Il cibo quello buono: socialmente, economicamente e ambientalmente parlando

di Giulia Bassetto. Riprese di Juan Torregrosa

Sinergia; resilienza; rispetto della tradizione contadina; ritmo naturale della Pachamama; movimento socio-politico; sguardo lungimirante e approccio olistico; risposta al cambiamento climatico

Se stessimo giocando alle parole crociate queste probabilmente sarebbero varie definizioni utilizzate per indovinare ‘agroecologia’. 

L’agroecologia non può infatti essere descritta da una singola parola o definizione in quanto racchiude in sé diversi settori e sfere; in primis il settore agroalimentare che viene circoscritto all’interno della sfera sociale, politica ed economica.

Se da un lato la definizione di agroecologia risulta essere molto estesa, dall’altro però il suo approccio è invece molto chiaro: favorire i fattori economici tanto quanto quelli ambientali e sociali, partendo dalla convinzione che il minimo cambiamento in una di queste tre sfere può sconvolgere l’intero sistema (agricolo e non solo). Approccio che noi, in Vivila in 3D, stiamo cercando di trasmettere e diffondere.

Una definizione

Non esiste un’unica definizione di agroecologia né tantomeno è un concetto nuovo: ce lo insegna infatti la tradizione contadina, particolarmente sentita nelle comunità latino americane, ricche della loro storia e cultura agraria.

Come ci spiega uno dei maggiori referenti dell’agroecologia, Miguel Altieri (agronomo e professore cileno), l’agroecologia va concepita come un ricco conglomerato di principi il cui obiettivo finale è quello di produrre in modo migliore senza pesticidi chimici, riducendo gli input esterni e gli impatti negativi ad ambiente e società (Altieri, 1995).

Il pensiero e l’approccio agroecologico seguono un pensiero circolare e olistico che cerca di arrivare alla radice del problema attraverso soluzioni non convenzionali derivate dalla conoscenza scientifica e dalle consapevolezze locali, evitando pratiche  di immediata applicazione, come i pesticidi. Questo perché ogni contesto è a sé stante, unico e specifico e non può dunque essere approcciato in maniera universale (Ecoportal.net, 2016). L’agroecologia ha una visione completa dell’ecosistema: unisce il sapere contadino al mondo accademico; la tradizione alla conoscenza scientifica; l’innovazione tecnologica al ritmo della terra nel rispetto della biodiversità.

L’evoluzione del modello agroecologico trova le sue radici nella storica necessità di esprimere una forma di resistenza al modello agricolo industriale ‘convenzionale’, trovando un modello alternativo all’odierno che si basa sulla semplificazione, l’industrializzazione, la monocultura e l’esportazione dei prodotti (Gliessman, 2017). 

Negli anni poi, l’agroecologia è stata declinata in quelli che oggi sono i suoi tre principali elementi: le pratiche, la scienza e il movimento sociale

Le pratiche più utilizzate, comprendono la rotazione delle colture, la diversificazione delle specie, l’uso di semi nativi e l’assenza totale di fertilizzanti chimici o pesticidi. L’agroecologia come scienza, invece, favorisce l’olismo, l’unicità di ogni terreno, la policoltura e, soprattutto, favorisce la produzione e le risorse locali (Altieri & Toledo, 2011) – in altre parole il KM0. Tra gli scopi di queste pratiche e di questa scienza troviamo quello di aumentare la biodiversità e la complessità totale del sistema agricolo, migliorando conseguentemente la sostenibilità e la resilienza del campo (Altieri & Toledo, 2011). Questo risulta evidente nei momenti di grande siccità o durante le inondazioni, quando, grazie all’enorme biodiversità e vivacità del terreno, la sopravvivenza della coltivazione è più probabile che in un campo seminato con una sola specie.

Il movimento agroecologico, invece, ha iniziato a svilupparsi nel contesto latinoamericano parallelamente ai movimenti ambientalisti internazionali dagli anni ’60 in poi. Dagli anni ‘90, il movimento si è espresso con l’obiettivo di diffondere un paradigma agricolo alternativo e rigenerativo che promuovesse la produzione alimentare familiare, locale o nazionale basata su conoscenze tradizionali, risorse locali ed energie rinnovabili (Altieri & Toledo, 2011:587). Una delle più forti espressioni del movimento è la Via Campesina, un movimento internazionale nato nel 1993 che riunisce milioni di piccoli e medi contadini, senza terra, donne e giovani rurali, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo. La forza della Via Campesina deriva principalmente dal senso di solidarietà e unità di questi gruppi che vedono nell’agroecologia l’espressione di una giustizia e dignità sociale che si oppone ai monopoli di industrie agroalimentari che favoriscono principalmente la sfera economica a quella sociale ed ambientale.

Ma lasciamo che Marco Tasin, agronomo e attuale produttore agroecologico trentino, ci racconti cosa significa agroecologia per i piccoli produttori locali, come tutto ciò tocca direttamente noi consumatori e consumatrici e cosa, nella sua ottica, andrebbe cambiato.

Marco Tasin ci racconta l’agroecologia e l’esperienza della CSA di Trento

Sovranità Alimentare

Dalle parole di Marco si evince il forte aspetto sociale di questo movimento che è intrinsecamente legato al concetto di sovranità alimentare, il cui alfiere più (comb)attivo è probabilmente La Via Campesina. Il concetto di sovranità alimentare parte dal presupposto che ogni individuo ha e deve avere il diritto di controllo sulle proprie scelte alimentari, dall’origine all’approvvigionamento del cibo, nel rispetto della diversità culturale e produttiva (La Via Campesina, 2013).

La sovranità alimentare viene invocata da coloro che si battono per riforme agrarie che aboliscono la produzione di OGM favorendo metodi sostenibili e rigenerativi, al fine di garantire anche ai senza terra l’accesso all’acqua, alla terra, ai semi e il diritto di proteggersi da importazioni di cibo a prezzi troppo bassi (Via Campesina, 2003). 

L’agroecologia e la sovranità alimentare vanno quindi mano nella mano nel cammino verso un sistema agroalimentare inclusivo e sostenibile, un sistema che ha il triplice vantaggio di cui vi parlavamo inizialmente: la resilienza creata dalle pratiche e dalla scienza agroecologica non si traduce solo in vantaggio ambientale, ma altresì in vantaggio economico e sociale.

Come? In primis perché, come ci ha spiegato Marco, anche durante le epoche climatiche sfavorevoli (sempre più frequenti a causa dei cambiamento climatico) viene garantita una, seppur minima, produzione. Il che significa non solo garantire un introito (economico) costante, ma anche saper rispondere meglio al cambio climatico. In secondo luogo perché i costi di produzione sono minori in quanto il produttore non è dipendente da prodotti esterni, come i pesticidi che, nella maggior parte dei casi, vanno comprati. Il terzo enorme vantaggio è quello sociale: la valorizzazione della tradizione contadina, le conoscenze esistenti, la creazione di reti e network di persone significa intrecciare un tessuto sociale estremamente tenace anche grazie al rapporto di fiducia tra i diversi produttori e poi tra loro e i consumatori.

Non ci resta allora che provare a scoprire queste piccole produzioni agroecologiche locali. Non solo per la loro attenzione al sociale e all’ambiente, ma anche perché i prodotti che coltivano sono veramente, veramente buoni! Parola di Vivila in 3D.

A Maso Pez, dove prende vita “Beelieve” (e non solo)

di Fabiana Pompermaier e Marianna Malpaga

Foto “Beelieve” (Facebook)

Arriviamo a Maso Pez, a Ravina, un venerdì pomeriggio. Qui incontriamo Nicholas Moser, responsabile organizzativo e commerciale di “Beelieve” – un progetto di cui vi parleremo più avanti in questo articolo -, che ci accompagna in una visita alla struttura.  

