Transizione ecologica: verso un mondo più sostenibile… ma per chi?

di Fabiana Pompermaier

Tic, tac. È pressante il ticchettio dell’orologio biologico della Terra, che ci ricorda che abbiamo nove anni per fermare la nostra corsa incontrollata verso danni irreversibili all’ecosistema del Pianeta. Entro il 2030, siamo chiamati ad attuare delle azioni concrete che frenino l’aumento delle temperature e permettano di salvaguardare la straordinaria biodiversità che ha reso per millenni la Terra un posto florido per la vita.

Alcune timide risposte sembrano essere arrivate. A fine 2019, l’Unione Europea ha presentato il Green Deal, un piano d’azione che promuove politiche volte a rendere l’economia del continente più pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento entro il 2050. Un piano sicuramente ambizioso, ma per certi aspetti non abbastanza, che dimostra come il cambiamento verso un mondo più sostenibile passi attraverso la transizione ecologica, una trasformazione energetica che riduce la dipendenza dai combustibili fossili e favorisce le energie rinnovabili e pulite. 

Sulla spinta delle promesse europee, anche in Italia sono stati introdotti degli incentivi per migliorare le performance energetiche delle nostre abitazioni, ma anche per promuovere una mobilità più sostenibile: i “bonus bici” o “bonus monopattino”, di cui si è tanto dibattuto negli ultimi mesi, ne sono un esempio, così come le agevolazioni per l’acquisto di auto elettriche o ibride e la conseguente proliferazione di colonnine di carica nelle nostre città.

Foto di Marilyn Murphy da Pixabay

Interessante è stata la risposta della popolazione alla promozione di questi nuovi gadget tecnologici, infatti, i portali per la richiesta dei contributi pubblici per l’acquisto di biciclette elettriche sono stati inondati di domande in poche ore, e quasi 2.5 milioni di italiani starebbero considerando l’acquisto di un monopattino elettrico (Ansa, agosto 2020). Per soddisfare questa crescente richiesta, numerose amministrazioni locali introducono poi il servizio di noleggio condiviso, 500 monopattini elettrici sono stati aggiunti al pacchetto di mobilità sostenibile solo nel Comune di Trento. Positivi sono anche i dati riguardanti la vendita di auto elettriche: in Italia, a novembre 2020, si è registrato un aumento del 173% rispetto all’anno precedente. 

Questa presa di coscienza è fondamentale e risulta inevitabile contribuire alla “Rivoluzione verde”. È altrettanto importante riflettere sugli impatti che questa transizione ecologica ha e può avere in diversi contesti nel mondo, cercando di imparare dalle esperienze passate, considerando come altre rivoluzioni tecnologiche e sviluppi indiscriminati hanno portato pesanti conseguenze per il pianeta e i suoi popoli. L’agire sostenibile, nelle sue dimensioni ambientale, sociale ed economica, parte dall’aprire lo sguardo, scrutare oltre l’orizzonte temporale e geografico della nostra realtà e domandarsi: tutto questo è davvero sostenibile? E per chi?

I minerali fondamentali per la transizione ecologica: il cobalto e il coltan

Nel 2020, la Banca Mondiale ha pubblicato un report intitolato “Minerals for Climate Action: “The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition” (Minerali per l’Azione climatica: la Dipendenza da Minerali della Transizione all’Energia Pulita), che analizza i componenti alla base della transizione ecologica, come auto elettriche e tecnologie energetiche legate alla produzione di energia eolica, solare e geotermica, senza dimenticare gli onnipresenti dispositivi informatici. Ciò che caratterizza queste tecnologie è la dipendenza da minerali quali grafite, litio, rame, cobalto e coltan. Questi minerali sono fondamentali per la produzione di queste tecnologie, perché, nel caso di litio, cobalto e coltan, sono necessari per la realizzazione delle batterie da cui questi dispositivi dipendono.

Più ambiziosi diventano gli obiettivi legati al clima, più minerali e metalli saranno necessari per un futuro a basse emissioni“.1

La Banca Mondiale stima che, entro il 2050, saranno necessarie 3 miliardi di tonnellate di metalli e minerali per poter provvedere all’incremento previsto di energia solare, eolica e geotermica e il suo stoccaggio. Per il cobalto significa un aumento di estrazione e produzione del 500%. Simili previsioni anche per il coltan, abbreviazione di columbite-tantalite, fondamentale per la produzione missilistica e nucleare ma anche, e soprattutto, per la telefonia mobile.

SRSG visits coltan mine in Rubaya © MONUSCO/Sylvain Liechti CC BY-SA 2.0

Da dove vengono questi minerali e come vengono estratti? Per rispondere a questa domanda abbiamo parlato con Alice Pistolesi, redattrice dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, e autrice di un articolo sui danni ambientali causati dall’altro sorvegliato speciale nella transizione ecologica, il litio. Insieme, scopriamo che  il 60% delle riserve mondiali di cobalto sono nella Repubblica Democratica del Congo, una percentuale che tocca l’80% per il coltan. 

Foto di Kudra Abdulaziz da Pixabay

La Repubblica Democratica del Congo: uno scandalo geologico

C’è una leggenda che viene raccontata nei villaggi delle regioni sud-orientali della Repubblica Democratica del Congo (RDC): Dio, stanco del suo peregrinare in giro per il mondo per distribuire le risorse, inciampò nel Kilimangiaro e il sacco che portava sulle spalle gli cadde, riversando il suo contenuto nel Paese. Questa consapevolezza ci viene confermata da Alice Pistolesi, che descrive la RDC come ”uno scandalo geologico, un Paese così tanto ricco di ogni tipo di risorse da essere scandaloso. È come se, quando c’è stata la distribuzione di queste risorse, quasi tutte si fossero concentrate in questo pezzo di mondo. Questa, che potrebbe sembrare una benedizione, in realtà assolutamente non lo è, anzi si è trasformato nella maledizione di questo territorio”. 

