Come leggere un’etichetta

di Gabriele Piamarta

Eccoci qua a parlare di un argomento del quale si pensa sempre di saperne abbastanza, sbagliando. Oggi proviamo insieme a fare un po’ di chiarezza generale.

Se non si fosse capito dal titolo, oggi concludiamo il primo macrotema della nostra campagna parlando di etichette, in particolare di etichette di vestiti. Ne parleremo affrontando tre punti:

1.      Cosa devo guardare quando sono in negozio?

2.      Come lavare correttamente un capo?

3.      E, infine, come smaltirlo?

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1.  Premessa: ove possibile, è sempre meglio scegliere vestiti di seconda mano, o perlomeno comprare solo quando è necessario, cercando di far durare i propri indumenti.

Detto ciò, ora possiamo iniziare. Immaginiamo di essere in un negozio: la prima cosa importante è non rimanere sotto choc per l’impatto che ci provoca ciò che troviamo davanti a noi: una scelta tra centinaia di capi di diversa marca, materiale, colore e tipologia.

Ed ora sorge la domanda fondamentale del mondo della moda, che mette in crisi filosofi e luminari:

scelgo solo in base ai gusti estetici e alle marche o anche in base ad altri fattori?

Noi oggi siamo qui per spezzare una lancia a favore dei cosiddetti “altri fattori”,  eccovi due dati che vi faranno capire perchè.

Dopo il settore petrolifero che, per ovvie ragioni, si aggiudica tristemente il primo posto nella classifica dei settori più inquinanti, indovinate quale settore si piazza al secondo posto? Eh già, proprio quello della moda! Pensate che per produrre un paio di jeans si utilizza un quantitativo di acqua pari al fabbisogno idrico per “100 giorni di vita di una persona che vive in Occidente e quello di un anno di una persona che vive nel sud Sahara.”

“Se la produzione annuale di abiti dovesse continuare a crescere alla  velocità attuale, si arriverà a produrre 160 miliardi di tonnellate di abiti per il 2050. Più di tre volte dell’attuale volume di produzione. Per produrre queste quantità verranno utilizzati 300 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili.” (Asvis)

Ma non è tutto: secondo uno studio dell’Unione Europea, circa l’8% delle patologie dermatologiche è dovuto alla bassa qualità degli indumenti che indossiamo giornalmente.

Oggi, però, non siamo qui per lamentarci, bensì per trovare alternative, perciò torniamo alla domanda del paragrafo: “Cosa guardare quando siamo in negozio?”. 

Per prima cosa, diffidate della moda low cost: se una maglietta ha un costo troppo basso è sinonimo di materiali di scarsa qualità (pericolosa per la pelle, e di facile scarto perchè poco durevole) e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici.

Come seconda cosa, molto importante, guardate il materiale, e se possibile evitate i materiali sintetici, sia per discorsi dermatologici che ecologici. Puntate sui materiali naturali; quello che va per la maggiore è il cotone. Cotone che purtroppo ha parecchi punti a sfavore, come l’elevato uso di pesticidi e l’enorme consumo di acqua.

Ora la domanda sorge spontanea: 

Ma se le fibre plastiche non vanno bene, e ora nemmeno il cotone è green, cosa possiamo acquistare?”

Domanda più che legittima, direi. Per fortuna negli ultimi anni  troviamo parecchie alternative più ecologiche: il cotone organico (che utilizza fino alla metà dell’acqua rispetto al cotone classico), la canapa e il lino, ormai utilizzati anche da alcuni grandi marchi. Ci sono infine tessuti meno usati, ma super ecologici come il bamboo, l’eucalipto, la seta ecologica e molti altri.

2. Ed eccoci ad un altro argomento molto delicato: il lavaggio. Direte voi:

“Il lavaggio? E cosa c’entra il lavaggio dei vestiti con la sostenibilità?” 

Beh, c’entra molto in realtà.

Prima di tutto mettiamo in chiaro una cosa: 

lavare i vestiti in modo corretto = durata maggiore dei capi. 