Il Centro Maso Pez fa parte dell’area lavoro della cooperativa sociale Progetto 92, una realtà molto nota in Trentino per il suo impegno nel campo dell’accoglienza e dell’accompagnamento dei minori in difficoltà. È attivo dal 1994 in una struttura di proprietà della Fondazione Crosina Sartori Cloch, e offre un percorso di avvicinamento al mondo del lavoro a ragazzi e ragazze dai 15 ai 22 anni, che possono sperimentarsi all’interno del Vivaio Tuttoverde, della falegnameria legata al progetto “Beelieve”, o essere impiegati nella parte di assemblaggio. 

“Il nostro servizio si rivolge ai cosiddetti Neet, un acronimo inglese che sta per (Young People) Neither in Employment or in Education or Training, e che indica i ragazzi che non studiano e non lavorano”, spiega Nicholas Moser. “Sono persone che hanno bisogno di un aiuto per entrare nel mondo del lavoro o che hanno avuto un percorso di vita difficile”.

Tuttoverde: il vivaio dove, oltre alle piante, cresce anche il senso di comunità

“Qua avviene la semina delle piantine”, ci dice Nicholas mostrandoci il lavoro fatto dai ragazzi e dalle ragazze che lavorano all’interno del vivaio “Tuttoverde”, un’impresa sociale della cooperativa Progetto 92 che ha nove dipendenti e che offre una possibilità di inserimento nel mondo del lavoro a una decina di ragazzi Neet. “Ai ragazzi viene data una certa responsabilità: devono assicurarsi di aver messo l’etichetta giusta e di aver gestito bene la prima fase della nascita della piantina. Una volta che questa cresce, viene caricata sul nostro furgone assieme alle altre e portata nel vivaio, dove è pronta per la vendita”. 

Foto “Vivaio Tuttoverde” (Facebook)

Le persone arrivano a “Tuttoverde” perché sono sicure della qualità del prodotto che andranno a comprare. Il valore sociale, come racconta Nicholas, è solo un “quid” in più. Perché il progetto educativo in cui i Neet sono coinvolti funzioni, infatti, bisogna far comprendere loro l’importanza di fare un lavoro di qualità. Questo vale sia per il vivaio “Tuttoverde” sia per la falegnameria legata a “Beelieve”. 

Tra i prodotti che si possono trovare nel vivaio di Progetto 92 ci sono piante da appartamento, da balcone, da giardino, da orto e da frutto stagionale.

Le piantine pronte per la vendita. Foto: Fabiana Pompermaier

Si inizia con l’assemblaggio…

Nicholas ci accompagna poi all’interno del Centro Maso Pez, che è dotato anche di una sala da pranzo per i momenti di condivisione tra i ragazzi. Scendendo, ci mostra la sala dedicata al lavoro di assemblaggio. “Qui i ragazzi svolgono lavori abbastanza semplici”, dice. “Ci sono però anche alcune persone che hanno delle disabilità cognitive, e per le quali anche solo inserire una presa nel posto giusto è un’impresa finché non lo si è fatto quindici, venti volte”.

Di solito, i Neet che arrivano per la prima volta a Maso Pez iniziano qui il proprio progetto. Non sempre, però, perché all’inizio sono valutate le attitudini e le potenzialità di ciascuno.

“All’assemblaggio non vengono chieste particolari responsabilità”, aggiunge Nicholas. “Domandiamo semplicemente di esserci, perché quello che vogliamo fare qui – come in tutta l’area lavoro – è insegnare al ragazzo e alla ragazza come si sta sul posto di lavoro e come ci si rapporta con una persona che ha più responsabilità di te. Sono cose magari scontate per chi ha avuto una guida o una famiglia. Per chi invece non le ha avute, occorre tempo per capire che, se si vuole portare a casa qualcosa, bisogna venire al lavoro con costanza. Non tanto per la paga, perché è simbolica in questo caso, ma per imparare a interfacciarsi con il mondo del lavoro”. 

I ragazzi e le ragazze arrivano a Maso Pez su segnalazione dell’assistente sociale o della scuola. Il progetto è calibrato sui bisogni di ciascuna persona; in media, comunque, si parla di un periodo di tempo dai tre ai sei mesi. “Spesso le persone che arrivano qui abbinano a un problema relazionale una disabilità cognitiva”, spiega Nicholas Moser. “Perciò non è detto che abbiano una grande manualità: per alcuni anche solo apporre una fibbia non è così semplice… Però è una sfida, e quando riescono a farlo bene cominciano a capire che, impegnandosi, possono riuscire a superare le loro difficoltà”.

Beelieve: un progetto che permette alla natura e ai giovani di rifiorire

La falegnameria legata al progetto “Beelieve”. Foto: Fabiana Pompermaier

Accoltз dal profumo di abete, entriamo in falegnameria, dove Nicholas ci racconta che qui prende vita il progetto Beelieve. Tutto è iniziato tra 2015 e 2016 con la costruzione delle prime arnie e con l’avvicinamento al mondo degli apicoltori: la parola Beelieve, infatti, racchiude in sé le parole “bee”, ape, e “believe”, credere, testimoniando la volontà di creare una realtà che concili la sostenibilità ambientale con le dimensioni sociali ed economiche. 

Negli ultimi anni questa consapevolezza si è concretizzata. “Inizialmente  ci veniva chiesto di fare un prodotto basico, perché dovevamo andare al risparmio”, spiega Nicholas.  ”Abbiamo però deciso di cambiare questo paradigma, perché vogliamo insegnare ai ragazzi che un prodotto di qualità è un lavoro fatto bene, con l’attenzione che merita”. 

Per garantire la qualità dei prodotti offerti e l’attenzione ai bisogni del mercato, l’ideazione di Beelieve è partita dal confronto con i ricercatori del Muse di Trento e della Fondazione Edmund Mach per comprendere le necessità della biodiversità locale, e con l’Associazione degli Apicoltori per orientarsi verso un prodotto che fosse insieme innovativo e competitivo. La scelta dei materiali per la produzione è stata quindi compiuta in un’ottica sostenibile: il 95 per cento del legname utilizzato nel progetto proviene dalla filiera trentina, in particolare dalle foreste cadute in seguito alla tempesta Vaia del 2018.

Il risultato è un’offerta di prodotti che si è ampliata nel tempo, fino ad includere casette nido per uccelli e pipistrelli, ma anche oggetti di green design, quali vasi e fioriere, realizzati in rete con altre realtà della sostenibilità trentina, come Redo Upcycling. “Ci siamo orientati su un prodotto che fosse di qualità, con un prezzo un po’ più alto ma comunque competitivo: un prodotto che ci permettesse di raggiungere una sostenibilità economica. Questo è l’equilibrio che bisogna tenere quando si passa da temi sociali a temi economici. Ed è la complessità, e anche il bello, di un’impresa sociale.”

Foto “Beelieve” (Facebook)


Anche Beelieve infatti coinvolge ragazzз Neet, affiancati da educatori, che in questo caso sono anche falegnami. Il progetto ha coinvolto dal 2016 ad oggi più di 270 giovani in condizione di vulnerabilità, impegnando 18mila giornate di accompagnamento al mondo del lavoro: “se sai che tutti i giorni c’è un ragazzo che viene qui per 18mila volte, cominci a renderti conto che un impatto, questa scatola, ce l’ha”, commenta Nicholas.

I prodotti del progetto Beelieve sono disponibili all’interno del Muse Social Store, ma anche per ordine diretto, contattando la cooperativa Progetto 92 e Maso Pez. Per il futuro prossimo, si sta lavorando alla creazione di un e-commerce che permetta la vendita direttamente dal sito, agevolando il consumo consapevole ed informato. “L’idea è quella di unire la sostenibilità economica, la sostenibilità sociale e la sostenibilità ambientale”, conclude Nicholas Moser. “È quello che si voleva racchiudere dentro Beelieve. Ci stiamo provando. Vediamo dove arriviamo”.