In RDC, uno Stato grande quanto tutta l’Europa occidentale, infatti, non si trovano solo le più grandi riserve di cobalto e coltan a livello mondiale, ma anche importanti quantità di diamanti, oro, uranio e rame, oltre che legname pregiato proveniente dalle sue imponenti foreste pluviali. Di fronte a tanta disponibilità di risorse e considerando le tendenze mondiali che portano alla crescente digitalizzazione e transizione ecologica, verrebbe da pensare che la RDC sia uno degli Stati più ricchi del mondo, alla stregua delle monarchie del Golfo. 

La realtà è ben diversa: nel 2020, la RDC si posiziona al 175esimo posto su 189 paesi nella classifica stilata dalle Nazioni Unite, con un indice di sviluppo umano pari al 0,48. Questa classifica guarda alle condizioni di vita, all’accesso alle infrastrutture sanitarie e all’istruzione, alla distribuzione delle risorse economiche e alla sicurezza della popolazione. Per la RDC significa che il 73% della popolazione, equivalente a 60 milioni di persone, pari all’intera popolazione italiana, vive al di sotto della soglia di povertà, con meno di $1.90 al giorno. Come accennava Alice Pistolesi, la presenza massiccia di risorse nel sottosuolo si è trasformata non solo in una maledizione per il popolo congolese, ma anche in una causa di guerre e violazioni dei diritti umani. 

I minerali e il conflitto

“Non c’è mai una sola causa che porta alla guerra: ci sono sempre una serie di cause che portano all’estrema conseguenza che è poi il conflitto”. Alice Pistolesi sottolinea che,  come per il Mozambico,  anche per la situazione in RDC non ci sia una causa unica che spiega decenni di privazioni e conflitti: la corruzione dilagante, gli appetiti e interessi internazionali, le lotte interne per i confini e gli attriti etnici e religiosi sono spesso legati a doppio filo con l’accaparramento delle risorse minerarie. In questo contesto, minerali come il coltan e il cobalto vengono chiamati “minerali da conflitto”, perché coinvolti nelle dinamiche di potere che spesso sfociano in violenza, tra diversi gruppi armati e nei confronti dei civili. 

A febbraio 2021, l’ambasciatore italiano in RDC Luca Attanasio è stato ucciso insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista, Mustapha Milambo, sulla strada tra Goma e Rutshuru, nella provincia congolese del Nord Kivu. Proprio in quell’area, come nel resto della regione sud-orientale della RDC, sono concentrate le miniere di coltan e di cobalto. La presenza delle miniere ha portato queste regioni, al confine con l’Uganda e il Ruanda, a diventare l’epicentro di conflittualità che perdurano dalla fine degli anni ’90. Oltre 120 gruppi armati si contendono il controllo delle risorse, supportati e finanziati dai governi degli Stati vicini e dagli interessi delle multinazionali che operano nella zona, e mal fronteggiati da un lacunoso Stato centrale, spesso incapace di controllare le azioni delle sue stesse forze armate. 

La DRC è spesso definita, infatti, uno “Stato fallito”, un Paese nel quale il governo centrale, che ha sede nella lontana capitale Kinshasa, non riesce a mantenere il controllo sul territorio, a provvedere alle necessarie funzionalità quali istruzione, infrastrutture, ospedali, e ad assicurare il rispetto delle leggi in modo trasparente attraverso gli organi di controllo. “Questo fa sì che le bande armate prolifichino, che ci sia un vastissimo reclutamento, soprattutto di giovani, all’interno di queste bande armate, che molto spesso non si sa bene a chi rispondono. Perché? Perché ovviamente non si vedono alternative. Lo Stato non riesce a garantire una centralità di potere”, commenta Alice Pistolesi. 

Una storia complessa e sanguinosa

Questa situazione di instabilità ha radici profonde, nella storia coloniale e d’indipendenza del Paese. I libri di storia sono macchiati dalle atrocità commesse da Leopoldo II, re dei Belgi, che dal 1885 al 1908 considerò il Congo il suo giardino personale, ben consapevole delle straordinarie risorse di cui disponeva, e mise in atto delle politiche che vengono considerate oggi un genocidio. Dall’indipendenza, conquistata nel 1960, fino agli anni ’90, la RDC viene controllata da un regime dittatoriale che vede accentrare nella figura del presidente Mobutu tutti i poteri (e le risorse). 

Gli anni ’90 sono stati anni di profondo sconvolgimento per la RDC, anche sulla scia di ciò che succedeva al di là dei suoi confini. Nel 1994, il genocidio in Ruanda sconvolge il mondo, anche per l’immobilità della comunità internazionale, e porta 3 milioni di persone a rifugiarsi nella zona di Goma, Nord Kivu nel giro di una settimana. Se è vero che la maggior parte degli sfollati rientrano dopo pochi mesi, lasciano comunque alle spalle una devastazione ecologica e delle tensioni che perdurano tutt’oggi. 

MONUSCO Uruguayan Peacekeepers patrol the town of Pinga to secure the place left without police or FARDC after NDC militia withdrew, the 4th of December 2013. © MONUSCO/Sylvain Liechti CC BY-SA 2.0

Tra il ’98 e il 2003 si raggiunge il periodo di più elevata conflittualità, con quella che è stata rinominata la Guerra Mondiale d’Africa, a causa del numero di Paesi coinvolti. In questo periodo si aggiunge un altro importante attore in campo: le Nazioni Unite decidono di inviare in RDC una missione di pace, una delle più dibattute e controverse, anche per la sua lunga permanenza nel Paese e l’ingente uso della forza che è autorizzata ad operare, la MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo).  Risale al 2002 il Rapporto Onu che traccia il collegamento tra il conflitto e la presenza di multinazionali, aziende straniere interessate all’accaparramento delle risorse, che sono accusate di favorire conflitti civili nell’area. 

