Sostenibilità a…ruota libera!

di Gabriele Piamarta

Continuando a parlare di riuso, oggi portiamo l’esempio di Ruota Libera, un’associazione roveretana nata nel 2012. Questa realtà ci è stata raccontata da Michele Pedrotti, attuale presidente di Ruota Libera che ha deciso, su consiglio di una collega che conosceva il suo passato da ciclista e il suo amore per le bici, di far nascere qualcosa legato a questa sua passione.

Riciclofficina

E quel qualcosa nasce eccome, con la fondazione di Ruota Libera, che fa partire subito un grande progetto: la “Riciclofficina”, una vera e propria officina per sole biciclette. Fortunatamente Michele aveva già gran parte del materiale per aggiustare le bici, soprattutto grazie al lavoro di rete e ai contatti, così l’associazione riesce a partire con tutto il necessario e poche spese. Ormai, dopo quasi 10 anni di esistenza, le cose sono cambiate: ora la “Riciclofficina” ha  a disposizione due set completi per sistemare le bici e grandi quantità di materiali, nuovi e non.

Foto di Elissa Capelle Vaughn da Pixabay

Ma di che cosa si occupa ora la “Riciclofficina”? Si riparano bici, con la possibilità, almeno in bassa stagione, di assistere e aiutare nel sistemare il proprio mezzo. Ma non solo: si recuperano anche pezzi da biciclette usate, si organizzano laboratori aperti al pubblico per insegnare a prendersi cura e a fare piccoli interventi di manutenzione sul proprio mezzo e infine si crea anche un bel gruppo di persone con simili ideali e passioni.

Ma perché noi di Vivila in 3D, che abbiamo come stella polare la sostenibilità, che orienta tutti i nostri articoli, parliamo della Riciclofficina di Ruota Libera? Non solo perché parliamo di riuso, ma anche perché con il loro progetto sono un esempio di sostenibilità in tutte le sue tre dimensioni:

Sociale: Le persone che lavorano presso la “Riciclofficina” sono persone che erano in difficoltà e avevano bisogno di imparare un mestiere: questo per loro è solo un punto di partenza, visto che una volta imparato il mestiere e apprese le giuste competenze l’obiettivo è quello di reinserirsi nel mondo del lavoro (anche grazie ai tirocini formativi presso una delle aziende partner del progetto).

Ma non è tutto, infatti Via Calcinari 7 – dove si trova  la Riciclofficina – è anche un punto d’incontro, dove sì, porto la bici ad aggiustare, ma anche dove  passo per fare due chiacchiere e conoscere nuove persone.

Foto di Cord Allman da Pixabay

Ambientale: Come dice il nome, la “Riciclofficina” ha come punto cardine il riciclo, infatti se possibile favorisce il recupero delle bici che ormai non circolano più, e il riuso di ogni pezzo salvabile. Ovviamente però si mette  in primo piano la sicurezza del ciclista, perciò quando un pezzo è troppo usurato o comunque ha finito il suo ciclo di vita, c’è anche la possibilità di farselo montare nuovo; e come se non bastasse, l’officina promuove ovviamente l’uso della bici, il mezzo più sostenibile di tutti.

Economica: Esatto, infatti una parte in buone condizioni, recuperata da una vecchia bici, garantisce un buon pezzo a un minor prezzo.

Ruota Libera però non è solo la “Riciclofficina”. Vedendo nel settore della ristorazione un possibile sbocco lavorativo, un anno e mezzo fa, infatti, acquisisce una gastronomia, alla quale dà il nome di ”Fiori di Zucca”. L’intenzione è quella di formare delle persone come aiuto-cucina, per aiutarle a reinserirsi nel mondo del lavoro; purtroppo l’anno abbondante di pandemia li ha messi a dura prova, speriamo che ora vada tutto per il meglio… Anzi, basta sperare: se passate da Rovereto, fate un salto da “Fiori di Zucca”!!!

Creativi, solidali e sostenibili: i Centri di Riuso in Italia

di Marianna Malpaga

Ciò che si può fare grazie al materiale del Centro di Riuso Creativo di Verona

Un Centro di Riuso è un’area che nasce con l’obiettivo di prolungare la vita degli oggetti prima che essi diventino “rifiuti”, nella convinzione che questi possano essere una risorsa e che non debbano essere scartati con estrema facilità, come il modello consumistico attuale ci suggerisce. Nella pratica, dei conferitori consegnano ai Centri di Riuso – che possono essere comunali o privati – il materiale di cui intendono “disfarsi”, che viene a sua volta prelevato, in un momento successivo, da parte di utenti che lo riutilizzeranno, consentendogli di vivere una “seconda vita”. 