Ma non è tutto. Come precedentemente detto, sarebbe auspicabile che comprassimo e utilizzassimo solo prodotti naturali, ma sappiamo bene che praticamente ognuno di noi ha dei prodotti sintetici in casa, comprati per convenienza, disattenzione o semplicemente per necessità (l’abbigliamento tecnico e sportivo ne è un esempio). Perché lo sto dicendo? Perché purtroppo ad ogni lavaggio di abiti sintetici viene rilasciata una significativa quantità di microplastiche, che essendo per l’appunto, “micro”, non vengono fermate dai filtri e finiscono nei corsi d’acqua, ed infine in mare. Fortunatamente, però, nel 2021 l’ingegno umano continua  a sorprenderci: da qualche anno sono stati inventati dei fantastici sacchetti che, una volta riempiti con i vostri vestiti, non permetteranno la fuoriuscita di microplastiche. Le particelle di plastica dei vestiti sintetici, però, sono solo uno dei fattori inquinanti derivanti da un lavaggio tradizionale. Infatti, proviamo a pensare alle quantità di agenti chimici che vengono introdotti nelle acque reflue grazie all’uso di detersivi ed ammorbidenti. Questi prodotti contengono tensioattivi, perlopiù derivanti dal petrolio, che aumentano la penetrabilità degli agenti chimici negli organismi, danneggiando più facilmente la flora e la fauna acquatica. Ma ecco che, ancora una volta, si è trovata una soluzione al problema: perchè non utilizziamo un dispositivo ad ossigeno attivo? Un’azienda vicentina ha saputo fare dell’ozono il miglior disinfettante in circolazione, limitando l’utilizzo di acqua, elettricità, e riducendo drasticamente l’emissione di agenti chimici nell’ambiente. Il lavaggio tradizionale può essere ora più sostenibile, grazie ad un piccolo strumento, che, una volta connesso alla lavatrice, laverà e sanificherà gli indumenti con acqua fredda arricchita di ozono, ioni d’argento e raggi UV, evitando dunque l’utilizzo di detersivi inquinanti e talvolta irritanti.

3.  Dulcis in fundo, eccoci arrivati allo smaltimento dei rifiuti. Cosa fare quando non si usa più un vestito? 

Beh, in primis, meglio pensarci bene prima di buttarlo. Infatti, la scelta più ecologica sarebbe quella di tenersi i propri indumenti. Capiamo però la necessità di ricambio, perciò torniamo alla domanda: “come smaltire i vestiti?

Per rispondere a questo quesito bisogna suddividere gli indumenti in due categorie, quello in buono stato che può ancora essere messo, e quello che ormai non può più essere indossato.

Nel primo caso la scelta più indicata è quella di evitare di buttarlo, ma anzi garantire una nuova vita al proprio indumento. Questo si può fare in vari modi: regalando il capo ai parenti o agli amici, partecipando agli swap party, oppure portandolo ai vari mercatini dell’usato.

Tutto un altro discorso è invece se si parla di vestiti inutilizzabili, dai quali avete già recuperato tutto il salvabile (bottoni, cerniere, ricami).  Per questi non ci sono tante alternative e, a meno che non siate fortunati/e e conosciate persone  o organizzazioni che si occupano di riciclare tessuti, la strada è una sola: i cassonetti gialli dedicati. Attenzione però alle regole, perché in alcuni luoghi si accettano solo abiti in buono stato.

Enrico Marchi CC BY-NC-SA 2.0

“ma che fine fanno dopo?”

Una volta riposti nei cassonetti, la responsabilità è del Comune, che  se in buono stato, li distribuisce a delle cooperative, perché venga recuperato quanto più materiale  possibile. Tutti i vestiti inutilizzabili invece finiscono se va bene per essere venduti a ditte che li trasformano in imbottiture, altrimenti nell’inceneritore.

Come potrete immaginare quest’ultima non è un’ipotesi che ci piace, ma, ad oggi non siamo ancora riusciti a trovare delle valide alternative, perciò tu, lettore o lettrice, conosci delle proposte migliori? In primis per allungare la vita degli abiti che indossi, e poi che idea sostenibile ci proponi per quanto riguarda i vestiti da buttare via?