Il nostro rifiuto e il bisogno di guardare la realtà

di Emanuele Pastorino

Global Strike 2019 – Trento | Foto del Forum trentino per la pace e i diritti umani

Only way through is colonization

Acclimatization

Population exodus

Monetization

Civilization

The operation has begun

There is no Planet B

I King Gizzard cantano anche i nostri rifiuti. There is no Planet B1è una delle frasi che più risuonano nelle manifestazioni del 2019, quelle dei Fridays for Future e di Extinction Rebellion, e ben rappresenta il problema: “tra 400 anni, se qualcuno farà un buco ad Ischia Podetti, troverà i nostri rifiuti indecomposti come noi troviamo i reperti archeologici delle antiche civiltà”. A dircelo è Thomas Deavi, ingegnere ambientale e divulgatore che collabora come libero professionista con gli enti gestori del Trentino, per formare e informare la popolazione sulla corretta gestione dei rifiuti.

Discarica di Trento (Ischia Podetti) | Llorenzi, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Molto nella gestione dei rifiuti è cambiato, eppure viviamo in una costante crisi: “la difficoltà nel gestire questo passaggio è legata al fatto che il Trentino è un insieme di valli fatte a V, dove lo spazio a disposizione per stoccare rifiuti è minimo e dove lo sfruttabile è stato sfruttato (l’ultimo spazio era la discarica di Arco, anche quella ormai satura)”.

Dagli anni ‘80, quando in Trentino sono stati censiti più di 400 siti di deposito dei rifiuti, discariche più o meno formali, le cose sono molto cambiate: “attualmente, quei 400 posti sono diventati 1”, osserva ancora Thomas Deavi.

Foto di RitaE da Pixabay

Il contesto è molto mutato per mille ragioni: la sensibilità ecologista e le battaglie politiche hanno portato a trasformare le regole del gioco. Riduzione, riuso, riciclo sono diventati parte del ragionamento: siamo passati dal portare il 100% del rifiuto prodotto in discarica a introdurre limiti progressivi.

In Italia, l’anno cui guardare è il 1997, con l’entrata in vigore del decreto Ronchi2: abbiamo sviluppato sistemi di raccolta e intercettazione dei rifiuti sempre più precisi, capaci di togliere dalle discariche porzioni sempre più ampie di rifiuti, di attivare la raccolta differenziata, di renderla prassi.

Allo stesso tempo, però, diminuiva lo spazio dove lasciare questi rifiuti: “le discariche non sono infinite”, ci dice ancora Thomas, “per veicolare un’immagine che uso spesso in classe, ma anche nelle serate per gli adulti, è come se io avessi dello sporco in camera e per gestirlo in maniera corretta, lo mettessi sotto al tappeto. Questa è la discarica”.

Guardando ai dati del 2019 relativi ai rifiuti urbani, ci racconta Chiara Lo Cicero, referente dell’Unità organizzativa rifiuti e bonifica dei siti inquinati per la Provincia Autonoma di Trento, a fronte di 280mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Trentino, circa 213,5mila sono stati differenziati (75%). Un dato incoraggiante ma “i numeri possono dire tutto”, osserva la dott.ssa Lo Cicero. 

Gli ingombranti (9,7mila tonnellate) e lo spazzamento stradale (8,4mila, di cui circa 700 tonnellate vanno in discarica) coprono un’altra fetta della torta. 

“Gran parte del residuo (quasi 52mila tonnellate), di cui 13,4mila vanno all’inceneritore di Bolzano. Tutto il resto va in discarica. A questo resto dobbiamo aggiungere 11,5mila tonnellate di 191212 provenienti dalla raccolta differenziata”.

Quel codice – 1912123 – indica il residuo di lavorazione negli impianti dove viene portata la raccolta differenziata e in cui viene selezionata, separando il rifiuto differenziato correttamente dalle impurità. 191212 indica le impurità, e sono moltissime. “Ma non è tutto”, sottolinea la dott.ssa Lo Cicero “molte raccolte differenziate vanno fuori provincia e quindi non abbiamo intercettato i dati di questo 191212”.

La qualità del nostro rifiuto

“C’è un calcolo ben preciso definito a livello nazionale e su questo dobbiamo basarci” continua Chiara Lo Cicero, sottolineando come il problema sia che i calcoli, frutto della normativa nazionale a cui bisogna fare riferimento, sono esclusivamente basati su criteri quantitativi e non vanno ad indagare la qualità del rifiuto differenziato.

“Stiamo cercando di intercettare tutto quel rifiuto che, dagli impianti di selezione e trattamento, rientrano in discarica”, ci racconta, “e stiamo cercando di farli ritornare alla frazione d’origine (verso l’organico, la plastica o il vetro) e riconnetterli al gestore che li ha prodotti, decurtandoli per definire un indice di qualità della raccolta differenziata”.

“Negli imballaggi leggeri, oltre il 50% sono impurità”, ci dice ancora Thomas Deavi. “Ogni 100 chili buttati nel sacco azzurro, più della metà non doveva finire lì. Nel momento in cui arrivano nell’impianto di Lavis, dove avviene la selezione di quel rifiuto, i nostri sacchi azzurri vengono aperti e ci sono lavoratori e lavoratrici che separano i rifiuti, quello che non è plastica, non è acciaio, non è alluminio o non è tetrapack, o in generale non è imballaggio, va a finire in discarica come residuo di lavorazione”. È così che nasce il 191212.

“Invece che portare ad un vantaggio, anche economico (perché sotto al discorso dei rifiuti ci sono delle economie) diventa un costo” continua Deavi.

Azioni, pratiche, politiche: i tre piani di lavoro

Queste economie possono emergere e avere forza a fronte di un cambiamento di sguardo da parte di tutte e tutti: “il riuso deve essere posto al centro di una vera e propria riqualificazione culturale: oggi vediamo moltissime piattaforme (vinted; subito.it; ebay) che puntano e investono su un’economia del riuso” osserva Deavi. “Parallelamente, in Italia, ma non solo, c’è ancora l’idea – diffusa – per cui chi attinge al riuso lo faccia per questioni strettamente economiche: usato non è uguale a povero”.  

Trasformare il modo in cui guardiamo alle cose passa anche da pratiche collettive e politiche pubbliche che facilitino la trasformazione culturale, delle abitudini e degli stili di vita collettivi e individuali: sono tre i piani di lavoro – lo sappiamo – su cui concentrare un cambiamento così imponente. 

Le azioni individuali che devono essere più consapevoli, certo, ma che non possono che essere accompagnate da più informazione, più controlli, da scelte strategiche che facciano sì che a tutti i livelli della governance dei rifiuti convenga mantenere i cittadini e le cittadine informati e attenti a ciò che fanno quando creano rifiuti.

Sono gli altri due livelli, quelli senza i quali le azioni collettive, per quanto virtuose, non riescono ad avere l’impatto che speriamo: pratiche collettive e politiche pubbliche che mettano in campo scelte diverse. 

Tutti gli attori sono coinvolti” – osserva Chiara Lo Cicero – “e bisogna insistere molto su questo: noi lo stiamo facendo e verrà previsto dal Piano Rifiuti Urbani, direttamente o rinviando a documenti di integrazione che usciranno subito dopo”.

Per questo, ci racconta, nella rielaborazione del Piano Provinciale per i Rifiuti Urbani – un percorso già attivato e che dovrebbe arrivare ad una prima bozza entro il 31.12.2021 – sono state coinvolte fin da subito le categorie produttive: “anche le aziende producono rifiuti urbani”, osserva la dott.ssa Lo Cicero, “e poi tutte queste aziende sono interessate a questo sistema in qualità di stakeholder”, interessate a capire quali saranno le scelte e gli indirizzi dell’amministrazione nel prossimo futuro.

Ci fa anche alcuni esempi: “insisteremo sull’apertura di centri di riuso, strutture dove posso portare una bicicletta che non funziona più per farla riparare e rimetterla in circolazione, anziché portarla al CRM. Pubblicizzeremo i centri di riuso anche come CRM”.

Ma non solo: “Vogliamo revisionare i marchi provinciali” ci racconta ancora Lo Cicero, riferendosi agli ECO-marchi PAT, certificazioni elaborate dalla Provincia per attivare pratiche virtuose di sviluppo sostenibile3.