“Vivila in 3D” vi racconta l’esperienza di due Centri di Riuso italiani, uno comunale e uno privato, attivi rispettivamente a Verona e a Riva del Garda: il Centro di Riuso Creativo e il Centro di Riuso REplus

CENTRO DI RIUSO CREATIVO ed ECOSPORTELLO (VERONA)

Un Centro di Riuso che apre alla creatività di ognuno… senza giudizi

Il Centro di Riuso Creativo di Verona apre i battenti nel novembre del 2011 e costituisce un unicum nel panorama veneto, ma anche all’interno dell’intero “cosmo” dei Centri di Riuso italiani, per la sua impronta culturale e pedagogica. È aperto il martedì e il giovedì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 17.30, e riceve le donazioni a costo zero da parte di alcune aziende del territorio. Al Centro di Riuso Creativo non troverete, contrariamente a quanto potreste pensare, vestiti o libri usati. Le aziende, infatti, donano imballaggi e cartone, che il Centro di Riuso dà alle scuole e alle associazioni interessate a organizzare laboratori e atelier sul tema del riuso. 

L’ingresso del Centro di Riuso Creativo di Verona

“Ciò che ci interessa non è la quantità di rifiuti che risparmiamo, che è comunque trascurabile rispetto al totale di rifiuti prodotti in città”, spiega Loretta Castagna, coordinatrice del Centro di Riuso Creativo, che incontriamo assieme all’assessora all’ambiente del Comune di Verona, Ilaria Segala. “Ci importa piuttosto che passi un aspetto culturale e pedagogico, che è poi ciò che distingue il nostro Centro dagli altri. Con quel materiale, infatti, si possono fare molte cose. Questa è la convinzione che abbiamo cercato di promuovere all’interno degli asili nido e delle scuole materne, ma non solo”. 

Un approccio che vede protagonisti il bambino e la bambina che, con del materiale di scarto, riescono a creare tutto ciò che desiderano, senza condizionamenti di alcun tipo. Nelle scuole materne, ad esempio, il materiale fornito dal Centro di Riuso Creativo serve a organizzare alcuni laboratori ma anche ad arricchire i cosiddetti “angoli morbidi”, dove i bambini giocano in tutta libertà, senza che le maestre suggeriscano loro alcunché. 

“La nostra filosofia parte dal non-giudizio”, puntualizza Castagna. “Ognuno fa quello che si sente e che riesce a fare. Si tratta di un punto molto importante, specialmente per i bambini. Se si giudica, infatti, non si potenzia la creatività, ma si va a chiuderla. I nostri laboratori si chiamano proprio ‘Mettiti in gioco’, perché, a partire dal materiale donato dalle aziende, ognuno crea quello che riesce”. 

Nel 2011, quando il Centro di Riuso Creativo ha aperto i battenti a Verona, la pratica del riuso veniva vista con molta più diffidenza rispetto ad oggi. Si è partiti quindi con l’organizzare una serie di laboratori per gli adulti, tra i quali alcuni in collaborazione con un’associazione, Le Fate, che facilita l’integrazione di donne e famiglie straniere nel tessuto culturale e sociale della città di Verona. Un aspetto importante dei Centri di Riuso, infatti, è che riescono a far convivere l’attenzione alla sostenibilità ambientale con quella alla sostenibilità sociale ed economica, perché, come emerge da una ricerca condotta da Zero Waste Italy, in tutta Italia queste realtà creano centinaia di migliaia di posti di lavoro. All’interno del Centro di Riuso Creativo di Verona, in particolare, lavora un gruppo di persone “svantaggiate”, inserite grazie a un progetto dei Servizi sociali del Comune di Verona chiamato “Ria”. 

Si può dire che ci sia stato un cambiamento nel modo di percepire il riuso dal 2011 a oggi? “Rispetto alle insegnanti, sicuramente”, afferma Loretta Castagna. “Infatti, se all’inizio venivano al Centro per prendere una tovaglia o una tenda, adesso si presentano per prendere il materiale tattile. Certamente la sensibilità è cambiata: il riuso è entrato nelle scuole, che lo utilizzano come metodo di lavoro”. 