Fonti

https://asvis.it/goal12/articoli/461-5207/lindustria-della-moda-ed-il-difficile-raggiungimento-degli-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile

https://www.laleggepertutti.it/242652_quali-tessuti-causano-dermatiti-e-problemi-alla-pelle

Il Mozambico nella morsa della “maledizione delle risorse”

di Marianna Malpaga

© Gianpaolo Galileo Rama del Consorzio Associazioni con il Mozambico

Abbiamo scelto di parlare del conflitto di Cabo Delgado perché, oltre ad essere un tema di stringente attualità, ci consente di presentare alcuni concetti chiave che emergeranno nella prima fase della campagna di sensibilizzazione Vivila in 3D, dedicata alla “lettura delle etichette”. Possiamo leggere le etichette dei prodotti quando compriamo qualcosa al supermercato, ma possiamo anche iniziare a “leggere le etichette” in senso lato, domandandoci ad esempio da dove viene ciò che consumiamo quotidianamente (o che potremmo consumare in futuro).

A Cabo Delgado, infatti, c’è il gas naturale e ci sono delle multinazionali che lo estraggono. Questa, come ci ha spiegato il professore dell’Università di Trento Corrado Diamantini, non è l’unica causa del conflitto, ma è certamente un elemento che acuisce l’insoddisfazione della popolazione locale, e che di conseguenza alimenta la guerra. 

Oltre al conflitto di Cabo Delgado, è l’intero stato dell’arte delle politiche di sviluppo in Mozambico che ci consente di affrontare concetti chiave per la cooperazione internazionale, lo sviluppo e la sostenibilità: il land grabbing e la maledizione delle risorse. 

Cabo Delgado, “l’eldorado del gas” al centro del conflitto 

A inizio marzo, Amnesty International pubblicava un report con un titolo piuttosto eloquente: What I saw is death, “Quello che ho visto è la morte”. Il documento si riferisce a quanto sta avvenendo nel Nord-est del Mozambico, precisamente nella provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un conflitto che vede contrapporsi un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, da al-Shabaab (in somalo “la gioventù”), e le milizie nazionali e private – a cominciare dalla sudafricana Dyck Advisory Group – assoldate dal governo mozambicano per far fronte all’insorgere dell’estremismo islamico. 

Il Mozambico assurge raramente agli “onori” della cronaca, fatta eccezione per le catastrofi naturali che l’hanno colpito negli ultimi anni, primi fra tutti, nel 2019, i cicloni Idai e Kenneth. Il secondo, in particolare, si è abbattuto a fine aprile proprio nella provincia di Cabo Delgado. 

Il 24 marzo, racconta Antonio Tiua in un articolo apparso sul giornale mozambicano “O Pais”, Palma era una città “praticamente deserta”. L’ultimo attacco documentato di al-Shabaab, durato dieci giorni, ha avuto come epicentro proprio questa cittadina del Nord-est del Mozambico, e ha costretto molti dei suoi abitanti a rifugiarsi a Pemba, capoluogo della provincia di Cabo Delgado. Palma, come hanno confermato le forze di difesa governative, è stata poi abbandonata dai jihadisti. Questa incursione, però, è solamente l’ultimo episodio di un conflitto che si protrae dall’ottobre del 2017, quando al-Shabaab condusse per la prima volta un attacco a Mocimboa da Praia. 

È un caso che le rivendicazioni del gruppo jihadista locale, che non ha niente a che vedere con la formazione somala al-Shabaab, si concentrino in una provincia che l’organizzazione non governativa francese Les amis de la Terre ha definito l’eldorado gazier, cioè “l’eldorado del gas”? Il Mozambico è un Paese ricco di materie prime con un’economia che è cresciuta nello scorso decennio a ritmi elevatissimi. Eppure, nel 2019 l’indice di sviluppo umano (HDI in inglese), che aggrega gli indicatori su aspettativa di vita, istruzione e reddito pro capite, non superava lo 0,456, lasciando il Paese al 181° posto di una classifica che comprende i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. 

