Produzioni biologiche e trentine: un viaggio all’insegna della sostenibilità

(Mappe ed elenchi delle produzioni sostenibili in Trentino) 

di Giacomo Oxoli

Produrre cibo in maniera sostenibile non è consueto in Trentino, dove la grande maggioranza delle coltivazioni consiste in monocolture di vigne e meleti. Il vino e le mele sono da decenni i simboli per eccellenza dell’agricoltura trentina, tanto che  alcuni marchi sono diventati famosi in tutto il mondo. Ma non è sempre oro quel che luccica e, con il passare degli anni, questo modus operandi sta portando a galla alcuni problemi: l’uso intensivo di fitofarmaci (pesticidi), la devastazione di foreste primarie, il prosciugamento di torrenti di montagna per l’irrigazione e l’impoverimento di sostanze organiche nel terreno portano conseguenze drammatiche per il territorio e per la popolazione. 

Sta a noi, quindi, il compito di valorizzare coloro che dedicano tempo, anima e corpo per consegnare sulle nostre tavole prodotti sani e genuini, rispettando e prendendosi cura della nostra Terra. 

Se nello scorso articolo abbiamo parlato della CSA (Comunità che Supporta l’Agricoltura) come modello sostenibile di agricoltura (qui l’articolo), oggi proviamo a mostrarvi alcune alternative a un modello di agricoltura intensivo e convenzionale, illustrando le mappe e gli elenchi dei produttorз biologici in Trentino. 

Gli operatorз biologici in Trentino al 31 dicembre 2019 sono ben 1354, e la superficie complessiva compresa di tare e boschi è passata dai 8.767,00 ettari nel 2017 ai 18.266,27 nel 20191.

ELENCO DI TUTTз I PRODUTTORз CERTIFICATI BIOLOGICI DEL TRENTINO (aggiornato al 2020):

Disponibile qui (Scaricare l’allegato “Operatori Bio 2020”)

MAPPA DEI PRODUTTORз della filiera corta:  

La mappa di Nutrire Trento2

(Non tutti gli agricoltorз trentinз che fanno agricoltura biologica, biodinamica e permacultura sono accreditati e seguono i canoni istituzionali di certificazione). 

Il biologico come scelta sostenibile? Una breve riflessione!

È risultato difficile coniugare la parola sostenibilità a “produzione biologica”, poiché non sempre biologico è sinonimo di sostenibilità, in particolar modo se la visione di sostenibilità tiene conto degli aspetti sociali ed economici oltre a quelli ambientali. Sembra un controsenso: perché promuovere il biologico per  poi screditarlo? L’intenzione di questo articolo è fornire delle informazioni e alcuni spunti di riflessione ai lettorз su un tema di cui si sente parlare molto al giorno d’oggi.   

La certificazione biologica non tiene conto di alcuni aspetti relativi alla sostenibilità, come uso di energie alternative, l’efficienza della produzione e le emissioni di metano. Tendenzialmente, comunque, la maggior parte delle pratiche biologiche sono sostenibili3.

La maggior parte della comunità scientifica è concorde nell’affermare una maggiore sostenibilità del biologico rispetto all’agricoltura convenzionale, e anche l’UE riconosce i suoi benefici ambientali. I vantaggi  principali dell’agricoltura biologica risiedono in una maggiore fertilità del suolo, nella salvaguardia della biodiversità e delle risorse naturali, perché si limita lo sversamento di sostanze inquinanti nel terreno e nelle acque4. Un rapporto 2009 della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica (IFOAM) evidenzia inoltre la diversa capacità dei sistemi biologici di trattenere carbonio,  e dimostra la sua maggior sostenibilità rispetto all’agricoltura convenzionale per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici5. La criticità del biologico consiste principalmente in minori quantità di raccolto rispetto all’agricoltura convenzionale. 

La sostenibilità, secondo noi, deve tenere conto di tutte le sue tre dimensioni (ambientale, economica e sociale). Quindi come possiamo affermare che il biologico è realmente sostenibile? 

Ammesso che bisognerebbe valutare azienda per azienda, e che ogni studio in merito utilizza strumenti di valutazione diversi, un’analisi della FAO sottolinea l’importanza  delle aziende biologiche nel promuovere l’occupazione nelle zone rurali e nel realizzare profitti più elevati grazie a un minor costo di produzione e alla vendita a prezzi elevati67.

La IFOAM ha stabilito quattro principi dell’agricoltura biologica: 

  1. Benessere/salute (sostenere e favorire il benessere del suolo, delle piante, degli animali, degli esseri umani e del pianeta, come un insieme unico ed indivisibile),
  2. Ecologia (essere basata su sistemi e cicli ecologici viventi, lavorare con essi, imitarli ed aiutarli a mantenersi),
  3. Equità (costruire relazioni che assicurino equità rispetto all’ambiente comune e alle opportunità di vita),
  4. Cura (gestione prudente e responsabile, al fine di proteggere la salute ed il benessere delle generazioni presenti e future, nonché l’ambiente8

Un altro strumento che ci aiuta a comprendere la sostenibilità di una azienda agricola è quello ideato da Gafsi e Favreau (2010), dove le tre dimensioni vengono suddivise e classificate secondo alcune variabili specifiche9.