Uno dei giochi costruiti dall’Ecosportello

L’ecosportello: chi vuole essere “referente ecologico”?

L’ecosportello del Comune di Verona nasce prima del Centro di Riuso Creativo, tra il 2003 e il 2004, e cerca di promuovere un’educazione ambientale a 360 gradi, sia nelle scuole sia tra la popolazione.

“I bambini sono i nostri più grandi alleati”, dice sorridendo Loretta Castagna. “Nelle primarie siamo riusciti a far passare alcuni messaggi: i bambini adesso usano la borraccia e mangiano pochissime merendine. Circa il 44 per cento di loro, poi, viene a scuola a piedi o in bicicletta e spegne le luci della classe quando non serve che siano accese. Si tratta di pratiche molto semplici, ma comunque importanti”.

Sono nati anche i “referenti ecologici”, dei bambini che hanno il compito di misurare i comportamenti sostenibili – o meno – degli altri. 

L’ecosportello lavora anche sull’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Non si cerca di impartire un insegnamento sui 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, quanto piuttosto di mettere in luce il fatto che tutti gli Obiettivi sono collegati, lavorando sull’importanza della salute, del corretto smaltimento e del riuso dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’acqua… 

“Credo che la sensibilità sia aumentata molto anche tra i bambini”, aggiunge Castagna. La referente del Centro di Riuso Creativo spiega anche che ora è arrivato il momento di “fare un passo ulteriore”. “Non basta fare la raccolta differenziata”, dice. “Occorre diminuire i rifiuti, andare a scuola a piedi… Dobbiamo alzare l’asticella, mettiamola così”.

Non servono grandi gesti. Basta semplicemente misurare il cibo avanzato dopo un pranzo in mensa. “È una piccola cosa, ma scatena sempre grandi riflessioni nei bambini”, spiega Castagna. “Come facciamo a non buttar via cibo? Perché ci sono altri bambini che non ne hanno?”.

L’ecosportello ha organizzato anche alcune attività con i ragazzi e le ragazze delle medie, legate in particolare alla mobilità e all’uso della bicicletta in città. È stata creata un’applicazione, “Muoversi”, che sta all’interno di Verona Smart App. Grazie all’app, i ragazzi possono monitorare i loro spostamenti e, più vanno a piedi, più il loro punteggio aumenterà. Il 3 giugno ci sarà la premiazione di un concorso legato a questa applicazione e lanciato dalle scuole in collaborazione con l’ecosportello.  

I giochi costruiti dai bambini e dall’Ecosportello

CENTRO REPLUS di RIVA DEL GARDA

Ritorniamo ora in Trentino. È diversa dall’esperienza del Centro di Riuso Creativo di Verona, caratterizzato da un marcato aspetto pedagogico, la storia del Centro REplus di Riva del Garda, gestito dalla Cooperativa Sociale Garda2015. 

Il Centro ha aperto i battenti a ottobre del 2020, ma la storia della cooperativa parte nel 2015, con la fusione di due cooperative sociali che lavoravano nel settore delle pulizie e della manutenzione del verde. 

“Sono ambiti di cui ci occupiamo ancora, in realtà”, spiega Silvana Comperini, presidente di Garda2015. “Ma abbiamo aggiunto altre attività, legate alla custodia, al censimento dei rifiuti, al quale ci dedichiamo assieme alla Comunità di Valle, e al Centro di Riuso REplus”. 

Il Centro REplus si trova in via Baltera, 19; una zona un po’ decentrata di Riva del Garda, ma che tanti raggiungono grazie al passaparola che, piano piano, sta facendo crescere questa realtà. 

Cosa troverete a REplus…

Non solo abbigliamento, anzi. A REplus si vendono soprattutto libri e oggetti per la casa. Sono questi ultimi a essere apprezzati maggiormente dai cittadini e dalle cittadine. “Se parliamo di abbigliamento, sappiamo che ci sono tanti negozi che dispongono di merce nuova a prezzi bassissimi”, riflette Comperini quando le chiediamo come mai, secondo lei, l’abbigliamento di REplus riscuota meno “successo” rispetto agli altri oggetti in vendita. “Durante un anno passato in casa, poi, le persone probabilmente si sono dedicate di più alla cura degli ambienti interni, e l’abbigliamento che è stato più venduto è sicuramente quello sportivo, perché le uniche occasioni di uscita erano, appunto, quelle sportive”. 