Uno scenario complesso: i fattori in gioco

Le circostanze descritte fino ad ora potrebbero portare a una lettura semplificata del contesto, che però non corrisponde alla realtà: il conflitto ha molteplici cause, e non può essere ricondotto alla sola presenza di importanti giacimenti di gas naturale e di altre risorse naturali a Cabo Delgado. Le cause della guerra in atto a Cabo Delgado non sono direttamente riconducibili all’estrazione di gas naturale, cui partecipano la Francia, con Total,  l’Italia, con Eni, e  gli Stati Uniti con Exxon Mobil. Ciò non vuol dire che la “questione delle risorse” non vi rientri. Ne parliamo con Corrado Diamantini, professore dell’Università di Trento e membro della cattedra Unesco in Ingegneria per lo sviluppo umano e sostenibile della stessa Università. Il professore, che è stato a più riprese in Mozambico, collabora con il Consorzio Associazioni con il Mozambico, che ha sede a Trento e a Beira (provincia di Sofala Mozambico), e conosce bene i luoghi in cui sono in corso gli scontri. 

Diamantini suggerisce di staccarci per un attimo da ciò che sta avvenendo a Cabo Delgado e di guardare alla terra, la risorsa più preziosa per un Paese che vive di agricoltura, che in Mozambico è oggetto di accaparramento da parte di molti investitori esteri (land grabbing) con il concorso dello stesso governo. Un riferimento tra i tanti è costituito dal progetto ProSavana, frutto di un accordo stipulato nel 2010 tra Maputo, Tokyo e Brasilia, che permetterà a imprese giapponesi e brasiliane di sostituire la produzione familiare tipica dell’agricoltura mozambicana con monocolture intensive di soia. Con un “piccolo” inconveniente: gran parte della popolazione che abita quelle terre sarà costretta ad andarsene. In questo caso, però, come spiega Diamantini “la risposta non è violenta, ma consiste nella mobilitazione popolare e nell’azione delle organizzazioni contadine”. “Quindi – prosegue il professore – non si può stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto tra sfruttamento delle risorse, tra cui quelle presenti a Cabo Delgado, e il conflitto in atto, altrimenti saremmo in presenza di una guerra generalizzata in tutto il Mozambico, a partire dalla provincia di Gaza, a sud, dove i cinesi estraggono terre rare pesanti, fino a Moatize, a ovest, dove i brasiliani estraggono carbone”.

Il conflitto di Cabo Delgado, che ha provocato sinora più di 2.500 morti e 700 mila sfollati, va ricondotto, secondo il professore, a tre fattori che agiscono in modo sinergico. 

Il radicalismo islamico fa breccia lungo la costa mozambicana

Alessandro Vivaldi, in un articolo apparso su “Africa Rivista”, parla d’insurgency (“insurrezione”), più che di terrorismo, per definire quanto sta avvenendo nel Nord del Mozambico. Il primo attacco di al-Shabaab è avvenuto il 5 ottobre 2017, quando un gruppo di trenta uomini ha preso d’assalto la cittadina di Mocimboa da Praia, non lontana dal confine con la Tanzania. In realtà, la radicalizzazione del gruppo di giovani musulmani è avvenuta anni prima. 

Il primo fattore del conflitto in atto a Cabo Delgado, come ci spiega Diamantini, è proprio “la radicalizzazione di un gruppo di giovani musulmani appartenenti a una minoranza della popolazione di Cabo Delgado, i Mwani”. “I Mwani vivono lungo la costa e nelle isole, praticano la pesca e il commercio risalendo l’Oceano Indiano con piccole imbarcazioni tradizionali, i dau”, prosegue Diamantini. “Parlano, oltre a kimwani, il kiswahili, ossia la lingua franca della costa orientale africana. Sono musulmani: da bambini frequentano più le madrasse che le scuole statali. Questo per dire che si tratta di una popolazione che è da sempre in contatto con altri Paesi, come la Tanzania e il Kenya. Se poi si tiene presente il traffico illegale di avorio, di rubini e di eroina, che, come è noto, proviene dall’Afghanistan, raggiunge l’Iran e da lì arriva a Cabo Delgado per poi proseguire per Durban e l’Europa, si ha l’idea di una regione piuttosto permeabile.