Un passo in più verso le produzioni sostenibili

Questo articolo è nato per portare il lettorƏ “dentro” le produzioni sostenibili del Trentino, ma la difficoltà di posizionare i vari settori dell’economia all’interno  delle tre dimensioni della sostenibilità ci ha orientato ad approfondire esclusivamente il reparto agroalimentare. 

Nelle scorse puntate abbiamo parlato di alcune attività sostenibili del nostro territorio:

L’Ecosportello di Fa’ la Cosa Giusta! Trento, insieme a Tavolo dell’economia solidale, Nutrire Trento e Trentino che cambia, ha compiuto un lavoro di mappatura di tutte le realtà trentine che seguono i principi dell’economia solidale: si possono trovare agricoltori biologici, aziende, associazioni, Gruppi di Acquisto Solidale, botteghe del commercio equo, cooperative sociali, artigiani e piccoli produttori. La lista è in costante aggiornamento e supporta il consumatore nell’operare scelte di acquisto più consapevoli e sostenibili. Infatti, i loro prodotti e servizi sono caratterizzati da eco-compatibilità, trasparenza, equità, solidarietà, buona occupazione, partecipazione e consapevolezza. 

ELENCO DELLE ATTIVITÀ DELL’ECONOMIA SOLIDALE: https://falacosagiustatrento.org/produttori/


Note

  1. Qui sono consultabili i dati per tipo di coltivazione: http://www.trentinoagricoltura.it/Trentino-Agricoltura/Aree-tematiche/Produzioni-Biologiche-e-piante-officinali/Biologico-in-Trentino
  2. Non tutti i produttorз sono certificati Bio, vi invitiamo a controllare le caratteristiche di ogni azienda agricola. 
  3. a cura di C. Abitabile e A. Arzeni, 2013, INEA, “Misurare la sostenibilità dell’agricoltura biologica” (http://dspace.crea.gov.it/handle/inea/492)
  4. Ibidem
  5. (https://feder.bio/wp-content/uploads/2017/11/ifoam-cc-guide-hq-print.pdf)
  6. In – a cura di C. Abitabile e A. Arzeni, 2013, INEA, “Misurare la sostenibilità dell’agricoltura biologica” (http://dspace.crea.gov.it/handle/inea/492)
  7. Questo è un dato che ci ha sorpreso: le interviste che abbiamo svolto per la CSA Naturalmente in Trentino dimostravano una difficoltà per gli agricoltorз a ottenere un buon reddito. La questione economica meriterebbe ulteriori approfondimenti.  
  8. https://www.ifoam.bio/why-organic/shaping-agriculture/four-principles-organic
  9. M. Gafsi e J.L. Favreau, National School of Agronomic Training, UMR Dynamiques Rurales, France “Appropriate method to assess the sustainability of organic farming systems” (http://ifsa.boku.ac.at/cms/fileadmin/Proceeding2010/2010_WS2.1_Gafsi.pdf)

Il cibo quello buono: socialmente, economicamente e ambientalmente parlando

di Giulia Bassetto. Riprese di Juan Torregrosa

Sinergia; resilienza; rispetto della tradizione contadina; ritmo naturale della Pachamama; movimento socio-politico; sguardo lungimirante e approccio olistico; risposta al cambiamento climatico

Se stessimo giocando alle parole crociate queste probabilmente sarebbero varie definizioni utilizzate per indovinare ‘agroecologia’. 

L’agroecologia non può infatti essere descritta da una singola parola o definizione in quanto racchiude in sé diversi settori e sfere; in primis il settore agroalimentare che viene circoscritto all’interno della sfera sociale, politica ed economica.

Se da un lato la definizione di agroecologia risulta essere molto estesa, dall’altro però il suo approccio è invece molto chiaro: favorire i fattori economici tanto quanto quelli ambientali e sociali, partendo dalla convinzione che il minimo cambiamento in una di queste tre sfere può sconvolgere l’intero sistema (agricolo e non solo). Approccio che noi, in Vivila in 3D, stiamo cercando di trasmettere e diffondere.

Una definizione

Non esiste un’unica definizione di agroecologia né tantomeno è un concetto nuovo: ce lo insegna infatti la tradizione contadina, particolarmente sentita nelle comunità latino americane, ricche della loro storia e cultura agraria.

Come ci spiega uno dei maggiori referenti dell’agroecologia, Miguel Altieri (agronomo e professore cileno), l’agroecologia va concepita come un ricco conglomerato di principi il cui obiettivo finale è quello di produrre in modo migliore senza pesticidi chimici, riducendo gli input esterni e gli impatti negativi ad ambiente e società (Altieri, 1995).

Il pensiero e l’approccio agroecologico seguono un pensiero circolare e olistico che cerca di arrivare alla radice del problema attraverso soluzioni non convenzionali derivate dalla conoscenza scientifica e dalle consapevolezze locali, evitando pratiche  di immediata applicazione, come i pesticidi. Questo perché ogni contesto è a sé stante, unico e specifico e non può dunque essere approcciato in maniera universale (Ecoportal.net, 2016). L’agroecologia ha una visione completa dell’ecosistema: unisce il sapere contadino al mondo accademico; la tradizione alla conoscenza scientifica; l’innovazione tecnologica al ritmo della terra nel rispetto della biodiversità.