A Replus si trovano, oltre a oggetti per la casa, libri ed abiti usati.

I prezzi della merce sono minimi: si va dai due euro per una maglietta ai cinque, dieci euro per un paio di pantaloni. “Si tratta di prezzi simbolici – dice Comperini – ma la nostra scelta è quella di dire: ‘Ogni pezzo ha un valore, per quanto piccolo’. Quindi, vogliamo che chi acquista lo faccia consapevolmente”. 

La merce che arriva a REplus è donata dai cittadini. “Raccogliamo un po’ di tutto, basta che sia in buono stato”, specifica Comperini. “Il nostro obiettivo, infatti, era sensibilizzare la popolazione rispetto alla donazione. Con il ricavato degli oggetti venduti riusciamo a finanziare le attività della cooperativa e, soprattutto, a sostenere una parte del costo del lavoro delle persone ‘svantaggiate’ che lavorano nel nostro centro”. 

Anche qui, infatti, la dimensione del riuso si fonde con quella sociale ed economica. “C’è una persona che da anni collabora con noi, inserita proprio nel Centro di Riuso”, spiega Comperini. “In questi mesi, poi, abbiamo aumentato la quantità delle persone occupate nella nostra cooperativa: abbiamo dei dipendenti che provengono da progetti come quello legato all’intervento 3.3.B e al Progettone”. 

Molte delle persone impiegate sono donne, che lavorano in sartoria e in lavanderia. La lavanderia, in particolare, nasce con l’intento di sistemare i capi donati dai cittadini prima che questi siano apposti sugli scaffali del negozio. “Da poco, invece, abbiamo attivato anche un servizio di sartoria e di stireria per i cittadini”, aggiunge Silvana Comperini. 

Alcuni giochi e libri per bambini in vendita al Centro REplus, che ha anche materiale per la casa

Riuso e circolarità… Come non pensare alle ruote di una bicicletta?

Due mesi fa ha aperto i battenti anche la ciclofficina della Cooperativa Garda2015. Se ne occupano un gruppo di volontari e un meccanico di professione. “Le amministrazioni comunali ci hanno donato, attraverso la polizia locale, delle bici dismesse che da anni nessuno richiedeva più e che erano state trovate in giro o rubate”, racconta Comperini. “Noi le risistemiamo e le mettiamo in vendita a dei prezzi molto contenuti. È un’attività che sta prendendo molto piede e che interessa tantissimo le persone, probabilmente anche perché la nostra zona si presta molto al movimento su due ruote. Finora abbiamo venduto 50 bici”. 

Per l’estate, la cooperativa Garda2015 sta pensando di organizzare – Covid permettendo – alcune serate dedicate al tema del riuso, ma anche allo sport, in particolare alla bicicletta, con il supporto di un volontario che ha allestito un museo della bicicletta. 

Una delle prime bici vendute nel Centro di Riuso REplus di Riva del Garda, che ha una ciclofficina

In conclusione… Perché vi abbiamo parlato proprio dei Centri di Riuso?

Perché riescono a coniugare le tre dimensioni della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica. Anche se i Centri di Riuso nascono anzitutto con l’obiettivo di rimettere in circolo i “rifiuti” – la motivazione ambientale, secondo la ricerca di Zero Waste Italy, pesa per il 51,2 per cento nella creazione di queste realtà – sono forti anche le ragioni sociali, perché questi Centri riescono a integrare persone che altrimenti rischierebbero di rimanere ai margini della società. Più o meno direttamente, poi, si instaura anche un buon rapporto con la sostenibilità economica, perché i Centri di Riuso creano un valore economico. Come si è visto, infatti, danno lavoro a un buon numero di persone. 

Nota: Alcune foto sono tratte dalle pagine Facebook del Centro di Riuso Creativo di Verona e di REplus. 

“Compra Meno, Scegli Bene, Fallo Durare”: El Costurero per una moda più sostenibile

di Maddalena Recla

Photo by Dinh Pham on Unsplash

Sai che nel 2020 il settore della moda è risultato essere una delle maggiori cause di inquinamento a livello mondiale?

Nonostante se ne parli ancora poco, la moda è un business che ha un impatto estremamente dannoso sull’intero ecosistema in termini di produzione di rifiuti, emissione di CO2 e consumo di risorse idriche. Il settore produce di fatto il 20% dello spreco globale di acqua ed è responsabile del 10% delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale, dato comparabile a quello dell’intera Europa. 