Alice Pistolesi ci spiega che questo è stato un momento di svolta soprattutto perché gli attori in gioco si sono resi conto che una guerra aperta non era sostenibile, non per la popolazione o per la devastazione che inevitabilmente portava alla biodiversità, ma per gli affari, per l’estrazione dei minerali. Si è ben presto capito che una guerra a bassa intensità era più conveniente: “è un conflitto che non sfocia mai in una guerra aperta, che è caratterizzata da combattimenti costanti, trincee, bombardamenti, coprifuoco.

Quest’ultima è una di quelle guerre che fermano tutto, non c’è troppa possibilità di fare altro mentre il territorio viene bombardato. Come si definisce, invece, un conflitto a bassa intensità? È quello che fa sì che la “vita” possa andare avanti, e che si possa quindi continuare ad estrarre.”

Quando lo sfruttamento nelle miniere incontra il conflitto

Non commettiamo l’errore di pensare che questo tipo di conflitto sia meno logorante. Una miccia accesa, che brucia lentamente, costantemente, lascia al suo passaggio la strada spianata per privazioni e violazioni dei diritti fondamentali. In un contesto che è divenuto terra di nessuno a causa dell’assenza assordante dello Stato centrale e dei giochi di potere di signori della guerra vicini e lontani, le principali vittime sono le categorie più fragili: le bambine e i bambini, e le donne.

Nel 2015, Amnesty International ha pubblicato un report che analizza la situazione nelle miniere in RDC, chiamato: This is what we die for, “Questo è ciò per cui moriamo”. Il settore dell’estrazione mineraria è caratterizzato da profonda povertà ed estrema corruzione, da conflitti costanti e abusi sessuali, su una scala talmente estesa che è difficile da comprendere. Per provare a capire, bisogna pensare che le economie dell’Africa sub-sahariana dipendono dai sistemi di lavoro informali, cioè non contrattualizzati e privi di qualsiasi assistenzialismo. Si tratta di un sistema che coinvolge 20 milioni di persone, e ne supporta indirettamente 100 milioni. A sua volta, il processo di estrazione di cobalto e coltan nella RDC è dipendente dallo sfruttamento minorile.

Jclaboh, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

L’UNICEF stima che ogni giorno lavorino all’interno delle miniere di cobalto e coltan 40.000 bambine e bambini, costretti a turni estenuanti e privi di qualsiasi tipo di protezione (Luca Attanasio, Domani, 2021). Come gli adulti, infatti, vengono impiegati all’interno di tunnel che scendono nel sottosuolo per decine di metri, supportati da sistemi precari e mal ventilati. I crolli e gli infortuni sono all’ordine del giorno, tali per cui è difficile avere delle stime accurate che ne descrivano l’incidenza. 

Inoltre, Il coltan è un materiale radioattivo, e venendo toccato e lavorato per la pulizia senza guanti, lascia sulla pelle l’uranio di cui è composto. Anche l’esposizione cronica al cobalto porta all’insorgenza di malattie respiratorie, dermatiti croniche e tumori.
A questo si aggiunge lo sfruttamento e distruzione ambientale, che porta a un’ingente perdita di biodiversità e deforestazione, e l’inquinamento dell’aria e delle falde acquifere da cui dipendono i villaggi circostanti. 

Creuseurs at Gecamines, Kolwezi ©Fairphone CC BY-NC 2.0

Alice Pistolesi ci aiuta ad aggiungere un altro tassello fondamentale per comprendere la gravità della situazione in RDC, e a delineare i modi in cui il conflitto si inserisce in questo sistema di sfruttamento. Non solo i gruppi armati attingono dalle miniere per reclutare nuovi membri, assoldati per terrorizzare  la popolazione locale e destabilizzare la situazione, ma, come in altri contesti conflittuali, lo stupro è utilizzato come arma di guerra. Nel 2018, il ginecologo congolese Denis Mukwege e Nadia Murad, con lui impegnata a denunciare le violenze, vincono il Premio Nobel per la Pace per il prezioso lavoro di ricostruzione e denuncia di questi crimini. 

“Lo stupro ha un doppio significato- spiega Alice Pistolesi – la donna viene stuprata, viene stigmatizzata, quindi viene messa agli angoli del villaggio, e non viene più reinserita all’interno della comunità. Questo fa sì che il territorio di disgreghi”. La distruzione del tessuto sociale è anche rispecchiata nel massiccio abbandono delle attività agricole, principale forma di sostentamento locale, per lavorare nelle miniere. I salari dei minatori sono bassissimi, meno di $2 al giorno, ma sono appositamente mantenuti più alti rispetto alla paga media di un lavoratore locale, per attirare sempre più persone. 

Il ritorno della ricchezza: la discarica di Agbogloshie

Entering Agbogbloshie ©Fairphone CC BY-NC 2.0

Nel considerare gli impatti che la digitalizzazione e la transizione ecologica hanno nel mondo, non si può non parlare del fine vita di questi apparecchi. Dove finiscono i computer, i cellulari, le batterie e la miriade di gadget tecnologici da cui siamo circondati?
La filiera produttiva parte, come abbiamo capito, dalla Repubblica Democratica del Congo, dove i minerali come il coltan e il cobalto vengono estratti. Il secondo passaggio avviene quanto questi minerali vengono venduti, principalmente ad aziende cinesi, per essere portati in Asia per la raffinazione. Vengono poi venduti nel mercato occidentale e quindi la loro ricchezza viene portata altrove.