Da qui la facilità con cui hanno fatto il loro ingresso le idee fondamentaliste di cui si ha notizia ancora prima della scoperta delle risorse a Cabo Delgado. La fondazione di una setta, a cui partecipano tra l’altro anche figure provenienti dalla Tanzania e da altri Paesi africani, risale al 2007. Solo negli anni successivi questa setta, dopo l’addestramento locale e l’indottrinamento religioso all’estero di alcuni aderenti, si trasforma in un gruppo armato, facendo successivamente proseliti anche in altre zone del nord e del centro del Paese”. 

Gli obiettivi militari di al-Shabaab, all’avvio delle operazioni, si trovano proprio lungo la costa, “in centri che sono abitati perlopiù da Mwani, come Mocimboa da Praia, Monjane e Mucojo”, spiega Diamantini. “Al-Shabaab si muove come se in questi assalti avesse avuto degli scopi premeditati: in primo luogo l’eliminazione di leader civili e religiosi. Infatti vengono uccisi religiosi musulmani e viene bruciato il Corano, perché si vuole mettere in discussione il modo con cui si pratica la religione, in nome dell’interpretazione autentica del Corano: non per nulla viene riportato che l’invocazione più frequente durante gli assalti è proprio ‘Sunnah’, ossia il codice di comportamento religioso. Solo successivamente compaiono il richiamo alla Jihad e alla creazione di uno stato autonomo”. 

C’è quindi un primo elemento che ha poco a che vedere con le risorse e con l’eldorado teatro degli scontri tra il gruppo di al-Shabaab e le milizie assoldate dal governo mozambicano: “è la scelta di giovani che anche altrove hanno abbracciato l’estremismo, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e da quelle della popolazione in mezzo alla quale vivono”, afferma Diamantini. “Quando penso alla versione mozambicana di al-Shabaab, quello che mi viene in mente è Boko Haram in Nigeria”. Anche Eric Morier-Genoud, ricercatore della Queen’s University di Belfast che studia la storia dell’Africa lusofona, ha usato questo paragone per descrivere il movimento estremista mozambicano. 

Se è vero che le risorse presenti a Cabo Delgado non sono la causa scatenante del conflitto in corso, è necessario ricordare che la questione delle risorse non scompare ma, anzi, riemerge con forza. “Al-Shabaab non acquista certo credito tra la popolazione provocando centinaia di migliaia di sfollati e morti indiscriminate”, dice il professore. “Quindi com’è che questo gruppo trova il consenso e si alimenta? E qui veniamo alla questione delle risorse, il secondo fattore in gioco”. 

Le risorse tra epoca coloniale e ricostruzione post-guerra civile

“Uno dei primi gruppi a raggiungere al-Shabaab, ancora prima dell’assalto a Mocimboa da Praia del 2017, è quello formato da alcuni garimpeiros, i cercatori che estraggono abusivamente i rubini”, spiega Diamantini. “I garimpeiros erano stati attaccati da milizie private assoldate dalla Montepuez Ruby Mining, che ha in concessione la miniera di Cabo Delgado. Come è documentato, in seguito all’attacco i cercatori di rubini entrano nelle fila di al-Shabaab, nome con cui vengono chiamati i Machambabos”. 

Molte delle risorse che giacciono in Mozambico sono state scoperte solo in anni recenti. Alcune, però, erano conosciute già durante il periodo coloniale: il carbone delle miniere di Moatize e l’acqua dei fiumi che attraversano il Paese, tra cui lo Zambesi. Ma non vengono sfruttate. “Fino al 1942, il Portogallo delega la gestione di gran parte della colonia a compagnie concessionarie private, soprattutto a capitale inglese”, racconta il professore. “In cambio di cosa? Delle imposte pagate dalle compagnie, le quali a loro volta si rifanno con gli interessi sulla popolazione africana. In pratica, il Portogallo cede la propria sovranità sulla colonia e ne ha in vantaggio proventi sicuri, oltre al fatto di non dover investire capitali. È esattamente quello che fa oggi il governo mozambicano quando, ad esempio, dà in concessione le miniere di carbone alla Vale, uno dei più grandi gruppi minerari del mondo, oppure i giacimenti di gas alle compagnie petrolifere. Gli investitori dispongono a tutti gli effetti delle risorse, il governo mozambicano, senza fare alcun investimento, ha in cambio i proventi dell’atto di concessione. Ma il problema non è tanto questo, quanto l’uso che viene fatto di questi proventi oltre che la delega delle scelte di sviluppo a investitori privati”. 

