Comunità in dialogo: leggere le etichette come atto politico e collettivo

di Emanuele Pastorino e Silvia Pedrazzoli

Foto di Erik Scheel da Pexels.com

Cosa sapete di quello che sta dietro l’etichetta della verdura che mangiate ogni giorno? Come scegliete la piattaforma con cui farvi arrivare la cena a casa? Che diamine vuol dire gig economy? Cos’è l’agroecologia?

E, soprattutto, perché parlarne per spronare le persone a guardare dentro le etichette?

La lettura delle etichette – ma ormai lo avrete capito – è un gesto individuale che però ha la capacità di innescare processi intrinsecamente politici e collettivi: di questo, noi ne siamo sicurз.

Ecco, allora, che come altrз prima di noi, abbiamo deciso di prendervi per la gola

Tra i fondatori di questi gruppi (i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale -, ndr) c’è sempre stata l’idea per cui il cibo sia uno strumento per riattivare una partecipazione che non c’era più e che non riusciva a passare nei canali storici di mediazione della domanda” ci ha raccontato Francesca Forno, professoressa dell’Università di Trento ed esperta di movimenti sociali, in particolare legati al cibo.

Cibo, bene vitale.

Il cibo è un bene vitale sotto tanti punti di vista: se non serve spiegare il ruolo che ha nelle nostre tradizioni, quello su cui vale la pena concentrarsi è la sua capacità di mettere assieme relazioni, di far incontrare bisogni diversi e di dare loro una dimensione nuova, collettiva. Il cibo non solo è parte della nostra quotidianità, ma costituisce il simbolo del prendersi cura. 

Cibo e cura, cura e comunità: durante il primo lockdown, le azioni di cura della comunità legate al cibo si sono moltiplicate. Di più: sono state il gesto, spontaneo ed immediato, con cui le persone hanno reagito a quella crisi. Che poi, è anche questa crisi.

Insomma, se intrecciamo relazioni di cura, dove il nostro animo e la nostra azione si interessano in modo premuroso dell’altro – chiunque sia, questǝ altrǝ – allora le comunità che frequentiamo o in cui viviamo saranno curate.

Questo è uno dei significati che diamo all’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030, questo lo sguardo che vogliamo dare al rapporto tra cibo, comunità e cura. Con l’ottica dell’agire locale che guarda al contesto globale, abbiamo cercato esempi virtuosi, esperienze italiane e trentine, nate da bisogni diversi, ma che tendono a rendere più sostenibile la realtà che hanno attorno.

Cibo e cura, cura e comunità, comunità e lavoro: questi gli elementi da cui siamo partiti.

Diritti da costruire: cibo e lavoro.

Il lavoro posto al centro: questa la cifra distintiva del progetto Consegne Etiche promosso, a Bologna, dalla Fondazione Innovazione Urbana.

“Siamo partiti dal rispondere soprattutto alla questione lavorativa del rider. Quindi, partendo da quello, siamo arrivati a delle quote minime che dovevano essere garantite”. 

© Margherita Caprilli per Fondazione per l’Innovazione Urbana

A raccontarcelo è Chiara Sponza che, per la Fondazione, si occupa di design dei servizi, gestione progetti e prossimità. Tutto è partito nel primo lockdown, con un’assemblea pubblica tra alcuni commercianti che portavano avanti autonome reti di prossimità e i rider, in particolare grazie al coinvolgimento di Riders Union Bologna, il sindacato dei rider bolognesi che, nel 2019, ha portato alla creazione della prima Carta dei diritti dei lavoratori digitali, di quella gig economy che entra nelle nostre vite e che crea una voragine di sfruttamento e assenza di tutele. Da quel momento, sono partiti tavoli di coprogettazione: nasce un Manifesto che fissa 13 criteri condivisi e inizia a delineare il significato di “etiche”.