“In che modo questa ricchezza torna in Africa?”, spiega Alice Pistolesi. “Torna in Africa sotto forma di rifiuto. In Ghana, ma non solo, c’è la più grande discarica di rifiuti tecnologici, una discarica a cielo aperto immensa. Come se fosse una vera e propria città, popolata dai rifiuti tecnologici europei e occidentali”. Ogni anno, infatti, nel mondo sono prodotti 40 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici. Solo una piccola parte vengono riciclati, mentre i restanti finiscono in aree come la discarica di Agbogloshie, nella periferia di Accra (Ghana).

Cosa facciamo (e possiamo fare) noi?

A gennaio 2021, è entrato in vigore un regolamento europeo che impone agli importatori europei di stagno, tungsteno, tantalio e oro di garantire che le loro catene di approvvigionamento non siano legate ai conflitti armati. Garantire la tracciabilità dei minerali in contesti complessi come la RDC che, come abbiamo visto, sono spesso un buco nero di interessi, dinamiche e violenze interconnesse è sicuramente un passo avanti. Ma non si tratta di un’impresa semplice.

Leggere le etichette, informarci sulla filiera produttiva dei prodotti che usiamo quotidianamente, tracciare la loro provenienza, può fare la differenza. 

Tic, tac. L’orologio biologico, per di più, continua a scandire il passare del tempo, il che rende la transizione ecologica sempre più urgente ed inevitabile. “Ci state rubando il futuro”. Nel dicembre 2018, una platea di alti funzionari e diplomatici ascolta sbigottita le parole pronunciate da Greta Thunberg, divenuta la rappresentante di un movimento che ha riempito di giovani le strade di mezzo mondo e che chiede a gran voce un cambiamento, perché non c’è più tempo. L’agire sostenibile, nelle sue dimensioni ambientale, sociale ed economica, parte dall’aprire lo sguardo, scrutare oltre l’orizzonte temporale e geografico della nostra realtà e domandarsi: tutto questo è davvero sostenibile? E per chi?

Note

1 Testo originale: “The more ambitious the climate targets become, the more minerals and metals will be needed for a low-carbon future”, traduzione personale. 

Bibliografia

Amnesty International, This is what we die for – Human rights abuses in the Democratic republic of the Congo power the global trade in cobalt, 2015. 

Amnesty International, DRC: Alarming research shows long lasting harm from cobalt mine abuses, 6 maggio 2020, https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/05/drc-alarming-research-harm-from-cobalt-mine-abuses/

Redazione Ansa, Monopattini elettrici, agli italiani piane sempre di più, Ansa 20 agosto 2020, https://www.ansa.it/canale_motori/notizie/eco_mobilita/2020/08/20/monopattini-elettrici-agli-italiani-piace-sempre-di-piu_b2ee258b-fd7c-47ba-b3c0-9c24a886f6c1.html

Arthur Usanov et al. Coltan’s connection to the conflict in the DRC in Coltan, Congo & Conflict, The Hague Centre for Strategis Studies, 2013. 

Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, Goma: un inferno nel conflitto infinito della RD Congo, 24 febbraio 2021, https://www.atlanteguerre.it/goma-linferno-nellafrica-il-conflitto-costante-della-rd-congo/

Banca Mondiale, Minerals for Climate Action: “The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition”, 2020. 

Camillo Casola, Il cuore fragile della Repubblica Democratica del Congo, ISPI, 24 febbraio 2021, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-cuore-fragile-della-repubblica-democratica-del-congo-29405 

Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Final report of the Panel of Experts on the Illegal Exploitation of Natural Resources and Other Forms of Wealth of the Democratic Republic of the Congo, S/2002/1146, Ottobre 2002. 

Jacopo Ottaviani, La repubblica dei rifiuti elettronici, Internazionale, 2015, https://www.internazionale.it/webdoc/ewaste-republic/ .

Luca Attanasio, Katanga, sette bambini su dieci in miniera per due euro al giorno, Domani, 26 ottobre 2020, https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/congo-miniere-bambini-cobalto-qi2pix2y .

Raffaello Zordan Minerali e conflitti, l’UE detta le regole che obbligano le imprese estrattive a dichiararne la provenienza da luoghi di guerra e instabilità, La Repubblica, 5 febbraio 2021, https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2021/02/05/news/minerali_e_conflitti_l_ue_detta_le_regole_che_obbligano_le_imprese_estrattive_a_dichiararne_la_provenienza_da_luoghi_di_gue-286144628/

Roberto Mostarda, L’altra faccia dell’energia pulita, Wall Street Journal Magazine, 2 settembre 2019, https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/57154-laltra-faccia-dellenergia-pulita.

Vincenzo Genovese, Auto elettriche in Italia: a che punto siamo?, SkyTG24, 23 novembre 2020, https://tg24.sky.it/tecnologia/2020/11/23/auto-elettriche-italia#:~:text=Boom%20di%20auto%20elettriche%20e%20ibride%2C%20%2B72%25%20nel%202020&text=Si%20tratta%20di%20un%20dato,allo%20stesso%20periodo%20del%202019

Il Mozambico nella morsa della “maledizione delle risorse”

di Marianna Malpaga

© Gianpaolo Galileo Rama del Consorzio Associazioni con il Mozambico

Abbiamo scelto di parlare del conflitto di Cabo Delgado perché, oltre ad essere un tema di stringente attualità, ci consente di presentare alcuni concetti chiave che emergeranno nella prima fase della campagna di sensibilizzazione Vivila in 3D, dedicata alla “lettura delle etichette”. Possiamo leggere le etichette dei prodotti quando compriamo qualcosa al supermercato, ma possiamo anche iniziare a “leggere le etichette” in senso lato, domandandoci ad esempio da dove viene ciò che consumiamo quotidianamente (o che potremmo consumare in futuro).