“ECOAcquisti, ECORistorazione, ECOEventi, puntando a Mercatini di Natale senza bidoni dell’immondizia, perché non servirebbero più grazie a bicchieri e tazze riutilizzabili, ed elaborando un criterio di assegnazione che tenga in considerazione questi marchi; Ecolabel, per il turismo, che è in corso di discussione con le APT allo scopo di sviluppare un turismo ecosostenibile del Trentino”.

Azioni puntuali e concrete ma anche di sistema: insieme alla pianificazione della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stata depotenziata moltissimo anche l’informazione ai cittadini

“Dopo la grande spinta di vent’anni fa per l’attivazione della raccolta differenziata” – osserva Chiara Lo Cicero – “non è stata più portata avanti l’informazione: il cittadino è tempestato, non capisce più niente, non sa più se seguire quello che legge nelle etichette o quello che legge sui giornali legati alle disfunzioni degli impianti. Questo genera una fortissima disinformazione”.

Sul piano locale, la nascita del Nucleo Operativo Interservizio (NOI) presso il Comune di Trento è stato un tentativo di mettere in comunicazione vari soggetti, dal Comune a Dolomiti Ambiente, dagli esercenti alla Polizia Urbana che ha attivato molti interventi che, osserva Thomas Deavi “sono, però, piccoli rispetto alla gestione della massa di rifiuti dei complessi edilizi più grandi e dove convivono cittadini con livelli informativi molto diversi”. 

Su questo osserva come si stiano sviluppando azioni parallele e preventive: “con ITEA, Dolomiti Ambiente e il Comune si è lavorato per formare questi cittadini in modo da far sì che ci siano dei ‘nuclei di abitanti’ di quei complessi abitativi in modo che formino un ‘comitato di accoglienza’ di prossimità per chi arriva a viverci e spiegare il senso e il funzionamento della raccolta”.

Sul piano provinciale, “l’APPA ha, per legge, il compito di informare”, osserva il dott. Deavi, “nel 2003 facevamo serate pubbliche, incontri nelle scuole, collaborazioni con i supermercati. I fondi, da allora, sono diminuiti dell’80%. A questa percentuale se ne collega un’altra: negli imballaggi leggeri, oggi, circa il 50% sono impurità che vanno a finire in discarica. 

Fare formazione, stabilire pratiche di questo tipo, è necessario per avere azioni dei singoli più consapevoli”. 

Informazione che deve essere veicolata dal pubblico, dagli enti gestori e dalle aziende che si occupano di rifiuti anche attraverso sistemi di sanzionamento e premialità che non guardino solo al/la cittadino/a ma anche a chi ha la responsabilità della raccolta e, al contempo, di informare correttamente sui modi in cui la differenziata va fatta. Per farlo, ci racconta ancora Chiara Lo Cicero, serve fare un’azione a ritroso, dall’impianto alla raccolta, che punti “sul potenziamento dell’informazione e sui maggiori controlli anche in quelle isole ecologiche di raccolta stradale, dove la gente butta tutto quello che vuole”. A tutto questo vanno affiancati sistemi di informazione integrata, sanzioni per i cittadini così come già esistono ma anche “sanzioni sulla frazione estranea per il gestore, che avrà interesse ad attivare un sistema informativo”, conclude la dott.ssa Lo Cicero.

Ridurre è l’unica via

Tutto quello che buttiamo via lo abbiamo comprato”: il concetto è molto semplice ma è attorno a questo che si gioca la partita dei rifiuti. 

“Quando vado nelle scuole” – ci racconta Deavi – “faccio ragionare su questo: i ragazzi, in classe, hanno dai 3 ai 5 bidoni (tra la classe e i corridoi). Il bidone della carta, degli imballaggi leggeri, dell’umido, del residuo. Nei corridoi c’è la raccolta delle pile. Faccio ragionare i ragazzi – che siano bambini delle elementari o ragazzi del liceo – sul fatto che loro sono abituati a differenziare: lo vedono in classe, lo vedono a casa, lo vedono a calcio, a pallavolo, nelle piscine eccetera. Trent’anni fa, quando io andavo al liceo, avevamo un cestino rotondo dove buttavamo tutto”.

Abbiamo detto che l’informazione – e la sensibilizzazione – delle persone passa soprattutto dalle abitudini che cambiano: Chiara Lo Cicero ce lo spiega bene e fa un esempio sul grande tema, quello della plastica.

Ci racconta che sono in corso di revisione e ripensamento i criteri ambientali minimi (CAM)4 che vengono utilizzati nelle gare pubbliche per i servizi e, in particolare, di quelli dedicati ai servizi di ristoro negli uffici pubblici, in particolare con riguardo ai distributori automatici. 

Nel fissarli, fino adesso non si è fatta attenzione al tema dei rifiuti: nel giro di due anni scadranno anche tutti gli appalti provinciali, ed è l’occasione per cambiare alcune abitudini.

“Ci siamo accorti che, per la riduzione del rifiuto, dobbiamo parlare anche di qualità” osserva Chiara Lo Cicero. “Il grosso problema è l’uso scorretto della plastica che porta alla produzione di ingenti quantità di rifiuto: moltissime regioni stanno facendo normative sulla plastic free. C’è la direttiva 904 che ha vietato l’utilizzo di plastiche monouso: la bozza di recepimento italiana, così come i CAM a livello nazionale, hanno recepito queste direttive con un’azione di sostanziale greenwashing”, ci spiega. 

“Se da una parte viene bandita la plastica viene anche concesso l’utilizzo di plastiche biodegradabili. Questo, a mio avviso, non è andare contro la riduzione del rifiuto, ma far passare il concetto che è meglio produrre un rifiuto costituito da bioplastica piuttosto che produrne uno di plastica”.

Le bioplastiche, dunque, se da un lato non riducono il rifiuto, dall’altro non riescono neanche ad essere biodegradate, come dovrebbero. Infatti la certificazione che viene data a queste bioplastiche che non è garanzia di biodegradabilità delle stesse. “La certificazione”, osserva, “è basata su esperimenti fatti in laboratorio, dove viene tutto sminuzzato sotto i 2 mm, e dove si riesce a degradare la plastica entro i 90 giorni a 55°, condizioni che non rispecchiano quelle che si trovano negli impianti. Nei nostri impianti – non quelli trentini: in tutti gli impianti – non funziona così” sottolinea Lo Cicero.

“A livello provinciale, gran parte della raccolta differenziata dell’organico va all’impianto di Cadino che non è un semplice impianto di compostaggio, ma ha una tecnologia integrata: un primo trattamento anaerobico, che fa una degradazione spinta del rifiuto e produce biogas (purificato poi in biometano utilizzato per i trasporti locali), ed un secondo trattamento aerobico che rappresenta il cosiddetto compostaggio. È un impianto all’avanguardia e anche questo impianto ha le sue difficoltà a trattare la bioplastica

Questo genera un problema enorme: proseguendo con politiche di sostanziale greenwashing si genera il paradosso per cui sono le persone più attente all’ambiente a metterlo maggiormente in pericolo. L’utilizzo delle bioplastiche, di fatto, non ha cambiato le abitudini delle persone ma ha comportato costi elevatissimi: per i singoli, visto che le bioplastiche costano molto di più che la plastica; per il pubblico.

Complice il calo di un’informazione univoca e chiara e l’incertezza sempre maggiore dettata dall’essere comunque sommersi di stimoli diversissimi, le persone stanno facendo sempre più fatica a differenziare bene: le impurità, di cui parlavamo prima, sono un costo anche in termini economici e non solo ambientali. 

“L’unica cosa possibile da fare – visto che sta peggiorando la qualità dell’organico – è stata quella di acquistare, per l’impianto provinciale di Cadino, 4 macchinari nuovi. 3 per togliere il ferro, di tutti i tipi: 8 anni fa la qualità era molto più buona, oggi troviamo lattine di tonno, contenitori della marmellata e molto altro. Il quarto macchinario, invece, per lo scodellame di plastica biodegradabile: “è un impianto che funziona come una lavastoviglie”, ci spiega la dott.ssa Lo Cicero. “Questa macchina le lava, ripulendole dall’organico, e separando la poltiglia – per reimmetterla in ciclo – dalle scodelle – che vengono asciugate, messe in un container e poi buttate in discarica”.