Il governo portoghese, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si limita a realizzare il collegamento ferroviario tra il giacimento minerario di Moatize e la linea ferroviaria che congiungeva Beira con il Nyassaland (oggi Malawi) e, assieme al Sudafrica, la diga di Cahora Bassa. 

Lo sfruttamento delle risorse ha inizio anni più tardi, dopo l’indipendenza, con alcuni antefatti. “Nel 1984 il governo mozambicano si accorda con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale per una ‘liberalizzazione’ dell’economia”, racconta Diamantini. “Teniamo presente che il Frelimo, il partito al governo, aveva optato per il marxismo-leninismo, e quindi per un’economia controllata dallo Stato. Questo accordo prelude al cambiamento che avviene nel 1989, quando il Frelimo rinuncia esplicitamente all’opzione marxista-leninista”. Un’altra tappa che apre allo sfruttamento delle risorse è l’ingresso del Mozambico nella Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe nel 1999, “ovviamente – come ci spiega Diamantini – in funzione della riabilitazione delle infrastrutture di trasporto che erano andate distrutte durante la guerra”. Infrastrutture che da un lato garantiscono al Sud Africa l’accesso al porto di Maputo e dall’altro permettono di avviare lo sfruttamento delle miniere di carbone. 

La scoperta dei rubini a Montepuez, del gas a Palma e della grafite a Ancuabe, tutte località situate nella provincia di Cabo Delgado, è successiva. “Non sono molto convinto, però, che questi giovani estremisti avessero consapevolezza di tutte queste cose”, aggiunge il professore. “Certamente sapevano dell’espulsione dalla terra nei giacimenti di Montepuez e avevano sotto gli occhi i cambiamenti che stavano investendo Palma e il sottostante promontorio di Afungi dove a un certo punto la Total avvia i lavori per la realizzazione della Cidade do gas”.

“Ma una cosa è evidente – continua il professore – se teniamo presenti da un lato la povertà della popolazione, le disuguaglianze sociali e la corruzione dilagante, e dall’altro l’arricchimento di pochi e la creazione di strutture moderne ed efficienti destinate però ad attività in cui la popolazione locale non trova spazio, non possiamo sorprenderci del senso di esclusione e del risentimento contro il governo, così come del fatto che questo stato di cose diventi una leva per il reclutamento, da parte di al-Shabaab, di giovani ai quali, come ha affermato il vescovo di Pemba, è negato il futuro”. 

Ed è proprio contro il partito di governo, il Frelimo, che al-Shabaab lancia di continuo le proprie invettive. 

“Maledizione delle risorse” in Mozambico

Lo sfruttamento delle risorse da parte di terzi non riguarda solo ed esclusivamente Cabo Delgado, ma abbraccia purtroppo tutto il Mozambico. A quello delle risorse naturali e della terra si aggiunge anche lo sfruttamento intensivo delle foreste, il cui legname è destinato in gran parte alla Cina. 

“La domanda che, giunti a questo punto, ci dobbiamo porre è: a favore di chi interviene lo sfruttamento delle risorse?”, si chiede Diamantini. “Innanzitutto a favore delle stesse compagnie concessionarie, poi a favore delle élite che governano il Paese. I proventi, soprattutto in tasse, dell’estrazione dei minerali, della produzione elettrica, del land grabbing e della stessa produzione industriale – si pensi alla Mozal, il grande impianto di alluminio che opera vicino alla capitale – rimangono in larga parte a Maputo, dove alimentano oltre alle élite la crescita di un ceto medio che non è presente in altre città. Non vengono di certo impiegati per attivare politiche credibili di sviluppo per l’insieme del Paese”. 

