottica dell’agire locale che guarda al contesto globale, abbiamo cercato esempi virtuosi, esperienze italiane e trentine, nate da bisogni diversi, ma che tendono a rendere più sostenibile la realtà che hanno attorno.

Cibo e cura, cura e comunità, comunità e lavoro: questi gli elementi da cui siamo partiti.

Diritti da costruire: cibo e lavoro.

Il lavoro posto al centro: questa la cifra distintiva del progetto Consegne Etiche promosso, a Bologna, dalla Fondazione Innovazione Urbana.

“Siamo partiti dal rispondere soprattutto alla questione lavorativa del rider. Quindi, partendo da quello, siamo arrivati a delle quote minime che dovevano essere garantite”. 

© Margherita Caprilli per Fondazione per l’Innovazione Urbana

A raccontarcelo è Chiara Sponza che, per la Fondazione, si occupa di design dei servizi, gestione progetti e prossimità. Tutto è partito nel primo lockdown, con un’assemblea pubblica tra alcuni commercianti che portavano avanti autonome reti di prossimità e i rider, in particolare grazie al coinvolgimento di Riders Union Bologna, il sindacato dei rider bolognesi che, nel 2019, ha portato alla creazione della prima Carta dei diritti dei lavoratori digitali, di quella gig economy che entra nelle nostre vite e che crea una voragine di sfruttamento e assenza di tutele. Da quel momento, sono partiti tavoli di coprogettazione: nasce un Manifesto che fissa 13 criteri condivisi e inizia a delineare il significato di “etiche”.

A partire da una prima assemblea pubblica (che coinvolgeva esercenti di prossimità e cooperative del territorio che avevano dovuto reinventare il proprio lavoro durante il lockdown, rider, ricercatori nel settore del cooperativismo di piattaforma, startup sensibili al tema della consegna e altre esperienze locali), è seguita una fase di coprogettazione in cui “abbiamo rilevato” – ci racconta Chiara – “che dovevamo garantire alla cooperativa, per ogni ora di lavoro del fattorino – quindi compresa di tutte le spese di contratto e tutto quello che ci sta attorno – € 25 + IVA […]. Questo garantisce appunto i costi di contratto, di tutela, di malattia, di tutto quanto più € 9 netti all’ora di salario”.

Non diverso il ragionamento alla base di Food4Me: da piazza San Nicolò, a Verona, nell’ottobre 2019, 8 rider riescono a fondare la prima cooperativa di rider in Italia. L’obiettivo? Quello di creare un “servizio che promette di essere più affidabile, eticamente responsabile e socialmente sostenibile nel tempo, sono questi i presupposti principali della cooperativa”, come racconta nel suo comunicato stampa ConfCooperative Verona (tra i partner a sostegno del progetto, assieme a CISL e Banca Etica), a ridosso dell’avvio del progetto.

A raccontarci di questa esperienza è Thomas Morbioli, uno dei rider fondatori: la “diversità” di Food4Me, così la definisce, è quella di essere più tutelati rispetto a quanto non avvenga con le grandi piattaforme: hanno un contratto con contributi, assicurazioni, diritti.

E su questa diversità insiste, sottolineando l’importanza del ruolo dell’occhio del consumatore, che dev’essere più attento su questi temi.

Il nostro occhio quindi può essere allenato a comprendere i fattori complessi della realtà, comprendere la sostenibilità o insostenibilità delle nostre azioni, per prenderci cura delle comunità a cui apparteniamo.

Ricerca per l’azione e composizione del conflitto.

Quest’occhio allenato non serve soltanto ad agire come individui, come consumatori consapevoli, ma anche a dar vita a processi capaci di accompagnare le trasformazioni delle città.

In questo senso, il conflitto è una materia prima su cui lavorare. “Con Consegne Etiche ci è andata bene, nel senso che abbiamo riscontrato più voglia poi di trasformare questo conflitto in una collaborazione che non su altri progetti”: Chiara Sponza ce lo dice sorridendo e ricordando che la Fondazione è nata “proprio per creare delle occasioni di dialogo tra il “basso” e l’amministrativo, diciamo”.

E “dialogo” è la parola da cui parte anche Francesca Forno, responsabile scientifica di Nutrire Trento.