E su questo ritorna il tema delle abitudini da cambiare: “vogliamo arrivare al punto di fare la scelta coraggiosa di vietare in tutti i modi l’usa e getta nel contesto della Provincia di Trento” ci racconta Lo Cicero. “Dobbiamo riuscire a cambiare l’abitudine del cittadino: non può esserci più l’abitudine di bere un sorso d’acqua e buttare il bicchiere. Devo portarmi il bicchiere da casa, portarmi la tazza di ceramica e andare alla macchinetta con la mia tazza” ci spiega.

“Ci è stato fatto notare che in questo modo creeremo, in un primo tempo, diversi problemi all’utenza: sì. Quello che vogliamo fare è creare il problema in modo che l’utenza si crei la soluzione da sola: la prima volta magari resterà senza caffè; la seconda si porterà la tazza da casa” osserva Lo Cicero, e sottolinea “ci sarà anche la possibilità di avere tazze riutilizzabili, sanificabili, sottoposte a cauzione vicino alle macchinette: se voglio me la porto a casa, altrimenti la si può lasciare per essere sanificata”.

E nel frattempo?

Questi interventi hanno percorsi di medio-lungo termine per raggiungere risultati: e nel frattempo?

“Dobbiamo trovare modalità alternative di riutilizzo di questi scarti” osserva Chiara Lo Cicero “questa è la grossa sfida: trovare delle novità, cambiare abitudini. È la parte più difficile”.

Negli anni si è molto discussa l’opzione della soluzione tecnologica, con la proposta – risalente all’inizio degli anni 2000 – di realizzare un termovalorizzatore per Trento. Tema che sta ritornando: “la soluzione tecnologica ha il vantaggio” osserva Thomas Deavi “che metto dentro 100 m3 di rifiuto, mi ritrovo a dover smaltire, a dover trovare lo spazio per 10 m3 di ceneri”, pensando ad un normale termovalorizzatore e alle difficoltà, di cui abbiamo parlato, nel trovare spazi adeguati dove smaltire i nostri rifiuti.

Ma il punto è forse un altro: il tema dei rifiuti impone di guardare con estrema attenzione alla questione della ricerca e innovazione: “fino a poco tempo fa” ci racconta Chiara Lo Cicero “non sapevamo che il polverino dei pneumatici potesse essere usato nell’asfalto”. Oggi Salvadori ha sviluppato questo meccanismo.

Accanto a queste forme di ricerca – che non sono soltanto tecnologiche, ma anche sociali ed economiche: andate a dare un’occhiata ai meccanismi elaborati da ATOTUS a Vezzano5 – c’è tutto il tema dell’impianto di destino finale. La situazione che stiamo vivendo – esaurimento dei siti di discarica; abitudini lente al cambiamento; l’inceneritore di Bolzano che fa resistenza e non vuole più i nostri rifiuti – impone di guardare a questa ipotesi con consapevolezza.

La Provincia, per questo, ha attivato un tavolo di approfondimento con l’Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler: “si può essere green”, osserva Chiara Lo Cicero, “anche prevedendo una tecnologia complessa per il trattamento dei rifiuti. Non si parla più di incenerimento, tecnologia vetusta, ma di produzione di idrogeno o biometano. Non è possibile prevedere solo la discarica e non ricorrere ad ulteriori trattamenti: abbiamo provato in questi ultimi anni e siamo assolutamente vittime di coloro che hanno gli impianti che servono a noi”.

Per fare tutto questo serve necessariamente una maggiore capacità di guidare questi processi: per il Trentino, questo ruolo dovrà essere assunto dalla Provincia, superando il sistema attuale – che prevede 12 gestori – per privilegiare la creazione di una cabina di regia unica capace di dare uniformità alla gestione, dalle tariffe alle regole della raccolta, dalla formazione all’informazione.

Un ruolo, quello del pubblico, che è di facilitazione e guida, non sostitutivo: serve l’insieme dei tre piani di lavoro – azioni individuali, pratiche collettive, politiche pubbliche – capace di generare una trasformazione di sguardo. “Se la cura diventasse il principio organizzativo di tutti gli stati del mondo, infatti, la disuguaglianza economica e le migrazioni di massa diminuirebbero e l’ingiustizia ambientale troverebbe rimedio grazie all’impegno reciproco alla cura del mondo. […] Per renderla realtà occorre contrastare e ripensare la nostra economia, a partire dal suo rifiuto della cura6.

Fonti

1. https://open.spotify.com/track/3YCiB91fQ6aGH3KkBEyriG?si=19885414466949c9 

2. https://www.ciclia.it/decreto-ronchi/ 

3. http://www.unirima.it/2018/07/06/scarti-lavorazione-cer-191212/

3.  http://www.eco.provincia.tn.it/ 

4. https://www.minambiente.it/pagina/i-criteri-ambientali-minimi 

5. https://www.atotus.it/ 

6. The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, 2021, p. 80.

Chi ammazza l’Amazzonia? Srotoliamo il filo che ci unisce alla foresta

di Giulia Bassetto e Giacomo Oxoli

Cleared land in the Amazon Jungle, Brazil
Cleared land in the Amazon Jungle, Brazil © Riccardo Pravettoni CC BY-NC-SA 2.0

Alberi abbattuti. Fiamme che divampano. Cenere trasportata dal vento. Biodiversità in fumo. Persone e animali che perdono la casa. Il cielo di San Paolo grigio per giorni. Eventi a cui ci stiamo abituando che risalgono tutti a un fattore: lo sfruttamento umano dell’Amazzonia. Una fetta importante di biodiversità dell’intero Pianeta sta venendo consumata dalle logiche miopi di profitto che vede l’essere umano al centro, una fetta importante che viene difesa dagli indigeni locali e che, inconsapevolmente o consapevolmente, arriva sulle nostre tavole. Cercheremo di srotolare quel filo che lega la Foresta Amazzonica alle nostre diete e all’importanza di leggere le etichette e di informarsi. Nel farlo, troveremo tanti nodi che riguardano le attuali politiche ambientali brasiliane, i trattati commerciali dell’Unione Europea come il Mercosur, il land grabbing. Srotolare il filo ci aiuta a venirne a capo, a prendere in mano l’inizio e la fine e a ripensare a un modello che vede al suo centro una reale sostenibilità a tre dimensioni e rimanda alcune riflessioni anche sui nostri stili di vita e sugli accordi internazionali che stipuliamo.  

Il polmone verde in fumo

Dove siamo? In Brasile, all’interno di quello che sta diventando il ricordo del polmone verde mondiale: la Foresta Amazzonica. In realtà, potremmo assistere a questo irrazionale spettacolo da qualunque punto della foresta pluviale mondiale in quanto, come confermano i dati dell’Università del Maryland diffusi su Global Forest Watch (esplora la mappa interattiva), nel 2019 ogni 6 secondi il mondo ha perso l’equivalente di un intero campo da calcio di foresta pluviale primaria (Weisse e Dow Goldman).

Il 2019 è ricordato come un anno particolarmente drammatico per l’ambiente, come confermano i rilevamenti di incendi attivi da maggio ad agosto, stagione con il più alto numero di incendi dal 2012 (GFED, 2019). Lo testimoniano anche le immagini twittate dall’organizzazione mondiale di meteorologia (WMO), che mostrano come il fumo degli incendi provenienti dall’Amazzonia stesse raggiungendo la costa atlantica di San Paolo.