L’evoluzione del modello agroecologico trova le sue radici nella storica necessità di esprimere una forma di resistenza al modello agricolo industriale ‘convenzionale’, trovando un modello alternativo all’odierno che si basa sulla semplificazione, l’industrializzazione, la monocultura e l’esportazione dei prodotti (Gliessman, 2017). 

Negli anni poi, l’agroecologia è stata declinata in quelli che oggi sono i suoi tre principali elementi: le pratiche, la scienza e il movimento sociale

Le pratiche più utilizzate, comprendono la rotazione delle colture, la diversificazione delle specie, l’uso di semi nativi e l’assenza totale di fertilizzanti chimici o pesticidi. L’agroecologia come scienza, invece, favorisce l’olismo, l’unicità di ogni terreno, la policoltura e, soprattutto, favorisce la produzione e le risorse locali (Altieri & Toledo, 2011) – in altre parole il KM0. Tra gli scopi di queste pratiche e di questa scienza troviamo quello di aumentare la biodiversità e la complessità totale del sistema agricolo, migliorando conseguentemente la sostenibilità e la resilienza del campo (Altieri & Toledo, 2011). Questo risulta evidente nei momenti di grande siccità o durante le inondazioni, quando, grazie all’enorme biodiversità e vivacità del terreno, la sopravvivenza della coltivazione è più probabile che in un campo seminato con una sola specie.

Il movimento agroecologico, invece, ha iniziato a svilupparsi nel contesto latinoamericano parallelamente ai movimenti ambientalisti internazionali dagli anni ’60 in poi. Dagli anni ‘90, il movimento si è espresso con l’obiettivo di diffondere un paradigma agricolo alternativo e rigenerativo che promuovesse la produzione alimentare familiare, locale o nazionale basata su conoscenze tradizionali, risorse locali ed energie rinnovabili (Altieri & Toledo, 2011:587). Una delle più forti espressioni del movimento è la Via Campesina, un movimento internazionale nato nel 1993 che riunisce milioni di piccoli e medi contadini, senza terra, donne e giovani rurali, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo. La forza della Via Campesina deriva principalmente dal senso di solidarietà e unità di questi gruppi che vedono nell’agroecologia l’espressione di una giustizia e dignità sociale che si oppone ai monopoli di industrie agroalimentari che favoriscono principalmente la sfera economica a quella sociale ed ambientale.

Ma lasciamo che Marco Tasin, agronomo e attuale produttore agroecologico trentino, ci racconti cosa significa agroecologia per i piccoli produttori locali, come tutto ciò tocca direttamente noi consumatori e consumatrici e cosa, nella sua ottica, andrebbe cambiato.

Marco Tasin ci racconta l’agroecologia e l’esperienza della CSA di Trento

Sovranità Alimentare

Dalle parole di Marco si evince il forte aspetto sociale di questo movimento che è intrinsecamente legato al concetto di sovranità alimentare, il cui alfiere più (comb)attivo è probabilmente La Via Campesina. Il concetto di sovranità alimentare parte dal presupposto che ogni individuo ha e deve avere il diritto di controllo sulle proprie scelte alimentari, dall’origine all’approvvigionamento del cibo, nel rispetto della diversità culturale e produttiva (La Via Campesina, 2013).

La sovranità alimentare viene invocata da coloro che si battono per riforme agrarie che aboliscono la produzione di OGM favorendo metodi sostenibili e rigenerativi, al fine di garantire anche ai senza terra l’accesso all’acqua, alla terra, ai semi e il diritto di proteggersi da importazioni di cibo a prezzi troppo bassi (Via Campesina, 2003). 

L’agroecologia e la sovranità alimentare vanno quindi mano nella mano nel cammino verso un sistema agroalimentare inclusivo e sostenibile, un sistema che ha il triplice vantaggio di cui vi parlavamo inizialmente: la resilienza creata dalle pratiche e dalla scienza agroecologica non si traduce solo in vantaggio ambientale, ma altresì in vantaggio economico e sociale.

Come? In primis perché, come ci ha spiegato Marco, anche durante le epoche climatiche sfavorevoli (sempre più frequenti a causa dei cambiamento climatico) viene garantita una, seppur minima, produzione. Il che significa non solo garantire un introito (economico) costante, ma anche saper rispondere meglio al cambio climatico. In secondo luogo perché i costi di produzione sono minori in quanto il produttore non è dipendente da prodotti esterni, come i pesticidi che, nella maggior parte dei casi, vanno comprati. Il terzo enorme vantaggio è quello sociale: la valorizzazione della tradizione contadina, le conoscenze esistenti, la creazione di reti e network di persone significa intrecciare un tessuto sociale estremamente tenace anche grazie al rapporto di fiducia tra i diversi produttori e poi tra loro e i consumatori.