“L’idea con cui nasce Nutrire Trento – ci racconta – è quella di aggregare queste istanze dal basso, che praticano l’alternativa, e di renderle visibili” e di farlo attraverso una ricerca per l’azione: “noi non guidiamo il processo – io non so dove andrà Nutrire Trento e non voglio neanche immaginarmelo. C’è una circolarità molto forte, tra pratiche e ricerca”.

Nutrire Trento è una “cerniera” tra città e Università, un tavolo di lavoro che raccoglie persone e sensibilità diverse. Partendo dalla mappatura di attori e luoghi della filiera corta con l’arrivo dell’emergenza sanitaria,, grazie al dialogo instaurato dal gruppo di lavoro,  è stato lanciato  Nutrire Trento #fase2, una risposta alla chiusura dei mercati e alle difficoltà di produttori/produttrici, così come di consumatori/consumatrici. 

Visto che le relazioni nutrono altre relazioni, è poi nata una Comunità che Supporta l’Agricoltura (CSA), un’esperienza che punta ad autosostenersi. “Dentro a Nutrire Trento c’è questo: persone diverse cercano di trovare delle comunanze ripensando i propri bisogni per indirizzarli verso obiettivi collettivi”, ci spiega Francesca Forno.

“All’inizio era molto forte, soprattutto tra gli agricoltori convenzionali – meno tra quelli biologici che avevano già intrapreso la via della transizione agroecologica – il tema della fatica, dell’impossibilità di rinunciare a certe pratiche perché la terra è bassa” – ci racconta ancora la prof.ssa Forno – “ogni attore, al Tavolo, inizialmente, aveva posizioni diverse di cui abbiamo tenuto conto riflettendoci assieme per pian piano sostituire i bisogni individuali con quelli collettivi, come quello di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ambientale e sociale. Un esercizio che possiamo chiamare deliberazione collettiva dei bisogni. L’obiettivo di Nutrire Trento è trovare assieme le soluzioni ai grandi problemi di oggi che sono problemi che ci riguardano tutti e che necessitano dell’impegno di ognuno di noi per essere risolti”. 

È la deliberazione collettiva dei bisogni il metodo cui Nutrire Trento guarda. Il Tavolo si configura infatti come uno “spazio intermedio” con l’obiettivo di ridare slancio alla partecipazione, sperimentando pratiche capaci di infilarsi tra le pieghe del sistema e trasformarlo. Questo è il filo rosso che unisce le storie che stiamo raccontando.

© Nutrire Trento

L’ultima, in ordine di tempo, sta nascendo ancora qui a Trento: è la Portineria de la Paix, uno spazio, un presidio permanente capace di dare risposte in rete, mappando le risorse della comunità. Ma non solo: la Portineria ha la volontà di esserci e di stare nella e con la comunità. Francesca De Pretis, la portinaia assunta nell’ambito del progetto, descrive questa cosa con chiarezza: “la Portineria è come un porto, un luogo di scambio di vite e di esperienze che ha la volontà di mantenere uno sguardo attento sulla comunità e su quello che avviene, in un movimento continuo – da fuori a dentro, da dentro a fuori”.

© La Portineria de la Paix

Lì, l’associazione La Chichera – uno dei partner del progetto guidato da A.P.S. Dulcamara, insieme ad Alchemica, due punti libreria e ARCI del Trentino – aggiungerà ancora un tassello, portando in questa altra forma di “spazio intermedio” il discorso legato al cibo: lo farà con iniziative ed eventi, rendendo visibile la dimensione di comunità che riguarda il cibo.

Bisogni, cibo, conflitto

Sì, ok, ma cosa c’entra tutto questo con la lettura delle etichette? 

Le quattro storie che abbiamo raccontato – che, per la verità, sono solo accenni – descrivono come i livelli di lettura e consapevolezza legati alle nostre abitudini di consumo siano moltissimi e stratificati. 

Leggere le etichette in modo più attento, dunque, non riguarda semplicemente avere un minor impatto sull’ambiente. Riguarda, in modo profondo, come si sta all’interno della società: “non si può risolvere la crisi ambientale senza la crisi sociale. Non c’è risoluzione alla crisi ambientale se non c’è redistribuzione”, ci spiega ancora Francesca Forno. 