Una delle tante conseguenze di questi devastanti incendi riguarda la significativa perdita di biodiversità. Quest’ultima è un po’ come l’interazione tra la sfera ambientale, economica e sociale di cui vi stiamo parlando: è complessa, ma fondamentale per la nostra sopravvivenza. In termini scientifici la biodiversità è l’insieme di relazioni tra i diversi organismi che creano un equilibrio tale per cui vengono garantiti cibo, acqua e risorse (inclusi ripari sicuri) ad animali e persone (FAO, 2019). Preservarla è fondamentale per diverse ragioni: in primis, alterare questo delicato equilibrio può voler dire  compromettere il legame tra natura e i focolai di malattie, vista la correlazione piuttosto evidente fra distruzione degli ecosistemi e nascita dei virus, specialmente in questo periodo storico (Shaw, 2018). In secondo luogo perché abbattere le foreste tropicali significa diminuire la capacità di assorbire anidride carbonica aumentando le emissioni in atmosfera e quindi il riscaldamento globale. Il coro di voci di ambientalisti/e e scienziati/e di tutto il mondo sta diventando sempre più forte poiché, come denunciano sulla rivista Environmental, se l’odierno tasso di allungamento della stagione secca continuasse all’attuale ritmo, contemporaneamente agli incendi e alla deforestazione, la foresta non avrà abbastanza tempo per riprendersi e far rigenerare la sua chioma. Secondo gli studi, questo significa che nel 2064 l’attuale paesaggio boschivo, denudato dal fuoco, sarà permanentemente invaso da erbe e arbusti (Walker, 2020).

Il peso dell’economia

Il collasso generale della governance ambientale è particolarmente evidente in Brasile, dove innegabilmente una delle tre dimensioni della sostenibilità, quella economica (di cui vi abbiamo parlato precedentemente), pesa in maniera preponderante sul piatto della bilancia. Questo appare evidente considerando che, in quasi 50 anni, il Brasile ha perso il 18,9% della sua foresta originaria – pari a quasi il doppio del territorio della Germania (RAISG, 2020) – e nelle ultime tre  decadi gli ettari di vegetazione nativa andati persi corrispondono al 10% del territorio nazionale (IPAM, 2020). Questo sta causando ciclopici squilibri ambientali e sociali.

Laddove un tempo germogliava la foresta vergine, ora l’espansione agricola di monoculture e di terreni destinati all’allevamento continua ad essere il principale motore della deforestazione, come conferma la FAO. Legname. Allevamento. Agricoltura, specialmente intensiva e con alti contenuti di OGM (organismo geneticamente modificato). Queste sono le principali attività antropiche che stiamo portando avanti nell’intera area, attività che vanno oltre la sussistenza per le popolazioni locali e che coinvolgono l’intero mercato globale. L’ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) conferma che nel 2017 il 94% dei 52,6 milioni di ettari di superficie totalmente coltivata con soia e mais erano organismi geneticamente modificati tramite le biotecnologie.

Per chiarire meglio come tutto ciò ci tocchi direttamente, parliamo con Paulo Lima, giornalista, educomunicatore e uno dei direttori esecutivi dell’associazione Viração&Jangada. Durante la nostra intervista, Paulo Lima conferma un altro elemento che è frequentemente evidenziato: lo spazio bruciato viene spesso destinato a coltivazioni intensive di soia OGM, che viene a sua volta esportata in Europa per nutrire gli allevamenti suini, bovini e di pollame (Legambiente, n.d.). Il sistema economico dell’Amazzonia è l’esempio della globalizzazione e delle dinamiche insostenibili di un modello economico globale: si radono al suolo interi ettari di foresta, si coltiva in maniera intensiva e con l’utilizzo di trattamenti chimici, la merce viene esportata per alimentare un’altra filiera agroalimentare, si nutrono gli animali con mangimi provenienti dall’altra parte del mondo e, dopo qualche mese, il piatto è servito. Quante navi cargo? Quanto inquinamento ed emissione di CO2? E per cosa? Per il risparmio centesimale di una filiera produttiva? 

In un mondo così complicato è difficile fare luce sulle responsabilità. Lasciamo questo tipo di conclusioni al lettore o alla lettrice; noi continuiamo a srotolare il filo e ci troviamo davanti a un nodo: la questione del land grabbing e degli interessi di grosse multinazionali che favoriscono questo modello insostenibile. Un modello economico che vede nell’Amazzonia un fortino di risorse da cui estrarre grossi investimenti su larga scala ignorando completamente il patrimonio ambientale e sorpassando di gran lunga il rapporto armonioso fra esseri umani e natura. 

E le politiche ambientali brasiliane?

La questione del land grabbing (accaparramento di terre) ci aiuta a comprendere perché il tema della sostenibilità del territorio brasiliano è strettamente collegato al contesto socio politico in cui è immerso. Se vi state chiedendo cosa intendiamo per land grabbing, ci riferiamo al sequestro illegittimo di terreni che una o più persone, aziende o governi mettono in atto al fine di controllare le risorse della zona (Oxfam, 2017). L’IPAM, Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia, ha denunciato il crescente tasso di area illegalmente registrata come proprietà rurale privata all’interno delle terre indigene che in Amazzonia è aumentata del 55% tra il 2016 e il 2020.

Le implicazioni di tali comportamenti chiaramente ricadono sulla fascia di popolazione più debole. A tal proposito abbiamo intervistato Claudia Fanti, giornalista e membro del Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST) che è presente in Italia e internazionalmente. Claudia, da Roma, ci ha raccontato come questa situazione è anche il risultato della combinazione tra narrativa politica ed azioni che mirano a favorire un segmento della popolazione, ossia di coloro che spalleggiano il governo Bolsonaro. Il 2019, oltre ad essere stato un anno particolarmente drammatico per l’ambiente in Brasile, come dimostrato precedentemente dalla mappa degli incendi, è l’anno che casualmente o “causalmente” coincide con l’inizio del governo di colui che è stato definito come l’alfiere internazionale del negazionismo ambientale1: Jair Bolsonaro. Claudia, infatti, racconta come le agenzie ambientali come l’IBAMA (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali) siano state smantellate o indebolite fortemente in termini di risorse e di tagli di bilancio. Così facendo, il governo Bolsonaro favorisce i poteri forti dello Stato quali i latifondisti e il settore dell’agribusiness, che mira ad accaparrarsi le risorse naturali del paese.

Questo processo avviene parallelamente al discorso politico che Bolsonaro sta attuando sin dalla campagna elettorale, abdicando al suo dovere di denunciare l’illegalità degli incendi, responsabili dell’80% della deforestazione illegale (WWF, 2019), favorendo l’avanzamento del latifondo e la privatizzazione del suolo, anche falsificando dei titoli di terreni di proprietà pubblica. Claudia Fanti conferma che è dal 1988 che la demarcazione dei confini delle aree indigene dovrebbe avvenire; non essendo ancora stata fatta, le attività e la ‘legittimazione’ del land-grabbing continuano. Il filo cuce insieme anche il tema della violazione dei diritti umani, la sottrazione di interi appezzamenti di terreno delle popolazioni indigene e delle migliaia di contadini/e che ci vivono, togliendo loro ogni possibilità di opporsi; persone che per quella stessa terra a volte ci rimettono la vita a costo di difenderla. Nel 2019, la regione amazzonica conta 33 morti fra attiviste e attivisti ambientali (Global Witness, 2020).

Una responsabilità condivisa

Sia Paulo che Claudia ci ricordano che in tutto questo l’Europa e l’Italia hanno delle grandi responsabilità. Arriviamo alla fine del filo riflettendo sulle nostre azioni, sia quelle dei singoli sia quelle collettive e istituzionali. L’Europa rappresenta una delle ultime destinazioni di ciò che viene coltivato e allevato in Amazzonia. Come sottolineato prima, la maggior parte della soia coltivata viene utilizzata per nutrire gli animali di cui noi ci cibiamo, ma non solo, come evidenzia l’accordo commerciale raggiunto nell’estate del 2019 tra Unione Europea e Paesi latino-americani.