A Cabo Delgado, infatti, c’è il gas naturale e ci sono delle multinazionali che lo estraggono. Questa, come ci ha spiegato il professore dell’Università di Trento Corrado Diamantini, non è l’unica causa del conflitto, ma è certamente un elemento che acuisce l’insoddisfazione della popolazione locale, e che di conseguenza alimenta la guerra. 

Oltre al conflitto di Cabo Delgado, è l’intero stato dell’arte delle politiche di sviluppo in Mozambico che ci consente di affrontare concetti chiave per la cooperazione internazionale, lo sviluppo e la sostenibilità: il land grabbing e la maledizione delle risorse. 

Cabo Delgado, “l’eldorado del gas” al centro del conflitto 

A inizio marzo, Amnesty International pubblicava un report con un titolo piuttosto eloquente: What I saw is death, “Quello che ho visto è la morte”. Il documento si riferisce a quanto sta avvenendo nel Nord-est del Mozambico, precisamente nella provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un conflitto che vede contrapporsi un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, da al-Shabaab (in somalo “la gioventù”), e le milizie nazionali e private – a cominciare dalla sudafricana Dyck Advisory Group – assoldate dal governo mozambicano per far fronte all’insorgere dell’estremismo islamico. 

Il Mozambico assurge raramente agli “onori” della cronaca, fatta eccezione per le catastrofi naturali che l’hanno colpito negli ultimi anni, primi fra tutti, nel 2019, i cicloni Idai e Kenneth. Il secondo, in particolare, si è abbattuto a fine aprile proprio nella provincia di Cabo Delgado. 

Il 24 marzo, racconta Antonio Tiua in un articolo apparso sul giornale mozambicano “O Pais”, Palma era una città “praticamente deserta”. L’ultimo attacco documentato di al-Shabaab, durato dieci giorni, ha avuto come epicentro proprio questa cittadina del Nord-est del Mozambico, e ha costretto molti dei suoi abitanti a rifugiarsi a Pemba, capoluogo della provincia di Cabo Delgado. Palma, come hanno confermato le forze di difesa governative, è stata poi abbandonata dai jihadisti. Questa incursione, però, è solamente l’ultimo episodio di un conflitto che si protrae dall’ottobre del 2017, quando al-Shabaab condusse per la prima volta un attacco a Mocimboa da Praia. 

È un caso che le rivendicazioni del gruppo jihadista locale, che non ha niente a che vedere con la formazione somala al-Shabaab, si concentrino in una provincia che l’organizzazione non governativa francese Les amis de la Terre ha definito l’eldorado gazier, cioè “l’eldorado del gas”? Il Mozambico è un Paese ricco di materie prime con un’economia che è cresciuta nello scorso decennio a ritmi elevatissimi. Eppure, nel 2019 l’indice di sviluppo umano (HDI in inglese), che aggrega gli indicatori su aspettativa di vita, istruzione e reddito pro capite, non superava lo 0,456, lasciando il Paese al 181° posto di una classifica che comprende i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. 

Uno scenario complesso: i fattori in gioco

Le circostanze descritte fino ad ora potrebbero portare a una lettura semplificata del contesto, che però non corrisponde alla realtà: il conflitto ha molteplici cause, e non può essere ricondotto alla sola presenza di importanti giacimenti di gas naturale e di altre risorse naturali a Cabo Delgado. Le cause della guerra in atto a Cabo Delgado non sono direttamente riconducibili all’estrazione di gas naturale, cui partecipano la Francia, con Total,  l’Italia, con Eni, e  gli Stati Uniti con Exxon Mobil. Ciò non vuol dire che la “questione delle risorse” non vi rientri. Ne parliamo con Corrado Diamantini, professore dell’Università di Trento e membro della cattedra Unesco in Ingegneria per lo sviluppo umano e sostenibile della stessa Università. Il professore, che è stato a più riprese in Mozambico, collabora con il Consorzio Associazioni con il Mozambico, che ha sede a Trento e a Beira (provincia di Sofala Mozambico), e conosce bene i luoghi in cui sono in corso gli scontri. 

Diamantini suggerisce di staccarci per un attimo da ciò che sta avvenendo a Cabo Delgado e di guardare alla terra, la risorsa più preziosa per un Paese che vive di agricoltura, che in Mozambico è oggetto di accaparramento da parte di molti investitori esteri (land grabbing) con il concorso dello stesso governo. Un riferimento tra i tanti è costituito dal progetto ProSavana, frutto di un accordo stipulato nel 2010 tra Maputo, Tokyo e Brasilia, che permetterà a imprese giapponesi e brasiliane di sostituire la produzione familiare tipica dell’agricoltura mozambicana con monocolture intensive di soia. Con un “piccolo” inconveniente: gran parte della popolazione che abita quelle terre sarà costretta ad andarsene. In questo caso, però, come spiega Diamantini “la risposta non è violenta, ma consiste nella mobilitazione popolare e nell’azione delle organizzazioni contadine”. “Quindi – prosegue il professore – non si può stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto tra sfruttamento delle risorse, tra cui quelle presenti a Cabo Delgado, e il conflitto in atto, altrimenti saremmo in presenza di una guerra generalizzata in tutto il Mozambico, a partire dalla provincia di Gaza, a sud, dove i cinesi estraggono terre rare pesanti, fino a Moatize, a ovest, dove i brasiliani estraggono carbone”.