Ambientale e sociale, correlati e interconnessi.

Leggere le etichette in modo consapevole non è soltanto una buona pratica individuale, un meccanismo per risparmiare o per impattare meno sull’ambiente: è un modo per prendere coscienza della necessità di cambiare le cose e della possibilità di farlo soltanto stando assieme, come collettivo. 

Un cambiamento “lento, soave e profondo”, prendendo in prestito le parole di Alex Langer, capace di durare.

Riferimenti

Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano

Comunicato stampa ConfCooperative Verona

Consegne Etiche

CSA Naturalmente dal Trentino. Agricoltura secondo natura

Fondazione Innovazione Urbana

Food4me Facebook

Food4me

Manifesto valoriale di Consegne Etiche

Mappa di Nutrire Trento

Nutrire Trento #fase2

Progetto Nutrire Trento

Propaganda Live, Puntata del 24 aprile 2020

Riders Union Bologna 

La sostenibilità economica: cerchio vs linea

di Marianna Malpaga

Se immaginiamo una bilancia, una a due bracci, di quelle che non si vedono più tanto spesso, possiamo comprendere la sostenibilità nelle sue tre dimensioni. La struttura rappresenta la sostenibilità ambientale mentre i due piatti, che vediamo in equilibrio, rappresentano la dimensione sociale e la dimensione economica.

La figura geometrica che rappresenta il nostro sistema economico è la linea. Il ciclo di vita degli oggetti, che inizia con l’estrazione delle materie prime, parte inesorabilmente tracciato. Si sa, insomma, come termina la loro esistenza: con lo scarto. A un certo punto, ci sembra infatti che essi abbiano smesso di svolgere la loro funzione e siano diventati inutili. 

Cosa c’entra questo con la sostenibilità economica?

Anzitutto, partiamo da una definizione: si può parlare di sostenibilità economica quando vengono messe in atto delle pratiche che supportano la crescita economica nel lungo periodo. Devono crescere prodotto interno lordo e occupazione. Ma c’è “un però”. Queste pratiche, infatti, non devono avere un impatto negativo sulla società e sull’ambiente: i beni e i servizi devono essere distribuiti equamente tra tutte e tutti e devono essere prodotti tenendo a mente i limiti che la Terra ci impone. In sintesi, non esiste sostenibilità economica senza sostenibilità sociale e ambientale. A suggerirlo è l’etimologia stessa della parola economia, che richiama il termine ecologia. Oikos, in greco, vuol dire casa, mentre il nomos è la norma, la legge. L’ economia, quindi, non è altro che l’insieme di leggi che regolano la nostra casa, la Terra; leggi che la società può indirizzare a seconda della sua sensibilità, e che sono il risultato di un processo politico, inteso come un percorso che porta a ragionare sulla vita della polis (città). 

Non si può fare un discorso sull’economia senza che esso non sia anche un ragionamento sull’ecologia, un logos (discorso) sulla nostra casa (oikos). 

Come la vogliamo, questa abitazione?

La pandemia ci ha costretto a fare i conti con un senso di precarietà e di fragilità. Ci siamo resi conto che il nostro modo di vivere non è sostenibile, e che l’economia lineare non riesce a rispondere ai bisogni che emergono nel nostro presente. Già da tempo, però, riecheggiavano le parole di chi sosteneva che, come noi, precaria e fragile è anche questa Terra che ogni giorno calpestiamo. 

Si è parlato tanto di cura, e tanto se ne parlerà. La cura, però, non è una linea, non concepisce lo scarto, fa attenzione al processo e a chi a questo processo è legato. Per questo, attraverso la campagna di sensibilizzazione Vivila in 3D, vorremmo cercare di raccontarvi cosa si nasconde dietro alcuni oggetti d’uso quotidiano e fornirvi piccole pillole che vi aiuteranno a costruire, assieme a noi, un modello di consumo basato su un’altra figura geometrica: il cerchio. L’economia circolare, infatti, contrappone alla cultura dello scarto la cultura della cura, che cerca di dare valore a un oggetto anche quando questo, a chi corre lungo binari lineari, pare aver esaurito la sua utilità. Concretamente, costruire un sistema economico circolare significa riutilizzare, riciclare, e dare nuova linfa a ogni cosa.