Giacomo Oxoli, Maggio 2021

Nonostante l’impegno dichiarato dalla Commissione Europea nel portare avanti la transizione ecologica, la riduzione delle emissioni e la salvaguardia la tutela dei diritti umani, ad oggi sono ancora in corso le trattative per l’accordo UE-Mercosur, definito dalla stessa Commissione Europea come “ambizioso, equilibrato e globale”. Tra gli obiettivi dell’accordo dichiarati dall’UE c’è la volontà di aumentare il commercio e gli investimenti bilaterali, di incoraggiare le aziende ad agire in modo responsabile, di promuovere valori comuni ed infine di combattere il cambiamento climatico. Aumenti del commercio e dei consumi, quegli stessi consumi che stanno portando, ultimamente in maniera sempre più evidente, alla devastazione dell’Amazzonia. La continua richiesta di carne per il mercato europeo fa sì che le importazioni aumentino in maniera considerevole, e il trattato UE-Mercosur rappresenta perfettamente l’andamento degli scambi fra i Paesi dell’America Latina e gli Stati membri dell’UE.

Il problema della deforestazione sta anche nel favorire l’allargamento per nuovi pascoli per la produzione di carne. Il Brasile ne è uno dei primi produttori al mondo, con circa 10 milioni di tonnellate di carne all’anno. Di queste, circa 12000 sono dirette in Europa, prevalentemente in Gran Bretagna e in Italia. È proprio qui che il Bel Paese ha le sue responsabilità, perché importa da solo 27000 tonnellate, soprattutto per la produzione della famosa Bresaola (Legambiente, n.d.). Gli attuali standard produttivi della Bresaola non corrispondono all’effettiva possibilità di pascolo nel nostro territorio e portano le aziende a importare carne di zebù del Sudamerica, l’animale più diffuso nei pascoli del Brasile.2

È qua che il filo  unisce le due storie: la nostra come consumatori europei e quella degli indigeni, coloro che in Amazzonia convivono con la natura circostante ma sono costretti a difenderla. Un filo che in mezzo racchiude tante storie, tanti abusi e casi di corruzione, tanti volti, tanto sangue e il predominio dell’essere umano sulla natura e sulle stesse popolazioni locali. È possibile venirne a capo? È possibile interrompere un filo che più viene srotolato e più diventa drammatico?

Giacomo Oxoli, Maggio 2021

Non stiamo parlando solo di un territorio che, a mano mano che scriviamo l’articolo, viene privato della sua biodiversità, ma seguendo il filo ci accorgiamo che la questione ambientale, politica, sociale ed economica sono strettamente interconnesse.

Una situazione che vede l’Amazzonia come uno dei campanelli d’allarme per la salvaguardia ambientale e per la tutela degli ecosistemi, che sta mobilitando l’attenzione della comunità scientifica, politica e della società civile internazionale. Attenzione che si concretizza con azioni e risposte per evitare altra distruzione e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Quindi, partendo dall’accordo commerciale UE-Mercosur, troviamo coloro che si oppongono al trattato e, come ricorda l’ISPI, lo fanno partendo proprio da quelle motivazioni che l’UE dice di avere a cuore. In primis, quelle legate alla sfera sociale, sia in termini di concorrenza di prodotti più economici che in termini di livello occupazionale. Poi ci sono le motivazioni legate alla sicurezza alimentare e al rischio di indebolimento sugli alti standard di sicurezza alimentare europei (considerando anche il caso di alcuni anni fa della ‘carne fraca’3). Poi quelle legate all’impatto ambientale, in quanto questo accordo potrebbe essere un incentivo per alcuni governi ad aumentare i volumi delle produzioni intensive ed estensive e quindi la deforestazione. Infine la motivazione, forse non sufficientemente forte, della tutela dei diritti umani, soprattutto della popolazione indigena.

Claudia ci conferma che l’Italia, a differenza di Austria, Francia, Polonia, Belgio e Irlanda, che hanno dichiarato le loro perplessità e opposizioni, pare essere favorevole all’accordo (Wax e Nelsen, 2019).

In occasione della Giornata Mondiale della Terra del 2021, durante il summit sul clima organizzato dagli Stati Uniti, lo stesso Bolsonaro ha annunciato di voler mettere fine alla deforestazione illegale entro il 2030 (Loguercio, 2021). Un obiettivo che si allontana da una realtà dove i costanti tagli di iniziative per la protezione ambientale e la denigrazione, da parte del governo brasiliano, delle ONG che lavorano nel Paese sui temi ambientali portano a credere che l’intervento di Bolsonaro sia finalizzato a una propaganda politica piuttosto che ad azioni mirate per risolvere il problema. I prossimi summit sul clima, fra cui la COP26 a Glasgow, saranno fondamentali per orientare le politiche di tutti gli Stati verso azioni che vadano in una direzione veramente green. Il Next Generation EU e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono  strumenti fondamentali per costruire una transizione ecologica. Se guardiamo al fenomeno del commercio globale dell’Amazzonia ci chiediamo se veramente questo allarme viene preso in considerazione dalle nostre politiche e dai trattati commerciali che stipuliamo. Il rischio è continuare a sostenere un mercato globale senza renderci conto che la soia e la carne proveniente dal Brasile non possono essere sostenibili, e ignorando un reale sviluppo locale. Quindi, dobbiamo veramente importare così tanta carne pur sapendo che dietro si nasconde la deforestazione dell’Amazzonia, la repressione dei popoli indigeni e una produzione industriale dislocata?

Non è solo la politica a dover spingere verso finanziamenti green: è necessario lo sforzo di tutte le energie in campo, comprese le nostre. Come sottolineano Claudia e Paulo, se veramente vogliamo lasciare un pianeta ancora vivibile per le generazioni a venire è fondamentale  guardare a tutta la filiera alimentare, ponendo(ci) domande, informandoci e leggendo le etichette di ciò che compriamo. Ciò probabilmente comporta cambiare alcune abitudini alimentari che, anche se ci costa fatica, saranno la chiave per garantire una vita sana e dignitosa a coloro che verranno dopo di noi. Unire le forze potrebbe fare pressioni sulla politica, come sta facendo la campagna #StopEUMercosur, che ha riunito più di 450 organizzazioni in tutto il mondo, tra cui STOP TTIP Italia, per lanciare un messaggio chiaro: “i governi devono cancellare il trattato UE-Mercosur e difendere la vita e l’ambiente, avviare una cooperazione basata su criteri di solidarietà e non sulla deforestazione e il commercio di prodotti che impattano sull’Amazzonia, sul clima e sui diritti umani”.

Non è forse meglio pensare che questa sia una potenziale strada da percorrere? Forse sì. Sicuramente dovremmo rivedere il nostro modello economico e riflettere su quanta strada deve fare il nostro cibo prima che arrivi sulle nostre tavole e quanta devastazione si porta dietro. Non sarebbe meglio far respirare l’Amazzonia e non soffocarla con le nostre mani?


1 Video Presa Diretta. Min 5:50 https://www.raiplay.it/video/2021/02/Presa-diretta—Guerra-allAmazzonia-3b0dbb31-6a35-4524-bb95-36a39e13c48d.html 

2 Per saperne di più, visita il sito della Bresaola della Valtellina 

3 Uso massiccio di pesticidi e di ormoni della crescita in Argentina e Uruguay https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-8-2017-002406_EN.html?redirect

Bibliografia

Mappa interattiva, Global Forest Watch – Brazil

Weisse e Dow Goldman, We Lost a Football Pitch of Primary Rainforest Every 6 Seconds in 2019. World Resource Institute.

Presa Diretta, Guerra all’Amazzonia

GFED, 2019. Fire Forecast Amazon Region

World Meteorological Organization, 2019  Twitter thread.

FAO. 2019. The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture, J. Bélanger & D. Pilling (eds.). FAO Commission on Genetic Resources for Food and Agriculture Assessments. Rome. 572 pp.

Shaw, 2018. Why is biodiversity Important? Conservation International.

Environmental. 2020. Walker, R.T., Collision Course: Development Pushes Amazonia Toward Its Tipping Point.