Non ci resta allora che provare a scoprire queste piccole produzioni agroecologiche locali. Non solo per la loro attenzione al sociale e all’ambiente, ma anche perché i prodotti che coltivano sono veramente, veramente buoni! Parola di Vivila in 3D.

Il Masetto e il racconto di un’altra montagna

di Marianna Malpaga

Il Masetto

Inoltrarsi nella valle di Terragnolo significa entrare in un Trentino diverso, forse sconosciuto a chi abita in città. In un’ora di macchina da Trento – mezz’ora da Rovereto – si arriva a “Il Masetto”, che si trova a Geroli, una delle trentatré frazioni del Comune di Terragnolo. 

Il Masetto è una via di mezzo tra un’osteria, un ostello e un rifugio, ma non è solo questo: è molto difficile usare un’unica parola per descriverlo, ma proveremo a raccontarvi come e perché è nato proprio nella valle di Terragnolo. 

“Volevamo unire ospitalità e cultura”

Il Masetto

Nel 2016 il Comune di Terragnolo indice un bando per affidare la gestione della struttura che attualmente ospita Il Masetto. Gianni Mittempergher, che viene dal mondo dei rifugi e delle malghe, e Giulia Mirandola, che si è sempre dedicata a editoria, illustrazione e formazione, vincono il bando presentando un progetto che punta sul turismo e sulla cultura. “Abbiamo tentato di coniugare due approcci”, ci racconta Gianni Mittempergher. “Uno, un po’ più classico, legato all’ospitalità. Il Masetto, infatti, ha una foresteria con diciotto posti letto e fa anche ristorazione, con una particolare attenzione alle produzioni locali e alla cucina del territorio”. Nel 2020, Il Masetto ha ottenuto un importante riconoscimento da parte di Slow Food Italia, che l’ha definita come la “miglior novità” delle “Osterie d’Italia 2020”. Il motivo? “Perché ha saputo connettere il territorio alla cucina e creare eventi di interazione sociale che ruotano attorno ai temi della sostenibilità sociale e ambientale”, scrive Slow Food. 

Il secondo approccio del progetto, invece, ha un carattere culturale. “Dal 2016 al 2019, Giulia Mirandola ha curato dei momenti di didattica e di narrazione dell’ambiente in cui ci troviamo”, aggiunge Gianni. Gli eventi culturali continuano tuttora, anche se in forma diversa, e accompagnano la stagione di apertura de Il Masetto, che va da maggio a ottobre. Dal 2016 sono passati sei anni: quella del 2021 è la sesta stagione de Il Masetto, che a settembre sarà chiamato a decidere se continuare o meno la sua avventura. 

“Perché siamo qui? Per raccontare un’altra montagna

Il Masetto

Il Masetto cerca di raccontare in modo sincero le bellezze e le difficoltà della valle di Terragnolo, senza edulcorare nulla, ma cercando comunque di valorizzare una località del Trentino (per il momento) ancora incontaminata. “Mi chiedi perché siamo qua? Siamo qua perché in Trentino c’è anche una montagna diversa da quella veicolata per ragioni – anche legittime – di promozione turistica”, afferma Gianni. “Del Trentino si conoscono le Dolomiti e i grandi sistemi di accoglienza: la val di Fassa, la val di Sole, Madonna di Campiglio, San Martino di Castrozza e il Garda. C’è però una montagna che sfugge a questo tipo di immaginario; è una montagna forse poco spettacolare, ma che ha tanto da insegnarci. Ci può anche educare su cosa sia il vero significato dello stare in montagna”. Cosa c’entra tutto questo con la parola “sostenibilità”? Gianni interpreta così la connessione tra montagna, turismo, cultura e sostenibilità: “Una valle come quella di Terragnolo non ha – e speriamo non avrà mai – grandi infrastrutture e insediamenti industriali: per me, dunque, è una valle sostenibile. Per contro, però, è una valle che ha subito un forte processo di spopolamento, e che adesso sta cercando di riflettere sul proprio futuro. Non si parla di progetti giganteschi, quanto di recuperare i muretti a secco, i terrazzamenti, la coltivazione del grano saraceno e un concetto di turismo lento. Anche se, più che lento, devo dire che mi piace chiamarlo attento. Un turismo che inviti a conoscere il territorio che si sta visitando. Attraverso i piatti, attraverso l’incontro reale con le persone che lo abitano, ma anche attraverso la voglia di approfondire gli elementi storici e naturalistici. Questo è ciò che cerchiamo di fare a Il Masetto, cercando però di non mostrare una cartolina della valle che sia bella da vedere ma che non corrisponda poi alla realtà delle cose”.