Qui entra in gioco un concetto che gli economisti chiamano resource curse (“maledizione delle risorse”). “La maledizione delle risorse fa riferimento proprio a questo stato di cose – chiarisce il professore – che possiamo riassumere così: se la presenza di grandi risorse e di un enorme potenziale di ricchezza torna a vantaggio di pochi e non riesce a tradursi in politiche di sviluppo rivolte all’insieme della popolazione – soprattutto a causa della corruzione e del malgoverno – si ingenerano disuguaglianze tali da produrre una perenne situazione di instabilità che alimenta i conflitti”. 

Come appalta le risorse, il governo mozambicano “ha appaltato” anche la gestione del conflitto

Nell’affrontare il conflitto, il governo mozambicano sta replicando lo stesso schema che utilizza per gestire le risorse. Oltre alle forze governative, la FADM (Forze Armate del Mozambico) e la UIR (Unità di Intervento Rapido), per combattere contro al-Shabaab e per difendere i siti dove vengono estratte le risorse il governo mozambicano ha assoldato alcune compagnie militari private, prima fra tutte la Dick Advisory Group, fondata dal colonnello sudafricano Lyonel Dick. La sola risposta militare, per di più affidata a truppe speciali se non a mercenari, è secondo il professore il terzo fattore che agisce nel conflitto di Cabo Delgado.

Entrambe le parti – forze governative e chi per loro da un lato e gruppo estremista dall’altro – violano il diritto internazionale umanitario, il quale sancisce che in un conflitto armato i civili non possono mai essere oggetto d’attacco. “All’inizio del conflitto le truppe governative  hanno colpito indiscriminatamente tutti coloro che si professano musulmani, perché accomunati ad al-Shabaab”, spiega Diamantini. “Questo nonostante la presa di distanza delle autorità religiose musulmane. Ciò ha spinto altri giovani a unirsi ad al-Shabaab. Quanto ai mercenari che combattono per conto del governo, è provato che mentre utilizzavano gli elicotteri in attacchi contro i jihadisti hanno sparato sulla popolazione civile con cui questi ultimi si erano mescolati. Dall’altra parte ci sono i crimini che commettono di continuo i jihadisti, in cui ritroviamo il campionario cui ci hanno abituato in questi anni le cronache,  comprese le decapitazioni e il rapimento delle donne e di giovani adolescenti. Insomma, una spirale infernale”. Uccisioni e violenze indiscriminate che concorrono all’esasperazione di un conflitto la cui soluzione è affidata, al momento, esclusivamente alle armi. 

Conclusione

Riepiloghiamo quindi le tre concause del conflitto mozambicano indicate dal professor Diamantini. 

La prima è la radicalizzazione di alcuni giovani musulmani che hanno formato un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, dal somalo al-Shabaab (“la gioventù”). Si tratta soprattutto di Mwani, una popolazione di Cabo Delgado dedita al commercio costiero e quindi in contatto da sempre con il mondo musulmano. Questa radicalizzazione è intervenuta con la presenza, a Cabo Delgado, di estremisti islamici provenienti soprattutto dalla Tanzania. Viene riportato che tuttora nella leadership di al-Shabaab sono presenti tanzaniani e altri stranieri. Non ha trovato però riscontro l’affiliazione di al-Shabaab allo Stato Islamico, anche se appare evidente che la prosecuzione del conflitto potrebbe spingere a questo connubio.

La seconda, invece, è il modo con cui il governo mozambicano gestisce – o meglio, non gestisce – le risorse, appaltando a grandi investitori stranieri il loro utilizzo. Il governo mozambicano, in tutto ciò, accumula le tasse pagate dai concessionari. Questi proventi vengono ripartiti privilegiando pochi gruppi sociali. Questo mantiene il Paese e in particolare le province di Niassa, Nampula e Cabo Delgado in uno stato di povertà in cui soprattutto i giovani non ravvedono un futuro, diventando preda della propaganda jihadista.