A partire da una prima assemblea pubblica (che coinvolgeva esercenti di prossimità e cooperative del territorio che avevano dovuto reinventare il proprio lavoro durante il lockdown, rider, ricercatori nel settore del cooperativismo di piattaforma, startup sensibili al tema della consegna e altre esperienze locali), è seguita una fase di coprogettazione in cui “abbiamo rilevato” – ci racconta Chiara – “che dovevamo garantire alla cooperativa, per ogni ora di lavoro del fattorino – quindi compresa di tutte le spese di contratto e tutto quello che ci sta attorno – € 25 + IVA […]. Questo garantisce appunto i costi di contratto, di tutela, di malattia, di tutto quanto più € 9 netti all’ora di salario”.

Non diverso il ragionamento alla base di Food4Me: da piazza San Nicolò, a Verona, nell’ottobre 2019, 8 rider riescono a fondare la prima cooperativa di rider in Italia. L’obiettivo? Quello di creare un “servizio che promette di essere più affidabile, eticamente responsabile e socialmente sostenibile nel tempo, sono questi i presupposti principali della cooperativa”, come racconta nel suo comunicato stampa ConfCooperative Verona (tra i partner a sostegno del progetto, assieme a CISL e Banca Etica), a ridosso dell’avvio del progetto.

A raccontarci di questa esperienza è Thomas Morbioli, uno dei rider fondatori: la “diversità” di Food4Me, così la definisce, è quella di essere più tutelati rispetto a quanto non avvenga con le grandi piattaforme: hanno un contratto con contributi, assicurazioni, diritti.

E su questa diversità insiste, sottolineando l’importanza del ruolo dell’occhio del consumatore, che dev’essere più attento su questi temi.

Il nostro occhio quindi può essere allenato a comprendere i fattori complessi della realtà, comprendere la sostenibilità o insostenibilità delle nostre azioni, per prenderci cura delle comunità a cui apparteniamo.

Ricerca per l’azione e composizione del conflitto.

Quest’occhio allenato non serve soltanto ad agire come individui, come consumatori consapevoli, ma anche a dar vita a processi capaci di accompagnare le trasformazioni delle città.

In questo senso, il conflitto è una materia prima su cui lavorare. “Con Consegne Etiche ci è andata bene, nel senso che abbiamo riscontrato più voglia poi di trasformare questo conflitto in una collaborazione che non su altri progetti”: Chiara Sponza ce lo dice sorridendo e ricordando che la Fondazione è nata “proprio per creare delle occasioni di dialogo tra il “basso” e l’amministrativo, diciamo”.

E “dialogo” è la parola da cui parte anche Francesca Forno, responsabile scientifica di Nutrire Trento.

“L’idea con cui nasce Nutrire Trento – ci racconta – è quella di aggregare queste istanze dal basso, che praticano l’alternativa, e di renderle visibili” e di farlo attraverso una ricerca per l’azione: “noi non guidiamo il processo – io non so dove andrà Nutrire Trento e non voglio neanche immaginarmelo. C’è una circolarità molto forte, tra pratiche e ricerca”.

Nutrire Trento è una “cerniera” tra città e Università, un tavolo di lavoro che raccoglie persone e sensibilità diverse. Partendo dalla mappatura di attori e luoghi della filiera corta con l’arrivo dell’emergenza sanitaria,, grazie al dialogo instaurato dal gruppo di lavoro,  è stato lanciato  Nutrire Trento #fase2, una risposta alla chiusura dei mercati e alle difficoltà di produttori/produttrici, così come di consumatori/consumatrici. 

Visto che le relazioni nutrono altre relazioni, è poi nata una Comunità che Supporta l’Agricoltura (CSA), un’esperienza che punta ad autosostenersi. “Dentro a Nutrire Trento c’è questo: persone diverse cercano di trovare delle comunanze ripensando i propri bisogni per indirizzarli verso obiettivi collettivi”, ci spiega Francesca Forno.