La contaminazione tra città e montagna, tra trentini e persone da fuori regione

Il Masetto

Sin dagli inizi, Il Masetto aveva l’intenzione di parlare a tutti: a chi abita la valle di Terragnolo, ma anche a chi viene da fuori, dalla città. Lo sforzo è stato quello di trovare un linguaggio comune, che fondesse semplicità e profondità e che favorisse l’incontro tra tutti e tutte. I laboratori che Giulia Mirandola ha organizzato fino al 2019, per esempio, erano frequentati da famiglie che venivano anche da fuori regione, e che per l’occasione si fermavano un paio di giorni nella foresteria. Ma c’era anche chi si incuriosiva pur provenendo da molto più vicino: partecipavano ai workshop anche i bambini della colonia estiva di Terragnolo. “Avveniva così uno scambio di impressioni tra i ragazzini di città, che si trovavano improvvisamente in una valle dove la natura è preponderante e dove l’ambiente del bosco è centrale, e i bambini di Terragnolo, che potevano sentire i racconti provenienti dalle ‘grandi città’, dove magari si sposteranno in futuro, per motivi di studio”, spiega Gianni Mittempergher. 

A inizio e fine stagione la frequentazione è più trentina. Nel bel mezzo dell’estate, però, arrivano a Il Masetto anche famiglie provenienti da Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia. “Alcuni giorni fa ci ha fatto visita una famiglia ligure”, aggiunge il gestore de Il Masetto. “Ci hanno conosciuti tramite i social e, passando in Trentino, hanno deciso di venire a trovarci”.

Il carattere “laboratoriale” de Il Masetto è cambiato, sia perché non c’è più Giulia Mirandola che se ne occupa sia per via dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19. Adesso, però, arrivano a Terragnolo delle persone – dei “turisti”, se così vogliamo chiamarli – che vogliono fermarsi più a lungo, anche per visitare la zona. “Non so se sia qualcosa di contingente o se si tratti invece di una trasformazione più profonda: sta di fatto che queste persone hanno voglia di sostare in questa valle”, commenta Gianni. 

Teatro, mostre, cene, corsi, proiezioni e incontri. A Il Masetto puoi fermarti per il piacere di ascoltare e guardare

Illustrazione di Giorgia Pallaoro per “il programma del masetto” 2021

Anche quest’anno, una rassegna anima il cortile de Il Masetto. Cominciato a inizio giugno, “il programma del masetto” si chiuderà domenica 12 settembre con lo spettacolo “Il Maggese. Un’idea più grande di me”, con Armando Punzo, regista e drammaturgo de La Compagnia della Fortezza.

Sono trenta gli appuntamenti in programma, organizzati con l’aiuto di Anna Benazzoli che, assieme a Gianni, a inizio primavera ha cominciato a pensare quali potrebbero essere gli autori e gli artisti da invitare a Terragnolo. Autori e artisti che si sposino con la filosofia de Il Masetto; che parlino quindi di montagna, società e cultura in modo il più sincero possibile. “Ci saranno anche due documentari sulle produzioni alimentari trentine, proiettati sul muro esterno della chiesa”, spiega Gianni. Accanto alla struttura de Il Masetto, infatti, c’è una chiesetta sconsacrata dedicata a San Giuseppe.  

Oltre alla possibilità di ascoltare spettacoli e incontri, c’è anche quella di assaporare la cucina de Il Masetto, che valorizza le produzioni tipiche del Trentino e della valle di Terragnolo, dove si sta cercando di recuperare e valorizzare la coltivazione di grano saraceno. 

Nota: Le foto sono di Francesca Dusini Dell’Eva e di Elisa Vettori (Pagina Facebook: Il Masetto)

A Maso Pez, dove prende vita “Beelieve” (e non solo)

di Fabiana Pompermaier e Marianna Malpaga

Foto “Beelieve” (Facebook)

Arriviamo a Maso Pez, a Ravina, un venerdì pomeriggio. Qui incontriamo Nicholas Moser, responsabile organizzativo e commerciale di “Beelieve” – un progetto di cui vi parleremo più avanti in questo articolo -, che ci accompagna in una visita alla struttura.  

Il Centro Maso Pez fa parte dell’area lavoro della cooperativa sociale Progetto 92, una realtà molto nota in Trentino per il suo impegno nel campo dell’accoglienza e dell’accompagnamento dei minori in difficoltà. È attivo dal 1994 in una struttura di proprietà della Fondazione Crosina Sartori Cloch, e offre un percorso di avvicinamento al mondo del lavoro a ragazzi e ragazze dai 15 ai 22 anni, che possono sperimentarsi all’interno del Vivaio Tuttoverde, della falegnameria legata al progetto “Beelieve”, o essere impiegati nella parte di assemblaggio. 

“Il nostro servizio si rivolge ai cosiddetti Neet, un acronimo inglese che sta per (Young People) Neither in Employment or in Education or Training, e che indica i ragazzi che non studiano e non lavorano”, spiega Nicholas Moser. “Sono persone che hanno bisogno di un aiuto per entrare nel mondo del lavoro o che hanno avuto un percorso di vita difficile”.

Tuttoverde: il vivaio dove, oltre alle piante, cresce anche il senso di comunità

“Qua avviene la semina delle piantine”, ci dice Nicholas mostrandoci il lavoro fatto dai ragazzi e dalle ragazze che lavorano all’interno del vivaio “Tuttoverde”, un’impresa sociale della cooperativa Progetto 92 che ha nove dipendenti e che offre una possibilità di inserimento nel mondo del lavoro a una decina di ragazzi Neet. “Ai ragazzi viene data una certa responsabilità: devono assicurarsi di aver messo l’etichetta giusta e di aver gestito bene la prima fase della nascita della piantina. Una volta che questa cresce, viene caricata sul nostro furgone assieme alle altre e portata nel vivaio, dove è pronta per la vendita”. 