RAISG, 2020. Amazonia Under Pressure, 68 pgs.. Amazonian Network of Georeferenced Socio-enviromental Information. (www.amazoniasocioambiental.org)

ISAAA. 2017. Global Status of Commercialized Biotech/GM Crops in 2017: Biotech Crop Adoption Surges as Economic Benefits Accumate in 22 Years. ISAAA Brief No. 53. ISAAA: Ithaca, New York.

IPAM, 2020. Brasil perdeu 10% do território em vegetação nativa entre 1985 e 2019

FAO, 2020. The state of the WOrld’s Forests 2020

Viração & Jangada, chi siamo.

Legambiente, n.d. SOCIETÀ JBS

Oxfam, 2017. Cos’è il land grabbing: uno scandalo in continua crescita

IPAM, 2021. Land-grabbing and illegal mining bring wildfires and deforestation to Indigenous lands in the Amazon

Movimento dei lavoratori rurali Senza Terra (MST)

IBAMA, Ministério do Meio Ambiente

WWF, 2019. Il 2019 è stato un anno di fuoco per le foreste nel mondo.

Mercosur. Unione europea e Mercosur: raggiunto accordo sul commercio

ISPI, 2021. Latino, A. UE-Mercosur: Accordo di scambio non ancora libero

EU Parliament, 2017, Parliamentary questions – Operation Carne Fraca

Wax and Nelsen, 2019. Politico. Macron, 3 other leaders warn Mercosur deal could ‘destabilize’ farm sector

Loguercio, L. 2021. Life Gate. Earth day 2021, gli impegni presi al summit organizzato dagli Stati Uniti

Global Witness, 2020. Defending Tomorrow.

Consorzio di Tutela della Bresaola della Valtellina. Only top-quality, safe and controlled meat, chosen all around the world as an excellence product.

Campagna Stop TTIP. Stop EU-Mercosur

PNRR. Trasmissione del PNRR al Parlamento. 25 Aprile 2021

Immaginando un futuro in equilibrio: la sostenibilità ambientale

di Giulia Bassetto (con la collaborazione di Silvia Pedrazzoli)

Se immaginiamo una bilancia, una a due bracci, di quelle che non si vedono più tanto spesso, possiamo comprendere la sostenibilità nelle sue tre dimensioni. La struttura rappresenta la sostenibilità ambientale mentre i due piatti, che vediamo in equilibrio, rappresentano la dimensione sociale e la dimensione economica.

La capacità di immaginare è il tratto distintivo dello sviluppo umano: non ci riferiamo solo all’oggetto che stai usando per leggere queste parole oppure ai vestiti che indossi.

Anche la società e l’economia sono state create e continuano ad essere perpetuate dalla nostra immaginazione collettiva. Ciò che invece prescinde da tale immaginazione è la Terra e i suoi delicati equilibri.

Se società ed economia sono costrutti, che possono essere modificati a piacimento dall’umanità e dalla sua immaginazione, l’ambiente non lo è e ci pone dei limiti. Tuttavia, questi sono limiti solo se li vediamo come tali. L’opportunità che abbiamo è quella di comprendere ambiente, società ed economia in maniera olistica, in maniera forse nuova e capace di creare armonia.

Infatti, il concetto di sostenibilità è intrinsecamente legato a quello di equilibrio, sinergia, relazioni e interdipendenze fra diverse dimensioni. La ricerca di armonia è anche un tratto distintivo della sostenibilità ambientale, una delle tre dimensioni compresa nella campagna Vivila in 3D.

La sostenibilità ambientale segue l’evoluzione del concetto stesso di sostenibilità, che, come ci piace pensare, è nato dalla consapevolezza che, non potendo creare una seconda Terra, “più diffonderemo la capacità di immaginare futuri alternativi [in questa] e meglio staremo tutti!”.

Dietro l’idea di futuro.

Oggi quando parliamo di futuro ci riferiamo inevitabilmente a crescita, sviluppo sostenibile, innovazione, collettività e solidarietà.

Dietro all’idea di sostenibilità c’è quindi la volontà di promuovere, creare e mantenere nel tempo una società sicura, ecologicamente prospera e capace di rispondere alle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di rispondere alle proprie (Caradonna, 2014 e WCED,1987). 

Per arrivare a ciò, l’idea stessa di sostenibilità è cambiata nel tempo, passando da una visione dove (come mostra l’immagine) la sfera economica, sociale ed ambientale erano tre dimensioni ben distinte tra loro a una concezione ‘robusta’, dove le tre dimensioni sono interdipendenti, ma dove sostenibilità sociale ed economica devono tener conto dei limiti della sfera ambientale.

Il percorso che ha portato a concepire le tre dimensioni della sostenibilità in modo interdipendente ha radici nell’Earth Summit (Summit della Terra) di Rio de Janeiro del 1992, prima conferenza mondiale dedicata all’ambiente e allo sviluppo. Da qui poi le COP (Conference of Parties) che dal 1995 impegnano annualmente i governi di tutto il mondo a valutare i progressi compiuti in ambito ambientale e, più recentemente, sociale ed economico. Cruciale è stata la COP21 del 2015 che ha dato vita gli Accordi di Parigi, l’accordo spartiacque in materia di riscaldamento globale e di cambiamenti climatici.

Il cambio di prospettiva si è reso particolarmente evidente nel passaggio dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (8 OSM, o Millennium Development Goals 2000-2015) a Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (17 OSS, o Sustainable Development Goals, 2015-2030).  La sostenibilità ambientale abbraccia tutti e 17 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, anziché limitarsi ad uno solo (come invece faceva con gli OSM). Infatti, la multidimensionalità, la meta-settorialità e soprattutto l’equità intergenerazionale sono il fil rouge degli OSS, l’approccio che abbiamo deciso di abbracciare per Vivila in 3D.

Ma cosa intendiamo con questi paroloni?

Quando parliamo di approccio multidimensionale e meta-settoriale ci riferiamo all’integrazione delle questioni ambientali a quelle sociali ed economiche al fine di mantenere il naturale equilibrio del pianeta. Significa quindi trattare sostenibilità sociale, ambientale ed economica non come compartimenti stagni, ma come aspetti fortemente correlati, che vanno tenuti assieme per mantenere l’equilibrio della nostra bilancia collettiva. Il termine equità intergenerazionale, invece, pone in un’ottica a lungo termine la consapevolezza espressa inizialmente che “più diffonderemo la capacità di immaginare futuri alternativi e meglio staremo tutti”. Questa visione lungimirante vuole stimolare l’immaginario collettivo verso un futuro alternativo che garantisca l’uso delle attuali risorse anche alle generazioni a venire (ASviS, 2020).

Questo è quello che noi chiamiamo sostenibilità ambientale: una responsabile interazione a livello sociale ed economico con l’ambiente, tale per cui si riescano ad usare, riprodurre e mantenere nel tempo sia le risorse naturali che l’integrità degli ecosistemi (Tenuta, 2009).

L’equilibrio che nasce tra il nostro agire rispettoso e la preservazione della fondamentale biodiversità donataci dalla generosa Pachamama (alcuni dei concetti tipici del pensiero ecologico) è anche la finalità degli Aichi Targets, che sono 20 obiettivi adottati nel 2010 all’interno dell’Agenda Globale sulla biodiversità, i quali puntano a conservare e preservare la vitale diversità naturale che garantisce la nostra sopravvivenza. Del resto, è proprio la forza della biodiversità che ci aiuterà a mitigare gli ormai ben noti impatti ambientali, sociali ed economici causati dal nostro miope stile di vita. Da qui deriva la fondamentale necessità di integrare le considerazioni ambientali nelle decisioni sociali ed economiche a livello locale, nazionale e internazionale (anche noto come Environmental Mainstream Approach). 

Con questa consapevolezza e con la speranza di poter creare un futuro alternativo dove stare tutte e tutti meglio, come Vivila in 3D ci siamo poste/i la domanda: “Come sarebbe se noi, in prima persona, riuscissimo a immaginare e a mettere in pratica tutto questo?”. 

Proviamo ad immaginarlo insieme?


Fonti