Il conflitto di Cabo Delgado, che ha provocato sinora più di 2.500 morti e 700 mila sfollati, va ricondotto, secondo il professore, a tre fattori che agiscono in modo sinergico. 

Il radicalismo islamico fa breccia lungo la costa mozambicana

Alessandro Vivaldi, in un articolo apparso su “Africa Rivista”, parla d’insurgency (“insurrezione”), più che di terrorismo, per definire quanto sta avvenendo nel Nord del Mozambico. Il primo attacco di al-Shabaab è avvenuto il 5 ottobre 2017, quando un gruppo di trenta uomini ha preso d’assalto la cittadina di Mocimboa da Praia, non lontana dal confine con la Tanzania. In realtà, la radicalizzazione del gruppo di giovani musulmani è avvenuta anni prima. 

Il primo fattore del conflitto in atto a Cabo Delgado, come ci spiega Diamantini, è proprio “la radicalizzazione di un gruppo di giovani musulmani appartenenti a una minoranza della popolazione di Cabo Delgado, i Mwani”. “I Mwani vivono lungo la costa e nelle isole, praticano la pesca e il commercio risalendo l’Oceano Indiano con piccole imbarcazioni tradizionali, i dau”, prosegue Diamantini. “Parlano, oltre a kimwani, il kiswahili, ossia la lingua franca della costa orientale africana. Sono musulmani: da bambini frequentano più le madrasse che le scuole statali. Questo per dire che si tratta di una popolazione che è da sempre in contatto con altri Paesi, come la Tanzania e il Kenya. Se poi si tiene presente il traffico illegale di avorio, di rubini e di eroina, che, come è noto, proviene dall’Afghanistan, raggiunge l’Iran e da lì arriva a Cabo Delgado per poi proseguire per Durban e l’Europa, si ha l’idea di una regione piuttosto permeabile.

Da qui la facilità con cui hanno fatto il loro ingresso le idee fondamentaliste di cui si ha notizia ancora prima della scoperta delle risorse a Cabo Delgado. La fondazione di una setta, a cui partecipano tra l’altro anche figure provenienti dalla Tanzania e da altri Paesi africani, risale al 2007. Solo negli anni successivi questa setta, dopo l’addestramento locale e l’indottrinamento religioso all’estero di alcuni aderenti, si trasforma in un gruppo armato, facendo successivamente proseliti anche in altre zone del nord e del centro del Paese”. 

Gli obiettivi militari di al-Shabaab, all’avvio delle operazioni, si trovano proprio lungo la costa, “in centri che sono abitati perlopiù da Mwani, come Mocimboa da Praia, Monjane e Mucojo”, spiega Diamantini. “Al-Shabaab si muove come se in questi assalti avesse avuto degli scopi premeditati: in primo luogo l’eliminazione di leader civili e religiosi. Infatti vengono uccisi religiosi musulmani e viene bruciato il Corano, perché si vuole mettere in discussione il modo con cui si pratica la religione, in nome dell’interpretazione autentica del Corano: non per nulla viene riportato che l’invocazione più frequente durante gli assalti è proprio ‘Sunnah’, ossia il codice di comportamento religioso. Solo successivamente compaiono il richiamo alla Jihad e alla creazione di uno stato autonomo”. 

C’è quindi un primo elemento che ha poco a che vedere con le risorse e con l’eldorado teatro degli scontri tra il gruppo di al-Shabaab e le milizie assoldate dal governo mozambicano: “è la scelta di giovani che anche altrove hanno abbracciato l’estremismo, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e da quelle della popolazione in mezzo alla quale vivono”, afferma Diamantini. “Quando penso alla versione mozambicana di al-Shabaab, quello che mi viene in mente è Boko Haram in Nigeria”. Anche Eric Morier-Genoud, ricercatore della Queen’s University di Belfast che studia la storia dell’Africa lusofona, ha usato questo paragone per descrivere il movimento estremista mozambicano. 

Se è vero che le risorse presenti a Cabo Delgado non sono la causa scatenante del conflitto in corso, è necessario ricordare che la questione delle risorse non scompare ma, anzi, riemerge con forza. “Al-Shabaab non acquista certo credito tra la popolazione provocando centinaia di migliaia di sfollati e morti indiscriminate”, dice il professore. “Quindi com’è che questo gruppo trova il consenso e si alimenta? E qui veniamo alla questione delle risorse, il secondo fattore in gioco”. 

Le risorse tra epoca coloniale e ricostruzione post-guerra civile

“Uno dei primi gruppi a raggiungere al-Shabaab, ancora prima dell’assalto a Mocimboa da Praia del 2017, è quello formato da alcuni garimpeiros, i cercatori che estraggono abusivamente i rubini”, spiega Diamantini. “I garimpeiros erano stati attaccati da milizie private assoldate dalla Montepuez Ruby Mining, che ha in concessione la miniera di Cabo Delgado. Come è documentato, in seguito all’attacco i cercatori di rubini entrano nelle fila di al-Shabaab, nome con cui vengono chiamati i Machambabos”. 