Foto “Vivaio Tuttoverde” (Facebook)

Le persone arrivano a “Tuttoverde” perché sono sicure della qualità del prodotto che andranno a comprare. Il valore sociale, come racconta Nicholas, è solo un “quid” in più. Perché il progetto educativo in cui i Neet sono coinvolti funzioni, infatti, bisogna far comprendere loro l’importanza di fare un lavoro di qualità. Questo vale sia per il vivaio “Tuttoverde” sia per la falegnameria legata a “Beelieve”. 

Tra i prodotti che si possono trovare nel vivaio di Progetto 92 ci sono piante da appartamento, da balcone, da giardino, da orto e da frutto stagionale.

Le piantine pronte per la vendita. Foto: Fabiana Pompermaier

Si inizia con l’assemblaggio…

Nicholas ci accompagna poi all’interno del Centro Maso Pez, che è dotato anche di una sala da pranzo per i momenti di condivisione tra i ragazzi. Scendendo, ci mostra la sala dedicata al lavoro di assemblaggio. “Qui i ragazzi svolgono lavori abbastanza semplici”, dice. “Ci sono però anche alcune persone che hanno delle disabilità cognitive, e per le quali anche solo inserire una presa nel posto giusto è un’impresa finché non lo si è fatto quindici, venti volte”.

Di solito, i Neet che arrivano per la prima volta a Maso Pez iniziano qui il proprio progetto. Non sempre, però, perché all’inizio sono valutate le attitudini e le potenzialità di ciascuno.

“All’assemblaggio non vengono chieste particolari responsabilità”, aggiunge Nicholas. “Domandiamo semplicemente di esserci, perché quello che vogliamo fare qui – come in tutta l’area lavoro – è insegnare al ragazzo e alla ragazza come si sta sul posto di lavoro e come ci si rapporta con una persona che ha più responsabilità di te. Sono cose magari scontate per chi ha avuto una guida o una famiglia. Per chi invece non le ha avute, occorre tempo per capire che, se si vuole portare a casa qualcosa, bisogna venire al lavoro con costanza. Non tanto per la paga, perché è simbolica in questo caso, ma per imparare a interfacciarsi con il mondo del lavoro”. 

I ragazzi e le ragazze arrivano a Maso Pez su segnalazione dell’assistente sociale o della scuola. Il progetto è calibrato sui bisogni di ciascuna persona; in media, comunque, si parla di un periodo di tempo dai tre ai sei mesi. “Spesso le persone che arrivano qui abbinano a un problema relazionale una disabilità cognitiva”, spiega Nicholas Moser. “Perciò non è detto che abbiano una grande manualità: per alcuni anche solo apporre una fibbia non è così semplice… Però è una sfida, e quando riescono a farlo bene cominciano a capire che, impegnandosi, possono riuscire a superare le loro difficoltà”.

Beelieve: un progetto che permette alla natura e ai giovani di rifiorire

La falegnameria legata al progetto “Beelieve”. Foto: Fabiana Pompermaier

Accoltз dal profumo di abete, entriamo in falegnameria, dove Nicholas ci racconta che qui prende vita il progetto Beelieve. Tutto è iniziato tra 2015 e 2016 con la costruzione delle prime arnie e con l’avvicinamento al mondo degli apicoltori: la parola Beelieve, infatti, racchiude in sé le parole “bee”, ape, e “believe”, credere, testimoniando la volontà di creare una realtà che concili la sostenibilità ambientale con le dimensioni sociali ed economiche. 

Negli ultimi anni questa consapevolezza si è concretizzata. “Inizialmente  ci veniva chiesto di fare un prodotto basico, perché dovevamo andare al risparmio”, spiega Nicholas.  ”Abbiamo però deciso di cambiare questo paradigma, perché vogliamo insegnare ai ragazzi che un prodotto di qualità è un lavoro fatto bene, con l’attenzione che merita”. 

Per garantire la qualità dei prodotti offerti e l’attenzione ai bisogni del mercato, l’ideazione di Beelieve è partita dal confronto con i ricercatori del Muse di Trento e della Fondazione Edmund Mach per comprendere le necessità della biodiversità locale, e con l’Associazione degli Apicoltori per orientarsi verso un prodotto che fosse insieme innovativo e competitivo. La scelta dei materiali per la produzione è stata quindi compiuta in un’ottica sostenibile: il 95 per cento del legname utilizzato nel progetto proviene dalla filiera trentina, in particolare dalle foreste cadute in seguito alla tempesta Vaia del 2018.

Il risultato è un’offerta di prodotti che si è ampliata nel tempo, fino ad includere casette nido per uccelli e pipistrelli, ma anche oggetti di green design, quali vasi e fioriere, realizzati in rete con altre realtà della sostenibilità trentina, come Redo Upcycling. “Ci siamo orientati su un prodotto che fosse di qualità, con un prezzo un po’ più alto ma comunque competitivo: un prodotto che ci permettesse di raggiungere una sostenibilità economica. Questo è l’equilibrio che bisogna tenere quando si passa da temi sociali a temi economici. Ed è la complessità, e anche il bello, di un’impresa sociale.”