La terza e ultima causa è la violenza con cui viene gestito il conflitto di Cabo Delgado, che non risparmia neppure la popolazione. Una violenza che, come avviene con la gestione delle risorse, viene anche appaltata. Alle due fazioni in campo, al-Shabaab e le milizie governative, si aggiungono infatti i mercenari pagati dal governo mozambicano e dalle compagnie private assoldate per difendere i giacimenti di minerali e per debellare l’estremismo islamico. La violenza indiscriminata, che si iscrive in una risposta esclusivamente militare ai jihadisti, finisce con l’esacerbare la popolazione spingendo alcuni, fosse solo in cambio di cibo, vestiario e soldi, a schierarsi con il campo jihadista.  

Per concludere, affrontiamo una questione legata al land grabbing  che però riguarda da vicino il tema delle risorse. “C’è un’obiezione ricorrente, a fronte delle critiche all’accaparramento della terra, ed è: Vogliamo continuare ad alimentare l’agricoltura familiare quando questa non ci porta fuori dalla povertà?”, spiega Diamantini. “Quindi perché non sostituire l’agricoltura familiare con un’agricoltura intensiva, che produce più reddito?”. 

Ricordiamo che l’aumento del Prodotto interno lordo non garantisce da solo la sostenibilità economica, la quale a sua volta non può essere disgiunta da quella sociale e ambientale. Il PIL in tal senso è un pessimo indicatore: servono anche politiche credibili di sviluppo e di redistribuzione delle risorse. “Se tutto si svolgesse altrove e in un’altra epoca, l’obiezione alla quale ho fatto riferimento potrebbe avere un fondamento. In fondo è quello che è accaduto in Europa e in altre parti del mondo. Ma in tanti Paesi africani, oggi, l’espulsione dalla terra non è compensata da un posto di lavoro in fabbrica, come accadeva in Inghilterra durante la rivoluzione industriale. Non è compensata da nulla, tanto meno da politiche pubbliche che consentano l’ingresso in altri settori dell’economia. Non è compensata neppure da altra terra, visto che nei casi che abbiamo sotto gli occhi ai contadini viene riassegnata terra non fertile”, conclude Corrado Diamantini. “Alle politiche pubbliche è strettamente legata anche la questione delle risorse. Per i rubini, il gas e tutte le altre risorse presenti in Mozambico, si coinvolga pure una grande impresa nel loro sfruttamento, visto che sa come farlo e ha i capitali per farlo. Ma senza farne un soggetto extraterritoriale che compie a piacimento scelte, legate allo sviluppo, che coinvolgono poi i luoghi di vita, le infrastrutture e l’ambiente. E poi si vincoli la concessione alla realizzazione di progetti rivolti a migliorare sostanzialmente le condizioni di vita delle popolazioni locali oltre che all’esborso di oneri fiscali commisurati ai guadagni. Per costruire finalmente, con questi proventi, le basi per lo sviluppo di un Paese che, mentre combatteva il colonialismo, sognava di conquistare  dignità e  benessere”.

Bibliografia

Amnesty International, What I saw is death. War crimes in Mozambique’s forgotten cape, Amnesty International 2021

Les Amis de la Terre France, De l’Eldorado Gazier au Chaos. Quand la France pousse le Mozambique dans la piège du gaz, Juin 2020

Observatorio do Meio Rural, Caracterização E Organização Social Dos Machababos A Partir Dos Discursos De Mulheres Raptadas, aprile 2021

Marco Di Liddo e Elisa Sguaitamatti, I primi attacchi di matrice jihadista in Mozambico, Centro Studi Internazionali, 21 dicembre 2017

Cabo Delgado. Emergenza sfollati, Medici con l’Africa Cuamm, 18 marzo 2021

Marina Forti, La “maledizione delle risorse” che piega il Mozambico, Altreconomia, 1 dicembre 2020

Sandro Pintus, Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo, Africa ExPress, 24 giugno 2020

Joseph Cotterill, Il Mozambico si affida ai mercenari nella lotta contro i jihadisti, Financial Times (ripreso da “Internazionale”), 19 marzo 2021

Bambini ferocemente assassinati in Mozambico, Save The Children, 16 marzo 2021

Matteo Savi, Mozambico: il boom delle risorse e i suoi rischi, Lo Spiegone, 1 febbraio 2019

UNDP, Human Development Report 2019, 2019, New York (hdr.undp.org/sites/default/files/hdr2019.pdf)