Una delle principali cause delle enormi conseguenze portate dall’industria del vestiario risiede nell’affermazione su scala internazionale della fast fashion: un modello di business nato negli anni Ottanta basato su produzioni estremamente rapide in grandi quantità e a prezzi bassi. Negli ultimi decenni, specialmente a partire dagli anni 2000, questo business ha rivoluzionato il mondo della produzione dei vestiti e le abitudini di acquisto delle persone, innescando un circolo vizioso altamente insostenibile. Il modello ha infatti accelerato e aggravato il costo ambientale del guardaroba, portando consumatori e consumatrici a comprare di più e usare meno, creando tassi di spreco elevati e favorendo delle scelte dannose per l’ambiente, i lavoratori e le lavoratrici. 

Secondo la Ellen McArthur Foundation, se nei prossimi anni non si riuscirà a ridurre l’impatto negativo del settore, entro il 2050 l’industria della moda consumerà il 25% del carbon budget mondiale, ossia il bilancio che indica la quantità di CO2 che possiamo ancora emettere nell’ atmosfera senza sforare la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura globale, rispetto ai livelli preindustriali – obiettivo affermato dagli Accordi di Parigi del 2015. 

Considerando il contesto in cui ci troviamo, un cambio di rotta risulta dunque necessario per il benessere del pianeta. Di fondamentale importanza, in quest’ottica, è e sarà cruciale promuovere una trasformazione culturale che riesca a mutare i comportamenti quotidiani delle persone. Per questo motivo, a livello globale numerosi movimenti e organizzazioni  sostengono da anni l’esigenza di un cambiamento, cercando di orientare tutti e tutte verso un consumo più critico e consapevole.

Anche a Trento ci sono persone che si impegnano ogni giorno per promuovere una moda più consapevole e rispettosa dell’ambiente e degli individui. Un esempio tra queste è Sandra Toro, fondatrice dell’Associazione El Costurero. Da oltre cinque anni, tramite la sua organizzazione, Sandra cerca di trasmettere alla comunità trentina l’importanza di un comportamento più sostenibile, che eviti gli sprechi e diffonda la cultura dello zero waste, quindi zero sprechi, anche quando si tratta di vestiario. In particolare, El Costurero promuove il riuso e il riciclo dei vestiti attraverso lezioni e laboratori in cui viene trasmessa la tecnica del cucito, grande passione della sua fondatrice.

Ecco l’intervista che abbiamo realizzato con Sandra per scoprire di cosa si occupa El Costurero e per capire meglio come avere un guardaroba sostenibile!

Cos’è “El Costurero”?

El Costurero è un’associazione culturale che nasce nel 2015 a Trento con l’obiettivo di promuovere, valorizzare e divulgare il riutilizzo di materiali, attraverso workshop di sartoria sovversiva e incontri su tematiche legate alla sostenibilità, all’ecologia e al risparmio delle risorse. Nel laboratorio di Trento in via Torre D’augusto 9, nel quartiere di San Martino, si può per partecipare a corsi, attività e workshop dove imparare a cucire e riciclare materiali che di solito vengono buttati via.

Una curiosità: da dove deriva il nome?

El costurero in spagnolo è la scatoletta dove si tengono tutte le cose per cucire (fili, aghi, forbici, bottoni ecc). Nella mia città, a Medellín in Colombia, ai tempi delle nonne, era anche il momento di ritrovo delle donne, dove si faceva maglia, uncinetto, rammendo e si chiacchierava.

È stato difficile portare l’idea del riuso di materiali e vestiti in Trentino? 

È stato molto difficile, lo è ancora e lo sarà per un po’.

Quanto è stato importante entrare in relazione con altre realtà sensibili a queste tematiche (come Fa’ la Cosa Giusta! Trento e il Distretto Economia Solidale) per lo sviluppo dell’Associazione?

Penso che fare rete sia una cosa molto importante, ancora di più quando stai cercando di dire al mondo un messaggio che forse ancora non vuole ascoltare. Fin dall’inizio ho cercato di collaborare con tutte le associazioni e realtà sul territorio e questo sicuramente mi ha aiutato a portare il mio messaggio più velocemente di come sarei riuscita a fare da sola. In cinque anni siamo passati da una stanzetta a Gardolo a un laboratorio in San Martino, e abbiamo partecipato alla maggior parte degli eventi a Trento e dintorni dove si parla di sostenibilità, ecologia e risparmio di risorse.