Molte delle risorse che giacciono in Mozambico sono state scoperte solo in anni recenti. Alcune, però, erano conosciute già durante il periodo coloniale: il carbone delle miniere di Moatize e l’acqua dei fiumi che attraversano il Paese, tra cui lo Zambesi. Ma non vengono sfruttate. “Fino al 1942, il Portogallo delega la gestione di gran parte della colonia a compagnie concessionarie private, soprattutto a capitale inglese”, racconta il professore. “In cambio di cosa? Delle imposte pagate dalle compagnie, le quali a loro volta si rifanno con gli interessi sulla popolazione africana. In pratica, il Portogallo cede la propria sovranità sulla colonia e ne ha in vantaggio proventi sicuri, oltre al fatto di non dover investire capitali. È esattamente quello che fa oggi il governo mozambicano quando, ad esempio, dà in concessione le miniere di carbone alla Vale, uno dei più grandi gruppi minerari del mondo, oppure i giacimenti di gas alle compagnie petrolifere. Gli investitori dispongono a tutti gli effetti delle risorse, il governo mozambicano, senza fare alcun investimento, ha in cambio i proventi dell’atto di concessione. Ma il problema non è tanto questo, quanto l’uso che viene fatto di questi proventi oltre che la delega delle scelte di sviluppo a investitori privati”. 

Il governo portoghese, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si limita a realizzare il collegamento ferroviario tra il giacimento minerario di Moatize e la linea ferroviaria che congiungeva Beira con il Nyassaland (oggi Malawi) e, assieme al Sudafrica, la diga di Cahora Bassa. 

Lo sfruttamento delle risorse ha inizio anni più tardi, dopo l’indipendenza, con alcuni antefatti. “Nel 1984 il governo mozambicano si accorda con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale per una ‘liberalizzazione’ dell’economia”, racconta Diamantini. “Teniamo presente che il Frelimo, il partito al governo, aveva optato per il marxismo-leninismo, e quindi per un’economia controllata dallo Stato. Questo accordo prelude al cambiamento che avviene nel 1989, quando il Frelimo rinuncia esplicitamente all’opzione marxista-leninista”. Un’altra tappa che apre allo sfruttamento delle risorse è l’ingresso del Mozambico nella Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe nel 1999, “ovviamente – come ci spiega Diamantini – in funzione della riabilitazione delle infrastrutture di trasporto che erano andate distrutte durante la guerra”. Infrastrutture che da un lato garantiscono al Sud Africa l’accesso al porto di Maputo e dall’altro permettono di avviare lo sfruttamento delle miniere di carbone. 

La scoperta dei rubini a Montepuez, del gas a Palma e della grafite a Ancuabe, tutte località situate nella provincia di Cabo Delgado, è successiva. “Non sono molto convinto, però, che questi giovani estremisti avessero consapevolezza di tutte queste cose”, aggiunge il professore. “Certamente sapevano dell’espulsione dalla terra nei giacimenti di Montepuez e avevano sotto gli occhi i cambiamenti che stavano investendo Palma e il sottostante promontorio di Afungi dove a un certo punto la Total avvia i lavori per la realizzazione della Cidade do gas”.

“Ma una cosa è evidente – continua il professore – se teniamo presenti da un lato la povertà della popolazione, le disuguaglianze sociali e la corruzione dilagante, e dall’altro l’arricchimento di pochi e la creazione di strutture moderne ed efficienti destinate però ad attività in cui la popolazione locale non trova spazio, non possiamo sorprenderci del senso di esclusione e del risentimento contro il governo, così come del fatto che questo stato di cose diventi una leva per il reclutamento, da parte di al-Shabaab, di giovani ai quali, come ha affermato il vescovo di Pemba, è negato il futuro”. 

Ed è proprio contro il partito di governo, il Frelimo, che al-Shabaab lancia di continuo le proprie invettive. 

“Maledizione delle risorse” in Mozambico

Lo sfruttamento delle risorse da parte di terzi non riguarda solo ed esclusivamente Cabo Delgado, ma abbraccia purtroppo tutto il Mozambico. A quello delle risorse naturali e della terra si aggiunge anche lo sfruttamento intensivo delle foreste, il cui legname è destinato in gran parte alla Cina. 

“La domanda che, giunti a questo punto, ci dobbiamo porre è: a favore di chi interviene lo sfruttamento delle risorse?”, si chiede Diamantini. “Innanzitutto a favore delle stesse compagnie concessionarie, poi a favore delle élite che governano il Paese. I proventi, soprattutto in tasse, dell’estrazione dei minerali, della produzione elettrica, del land grabbing e della stessa produzione industriale – si pensi alla Mozal, il grande impianto di alluminio che opera vicino alla capitale – rimangono in larga parte a Maputo, dove alimentano oltre alle élite la crescita di un ceto medio che non è presente in altre città. Non vengono di certo impiegati per attivare politiche credibili di sviluppo per l’insieme del Paese”. 

Qui entra in gioco un concetto che gli economisti chiamano resource curse (“maledizione delle risorse”). “La maledizione delle risorse fa riferimento proprio a questo stato di cose – chiarisce il professore – che possiamo riassumere così: se la presenza di grandi risorse e di un enorme potenziale di ricchezza torna a vantaggio di pochi e non riesce a tradursi in politiche di sviluppo rivolte all’insieme della popolazione – soprattutto a causa della corruzione e del malgoverno – si ingenerano disuguaglianze tali da produrre una perenne situazione di instabilità che alimenta i conflitti”. 

Come appalta le risorse, il governo mozambicano “ha appaltato” anche la gestione del conflitto

Nell’affrontare il conflitto, il governo mozambicano sta replicando lo stesso schema che utilizza per gestire le risorse. Oltre alle forze governative, la FADM (Forze Armate del Mozambico) e la UIR (Unità di Intervento Rapido), per combattere contro al-Shabaab e per difendere i siti dove vengono estratte le risorse il governo mozambicano ha assoldato alcune compagnie militari private, prima fra tutte la Dick Advisory Group, fondata dal colonnello sudafricano Lyonel Dick. La sola risposta militare, per di più affidata a truppe speciali se non a mercenari, è secondo il professore il terzo fattore che agisce nel conflitto di Cabo Delgado.