“All’inizio era molto forte, soprattutto tra gli agricoltori convenzionali – meno tra quelli biologici che avevano già intrapreso la via della transizione agroecologica – il tema della fatica, dell’impossibilità di rinunciare a certe pratiche perché la terra è bassa” – ci racconta ancora la prof.ssa Forno – “ogni attore, al Tavolo, inizialmente, aveva posizioni diverse di cui abbiamo tenuto conto riflettendoci assieme per pian piano sostituire i bisogni individuali con quelli collettivi, come quello di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ambientale e sociale. Un esercizio che possiamo chiamare deliberazione collettiva dei bisogni. L’obiettivo di Nutrire Trento è trovare assieme le soluzioni ai grandi problemi di oggi che sono problemi che ci riguardano tutti e che necessitano dell’impegno di ognuno di noi per essere risolti”. 

È la deliberazione collettiva dei bisogni il metodo cui Nutrire Trento guarda. Il Tavolo si configura infatti come uno “spazio intermedio” con l’obiettivo di ridare slancio alla partecipazione, sperimentando pratiche capaci di infilarsi tra le pieghe del sistema e trasformarlo. Questo è il filo rosso che unisce le storie che stiamo raccontando.

© Nutrire Trento

L’ultima, in ordine di tempo, sta nascendo ancora qui a Trento: è la Portineria de la Paix, uno spazio, un presidio permanente capace di dare risposte in rete, mappando le risorse della comunità. Ma non solo: la Portineria ha la volontà di esserci e di stare nella e con la comunità. Francesca De Pretis, la portinaia assunta nell’ambito del progetto, descrive questa cosa con chiarezza: “la Portineria è come un porto, un luogo di scambio di vite e di esperienze che ha la volontà di mantenere uno sguardo attento sulla comunità e su quello che avviene, in un movimento continuo – da fuori a dentro, da dentro a fuori”.

© La Portineria de la Paix

Lì, l’associazione La Chichera – uno dei partner del progetto guidato da A.P.S. Dulcamara, insieme ad Alchemica, due punti libreria e ARCI del Trentino – aggiungerà ancora un tassello, portando in questa altra forma di “spazio intermedio” il discorso legato al cibo: lo farà con iniziative ed eventi, rendendo visibile la dimensione di comunità che riguarda il cibo.

Bisogni, cibo, conflitto

Sì, ok, ma cosa c’entra tutto questo con la lettura delle etichette? 

Le quattro storie che abbiamo raccontato – che, per la verità, sono solo accenni – descrivono come i livelli di lettura e consapevolezza legati alle nostre abitudini di consumo siano moltissimi e stratificati. 

Leggere le etichette in modo più attento, dunque, non riguarda semplicemente avere un minor impatto sull’ambiente. Riguarda, in modo profondo, come si sta all’interno della società: “non si può risolvere la crisi ambientale senza la crisi sociale. Non c’è risoluzione alla crisi ambientale se non c’è redistribuzione”, ci spiega ancora Francesca Forno. 

Ambientale e sociale, correlati e interconnessi.

Leggere le etichette in modo consapevole non è soltanto una buona pratica individuale, un meccanismo per risparmiare o per impattare meno sull’ambiente: è un modo per prendere coscienza della necessità di cambiare le cose e della possibilità di farlo soltanto stando assieme, come collettivo. 

Un cambiamento “lento, soave e profondo”, prendendo in prestito le parole di Alex Langer, capace di durare.

Riferimenti

Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano

Comunicato stampa ConfCooperative Verona

Consegne Etiche

CSA Naturalmente dal Trentino. Agricoltura secondo natura

Fondazione Innovazione Urbana

Food4me Facebook

Food4me

Manifesto valoriale di Consegne Etiche

Mappa di Nutrire Trento

Nutrire Trento #fase2

Progetto Nutrire Trento

Propaganda Live, Puntata del 24 aprile 2020

Riders Union Bologna 

Una società sostenibile

di Giacomo Oxoli

Se immaginiamo una bilancia, una a due bracci, di quelle che non si vedono più tanto spesso, possiamo comprendere la sostenibilità nelle sue tre dimensioni. La struttura rappresenta la sostenibilità ambientale mentre i due piatti, che vediamo in equilibrio, rappresentano la dimensione sociale e la dimensione economica.