Quali sono i principali miti da sfatare quando si parla di moda sostenibile/riuso dei vestiti?

Mito 1

Donare i vecchi vestiti è un metodo sostenibile per ripulire l’armadio.

Verità

Mentre i negozi dell’usato e di carità donano o vendono una parte dei vestiti che ricevono, la maggior parte dei vestiti donati finiscono o nelle discariche o spediti nei Paesi in via di sviluppo (principalmente in Africa), fattore che ha un impatto negativo sulle industrie locali. In generale, solo il 10% dei vestiti donati ai negozi dell’usato viene venduto. 


Mito 2

I vestiti comprati online e restituiti vengono rivenduti.

Verità

I resi finiscono in discarica o bruciati. Il più delle volte per le aziende è meno costoso disfarsi dei resi che ispezionarli e rimpacchettarli. I brand non vogliono che vengano donati per paura che il prezzo crolli o danneggi la loro esclusività. Negli ultimi cinque anni il volume dei resi da acquisti online è incrementato del 95%.


Mito 3

Se il capo è più costoso allora meno lavoratori saranno stati sfruttati.

Verità

Molti dei brand di medio e alto prezzo in realtà producono nelle stesse fabbriche dei brand del fast fashion. Questo vuol dire che i diritti e le condizioni dei lavoratori sono le stesse sia per i brand costosi che per quelli a basso costo. Il prezzo di un capo non garantisce che i lavoratori siano stati pagati il giusto perché il costo del lavoro è solo una minima parte del totale dei costi di produzione.

Quale potrebbe essere un consiglio da dare e da usare quotidianamente (alla portata di tutti/e) per essere più sostenibili quando si parla di riutilizzo dei materiali e di vestiti?

Compra meno, scegli bene, fallo durare.

Quando si comprano vestiti, quali sono gli aspetti più importanti a cui fare attenzione (materiali, lavorazione, costo, ecc)? E quanto è importante leggere l’etichetta?

Sicuramente la cosa più importante è leggere l’etichetta: da lì si possono ricavare molte informazioni utili, come i materiali e dove è stato prodotto il capo. Ma non è abbastanza: tante volte i materiali e luoghi di produzione sono ingannevoli perché ci sono margini entro i quali si possono modificare queste informazioni. Io consiglio alle mie costureras di guardare anche sempre le cuciture e sentire il materiale al tatto. Se lo facessimo tutti avremo “l’occhio più allenato”. Il prezzo è poco rilevante se non si è in grado di valutare la qualità.

Portando lo sguardo sulla situazione attuale, è evidente come la pandemia abbia rappresentato un momento di grandi difficoltà e cambiamenti per quanto riguarda le tematiche legate alla sostenibilità. Secondo te, che impatto sta avendo sulle abitudini individuali per quanto riguarda l’acquisto/riuso di vestiti? 

Su questo non ti saprei rispondere (non ho abbastanza elementi in mano per valutare). Sicuramente per noi è stato un momento molto difficile, perché con le restrizioni dovute al Covid non possiamo fare gli swap party, che non vediamo l’ora di poter tornare a fare.

A fine aprile si è tenuta la Fashion Revolution Week, un’iniziativa del movimento Fashion Revolution, il quale si batte per un’industria della moda che rispetti le persone e l’ambiente. Vista la tua adesione al movimento, quale credi sia la sfida maggiore al momento per quanto riguarda l’affermazione di un modello di moda più sostenibile? 

Bisogna che i consumatori diventino più consapevoli e le leggi più chiare e restrittive. Sicuramente si stanno facendo molti passi avanti con nuovi materiali e nuovi modelli di produzione, ma la catena è molto lunga e bisogna agire in tutti i suoi anelli. 

Durante la Fashion Revolution Week noi ci siamo impegnati – come sempre – a raccontare alle persone cosa sta succedendo e chiedere ai brand #WhatsInMyClothes e #WhoMadeMyClothes.

I sette consigli di Sandra per un guardaroba sostenibile:

  • comprare vintage o di seconda mano
  • supportare i negozi locali
  • comprare equosolidale
  • affittare
  • partecipare a uno swap party
  • personalizzare 
  • riparare

Vi aspettiamo nel laboratorio!

Per qualsiasi informazione su “El Costurero” e le sue attività potete visitare il sito o seguire i profili Facebook e Instagram.  

Fonti