Foto “Beelieve” (Facebook)


Anche Beelieve infatti coinvolge ragazzз Neet, affiancati da educatori, che in questo caso sono anche falegnami. Il progetto ha coinvolto dal 2016 ad oggi più di 270 giovani in condizione di vulnerabilità, impegnando 18mila giornate di accompagnamento al mondo del lavoro: “se sai che tutti i giorni c’è un ragazzo che viene qui per 18mila volte, cominci a renderti conto che un impatto, questa scatola, ce l’ha”, commenta Nicholas.

I prodotti del progetto Beelieve sono disponibili all’interno del Muse Social Store, ma anche per ordine diretto, contattando la cooperativa Progetto 92 e Maso Pez. Per il futuro prossimo, si sta lavorando alla creazione di un e-commerce che permetta la vendita direttamente dal sito, agevolando il consumo consapevole ed informato. “L’idea è quella di unire la sostenibilità economica, la sostenibilità sociale e la sostenibilità ambientale”, conclude Nicholas Moser. “È quello che si voleva racchiudere dentro Beelieve. Ci stiamo provando. Vediamo dove arriviamo”.

Per cambiare dobbiamo scegliere di perdere tempo?

di Emanuele Pastorino

“Non c’è soluzione al problema ambientale senza una redistribuzione che non sia solamente di denaro ma anche di tempo”: così ci ha detto Francesca Forno, quando l’abbiamo intervistata alcune settimane fa. “Il tempo è una risorsa molto importante: chi ha tempo e non necessariamente solo denaro può cambiare il suo stile di vita. Chi non ne ha e deve fare tre lavori non ha questa possibilità”.

Foto di Cats Coming da Pexels

In quanto risorsa, il tempo è a rischio: abbiamo già raccontato come il nostro sistema produttivo sia basato sull’estrazione e lo sfruttamento di risorse, siano esse persone, territori o materie prime. Da questo punto di vista, viviamo in un contesto sociale e culturale che è abituato a nutrirsi del tempo, un’erosione che ha come obiettivo il tempo libero,  quello riconosciuto e tutelato oggi grazie a lotte sindacali che hanno portato  alla conquista della giornata lavorativa di otto ore,  quello che una volta veniva chiamato otium – il tempo dell’inattività e della non redittività1.

Tempo come risorsa: oggi, però, viviamo un momento storico che sta rimescolando ancora una volta le carte. A fronte dell’orario di lavoro imposto per legge, sono nati nuovi meccanismi di sfruttamento come l’intensificazione dei ritmi lavorativi e l’intrusione del lavoro nella vita quotidiana. 

Foto di Mike van Schoonderwalt da Pexels

“Il paradosso è infatti che, sebbene il tempo a disposizione per le attività non produttive sia aumentato rispetto al passato, si è ormai innescato un processo irreversibile di accelerazione di ogni aspetto della nostra vita2 che lo assedia, lo distorce e lo trasforma nuovamente in tempo produttivo: durante gli ultimi quarant’anni abbiamo interiorizzato l’idea – allarmante – per cui non ci siano alternative al modello di sviluppo presente. Allo stesso tempo, abbiamo percepito di vivere (e, in parte, percepiamo ancora) in società assediate, ossessionate da minacce costruite a tavolino, una “società disciplinare”3 in cui l’individuo è portato in qualche modo ad obbedire sempre.

“Prima il dovere” e altre forzature

Oggi questa dimensione è cambiata ancora: iperattivз e ipernevroticз4, siamo immersi in una quotidianità intensissima dove si intrecciano, indistinguibili, una serie di atteggiamenti e di situazioni dalle quali fatichiamo ad emanciparci. Quella società fondata sulla disciplina ha lasciato spazio ad una fondata sulla “prestazione”: non è più tanto il “dover-fare” che ci spinge, quanto il “poter-fare”.

Progresso infinito, senza alternative, che pone nel “fare il proprio dovere” il fine ultimo di ogni individuo nella società. Questo quadro è quello che fa sì che “permettiamo che il lavoro assuma un ruolo così preponderante nelle nostre vite, credendo non solo che lavorare garantisca la nostra sussistenza e quella dei nostri cari, ma che avere un buon impiego significhi avere uno scopo, perseguire un obiettivo, fare qualcosa di buono per la società”5.

E, in questo contesto, emerge il tema della produzione e dei diversi modi che abbiamo di guardare ad essa: da una parte, quella che è diventata un nuovo principio organizzatore della vita, onnipresente e pervasiva, fatta di sfruttamento, svalutazione della cura, distruzione degli strumenti di welfare pensati per bilanciare i ritmi – i tempi – di vita delle persone.

Dall’altra, c’è un modo di produrre sostenibile e consapevole, che guarda alle risorse in modo ragionato, che concepisce il tempo anche al di là della sua natura produttiva: in questo senso, ci vengono in soccorso alcuni ragionamenti che, a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso, hanno attraversato il dibattito filosofico, politico e culturale, europeo ma non solo.