Entrambe le parti – forze governative e chi per loro da un lato e gruppo estremista dall’altro – violano il diritto internazionale umanitario, il quale sancisce che in un conflitto armato i civili non possono mai essere oggetto d’attacco. “All’inizio del conflitto le truppe governative  hanno colpito indiscriminatamente tutti coloro che si professano musulmani, perché accomunati ad al-Shabaab”, spiega Diamantini. “Questo nonostante la presa di distanza delle autorità religiose musulmane. Ciò ha spinto altri giovani a unirsi ad al-Shabaab. Quanto ai mercenari che combattono per conto del governo, è provato che mentre utilizzavano gli elicotteri in attacchi contro i jihadisti hanno sparato sulla popolazione civile con cui questi ultimi si erano mescolati. Dall’altra parte ci sono i crimini che commettono di continuo i jihadisti, in cui ritroviamo il campionario cui ci hanno abituato in questi anni le cronache,  comprese le decapitazioni e il rapimento delle donne e di giovani adolescenti. Insomma, una spirale infernale”. Uccisioni e violenze indiscriminate che concorrono all’esasperazione di un conflitto la cui soluzione è affidata, al momento, esclusivamente alle armi. 

Conclusione

Riepiloghiamo quindi le tre concause del conflitto mozambicano indicate dal professor Diamantini. 

La prima è la radicalizzazione di alcuni giovani musulmani che hanno formato un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, dal somalo al-Shabaab (“la gioventù”). Si tratta soprattutto di Mwani, una popolazione di Cabo Delgado dedita al commercio costiero e quindi in contatto da sempre con il mondo musulmano. Questa radicalizzazione è intervenuta con la presenza, a Cabo Delgado, di estremisti islamici provenienti soprattutto dalla Tanzania. Viene riportato che tuttora nella leadership di al-Shabaab sono presenti tanzaniani e altri stranieri. Non ha trovato però riscontro l’affiliazione di al-Shabaab allo Stato Islamico, anche se appare evidente che la prosecuzione del conflitto potrebbe spingere a questo connubio.

La seconda, invece, è il modo con cui il governo mozambicano gestisce – o meglio, non gestisce – le risorse, appaltando a grandi investitori stranieri il loro utilizzo. Il governo mozambicano, in tutto ciò, accumula le tasse pagate dai concessionari. Questi proventi vengono ripartiti privilegiando pochi gruppi sociali. Questo mantiene il Paese e in particolare le province di Niassa, Nampula e Cabo Delgado in uno stato di povertà in cui soprattutto i giovani non ravvedono un futuro, diventando preda della propaganda jihadista.

La terza e ultima causa è la violenza con cui viene gestito il conflitto di Cabo Delgado, che non risparmia neppure la popolazione. Una violenza che, come avviene con la gestione delle risorse, viene anche appaltata. Alle due fazioni in campo, al-Shabaab e le milizie governative, si aggiungono infatti i mercenari pagati dal governo mozambicano e dalle compagnie private assoldate per difendere i giacimenti di minerali e per debellare l’estremismo islamico. La violenza indiscriminata, che si iscrive in una risposta esclusivamente militare ai jihadisti, finisce con l’esacerbare la popolazione spingendo alcuni, fosse solo in cambio di cibo, vestiario e soldi, a schierarsi con il campo jihadista.  

Per concludere, affrontiamo una questione legata al land grabbing  che però riguarda da vicino il tema delle risorse. “C’è un’obiezione ricorrente, a fronte delle critiche all’accaparramento della terra, ed è: Vogliamo continuare ad alimentare l’agricoltura familiare quando questa non ci porta fuori dalla povertà?”, spiega Diamantini. “Quindi perché non sostituire l’agricoltura familiare con un’agricoltura intensiva, che produce più reddito?”. 

Ricordiamo che l’aumento del Prodotto interno lordo non garantisce da solo la sostenibilità economica, la quale a sua volta non può essere disgiunta da quella sociale e ambientale. Il PIL in tal senso è un pessimo indicatore: servono anche politiche credibili di sviluppo e di redistribuzione delle risorse. “Se tutto si svolgesse altrove e in un’altra epoca, l’obiezione alla quale ho fatto riferimento potrebbe avere un fondamento. In fondo è quello che è accaduto in Europa e in altre parti del mondo. Ma in tanti Paesi africani, oggi, l’espulsione dalla terra non è compensata da un posto di lavoro in fabbrica, come accadeva in Inghilterra durante la rivoluzione industriale. Non è compensata da nulla, tanto meno da politiche pubbliche che consentano l’ingresso in altri settori dell’economia. Non è compensata neppure da altra terra, visto che nei casi che abbiamo sotto gli occhi ai contadini viene riassegnata terra non fertile”, conclude Corrado Diamantini. “Alle politiche pubbliche è strettamente legata anche la questione delle risorse. Per i rubini, il gas e tutte le altre risorse presenti in Mozambico, si coinvolga pure una grande impresa nel loro sfruttamento, visto che sa come farlo e ha i capitali per farlo. Ma senza farne un soggetto extraterritoriale che compie a piacimento scelte, legate allo sviluppo, che coinvolgono poi i luoghi di vita, le infrastrutture e l’ambiente. E poi si vincoli la concessione alla realizzazione di progetti rivolti a migliorare sostanzialmente le condizioni di vita delle popolazioni locali oltre che all’esborso di oneri fiscali commisurati ai guadagni. Per costruire finalmente, con questi proventi, le basi per lo sviluppo di un Paese che, mentre combatteva il colonialismo, sognava di conquistare  dignità e  benessere”.

Bibliografia

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