Quando parliamo del piatto che rappresenta la sostenibilità sociale ci riferiamo alla capacità di garantire equità nell’accesso ai beni e a condizioni di benessere per tutte le persone. 

Dalle molte definizioni accademiche riguardanti il termine emerge che la sostenibilità sociale è il fattore che misura la qualità della società. Una società sostenibile è quella che raggiunge un livello equo di omogeneità e coesione sociale costruito attraverso una distribuzione equa del reddito e un sistema lavorativo che consenta l’accesso a mezzi di sussistenza dignitosi. Una società sostenibile non si basa solo su un equo accesso alle risorse e ai servizi primari, ma anche sul rispetto dei diritti umani, civili, politici e culturali delle persone in un’ottica di giustizia sociale, dove la lotta alle disuguaglianze e il rispetto della dignità umana si sostituiscono a logiche di  sfruttamento e condizioni lavorative pessime. Una società sostenibile apre il processo decisionale creando un tipo di governance aperta e democratica attraverso assemblee cittadine e comitati di quartiere per rendere concreta una partecipazione collettiva delle persone alle decisioni importanti sull’ambiente con cui si convive.

La sostenibilità sociale, secondo la ricostruzione del concetto da parte di due ricercatori, Lee e Jung, è sempre stata la dimensione meno importante dello sviluppo sostenibile fino alla fine del millennio. Dal 2000 fino ai giorni nostri, il concetto è diventato uno dei pilastri o, come ci piace chiamarlo, una dimensione dello sviluppo sostenibile.

Troviamo i primi accenni alla sostenibilità sociale già qualche secolo fa nelle parole di Malthus (1789). Egli affermava che la crescita esponenziale della popolazione e le sue esigenze di consumo non erano compatibili con le risorse della Terra, le quali erano le uniche a garantire sostegno vitale alla società umana. Tuttavia il concetto di sostenibilità sociale è cambiato con il tempo: se nel Rapporto Brundtland (1987) ci si riferiva alla riduzione dei divari salariali e alla diminuzione della fame del mondo, qualche anno dopo, alla Conferenza di Rio (1992), si parlava di miglioramento della vita, di partecipazione delle popolazioni locali allo sviluppo delle proprie aree, di giustizia sociale intergenerazionale. Successivamente sono stati aggiunti alcuni temi come la possibilità di costruirsi un futuro da parte dei singoli. Lo sviluppo e la realizzazione personale, infatti, sono strettamente collegate alla società e all’ambiente in cui si vive: non esiste uno sviluppo sostenibile se non vengono date a tutte e a tutti le stesse possibilità di realizzazione. Inoltre, non sarà possibile una società sostenibile o uno sviluppo concependo il singolo come entità distaccata dagli altri esseri viventi che lo circondano. Questo concetto è stato esposto anche da Papa Francesco nell’enciclica Laudato sì’, portando all’attenzione il concetto di ecologia integrale, ovvero un approccio che restituisce dignità agli esclusi prendendosi cura della natura. 

Per concludere, la sostenibilità sociale è: 

  • Uguaglianza anziché disuguaglianze.
  • Tutela al posto di discriminazione.
  • Coesione e non disgregazione. 
  • Distribuzione equa invece di profitto privato. 
  • Partecipazione collettiva e non più decisioni dall’alto verso il basso.
  • Benessere collettivo, rispetto per le risorse naturali ed economiche. 

Tutto questo sta a indicare un concetto non facilmente intuibile ma che milioni di giovani stanno portando nelle piazze, nelle case, nelle strade, anche quelle della tua città o paese: “Non esiste giustizia climatica senza una giustizia sociale!” (Climate Justice is Social Justice). Non potrà mai esserci una società sostenibile se non tiene conto del benessere di tutti gli esseri umani e viventi con cui convive. 

Fonti

McGuinn et al., Social sustainability, Study for the Committee on Employment and Social Affairs, Policy Department for Economic, Scientific and Quality of Life Policies, European Parliament, Luxembourg, 2020.

http://www.obiettivomeno.it/blog/servizi/sostenibilita-sociale/