Al tempo produttivo è stato, da sempre, contrapposto un tempo diverso, quello riproduttivo, fatto di attività che, anche se non generano profitto, “[sono] comunque necessari[e] sia per la serenità dell’individuo (e quindi la sua efficienza sul luogo di lavoro) che per l’effettiva continuazione del sistema”6

Attività come l’amore, gli affetti, la noia, l’ozio7, lo svago: tutto quello che, insomma, non è produttivo. O, almeno, non lo è secondo criteri che privilegiano la quantità, il profitto, il consumo rispetto alle altre attività e qualità umane.

Il punto critico, però, si raggiunge nel momento in cui il lavoro – focus del tempo produttivo – si inizia a confondere con il tempo libero8. Se negli anni ‘50 Marcuse osservava come questa invasione generasse un ciclo continuo di mercificazione, in cui produciamo per consumare. Oggi questo schema è diventato molto più complesso: la mercificazione non è scomparsa, anzi è diventata via via più pervasiva, al punto che “le nostre vite si sono trasformate in progetti di cui siamo gli unici responsabili, sia che finiscano bene sia che falliscano”9 e, così, finiamo con lo sfruttare noi stessi.

Incuria di noi

In mezzo a questa trasformazione, abbiamo vissuto anni di “globalizzazione dei rapporti sociali fondati sul denaro”10: questa forma di relazione si rispecchia in un altro tratto caratteristico del nostro sistema di produzione, ossia l’incuria11. Bisogna fare attenzione: osservare questi tratti del nostro sistema non significa certamente rimpiangere i bei tempi andati (c’è un libricino di Michel Serres che racconta in modo ironico e preciso perché quella forma di nostalgia sia insensata12). Piuttosto “comporta ammettere la nostra reciproca interdipendenza, accettare le ambivalenze al cuore della cura, assicurare una redistribuzione egualitaria dei ruoli [e dei tempi, ndr] di cura e superare l’idea che si tratti di lavoro improduttivo”13.

Si tratta, ancora una volta, di fare una scelta: negli ultimi due anni abbiamo sperimentato attivamente cosa significhi “incuria”. La pandemia, da questo punto di vista, è stata un sintomo troppo evidente per essere ignorato. Almeno in teoria. 

Sì, perché in realtà già prima i segnali erano davanti ai nostri occhi ma, ad ogni alluvione, terremoto, incendio, ad ogni grado in più, ogni metro in meno di banchisa, ad ogni guerra scoppiata perché le risorse naturali sono sempre meno accessibili, abbiamo sempre trovato delle vie di fuga, osservazioni consolatorie che ci hanno assolto, di volta in volta, dall’idea che siano state le nostre scelte a determinare ciò che stava avvenendo.

Scelte che non riguardano il “solo” consumo: le nostre vite sono diventate dei progetti in costante aggiornamento e trasformazione e ciò che le caratterizza è la quantità di tempo, soverchiante, che dedichiamo al lavoro – e, quindi, a renderci produttori – rispetto ad ogni altra attività. “A cosa stiamo lavorando esattamente? Per cosa impieghiamo le nostre energie quando lavoriamo? Quale trasformazione del mondo com-portiamo con il lavoro che facciamo ogni giorno e in che quantità? Questa trasformazione è davvero necessaria? È desiderabile?”14: sono alcune delle domande che si fa Christophe Meierhans, artista impegnato in lotte per la giustizia sociale e climatica, domande anche queste non certo nuove ma che, ad ogni giro della storia, si pongono in maniera più forte.

Produrre/lavorare/consumare meno, ma farlo tuttз

Le Nazioni Unite, il 9 aprile 2020, hanno pubblicato un report sulla condizione femminile e l’impatto che la pandemia stava avendo nei confronti di donne e bambine. L’osservazione che ne emerge è amara: “la crisi globale del Covid-19 ha reso ben visibile il fatto che le economie formali mondiali e le nostre vite sono sorrette dal lavoro invisibile e non pagato di donne e bambine15.

Il rapporto Oxfam “Time to Care” pubblicato nel gennaio 2020 (e, quindi, senza considerazioni sulla pandemia che stava iniziando in quel momento), indica come non più rimandabile una profonda trasformazione dei nostri sistemi economici: la fotografia del report evidenzia come le disuguaglianze economiche crescano senza controllo, in un mondo dove 2153 miliardari possiedono più ricchezza e benessere che 4,6 miliardi di persone. 

Secondo il rapporto, adottare una prospettiva femminista è un passaggio fondamentale per ripensare il modello economico neoliberista. Partendo da questo punto di vista, è possibile “mettere in discussione ciò a cui diamo valore nella società e perché lo facciamo – chiedendoci il perché, ad esempio, nel nostro sistema produttivo abbia più valore aumentare i profitti dei super-ricchi o generare emissioni e gas serra rispetto a prendersi cura dei bambini, dei malati o degli anziani”16.

Foto di Akil Mazumder da Pexels

Il collegamento tra tempo, cura e il modo in cui concepiamo il nostro sistema produttivo non è certamente un fatto nuovo: in Italia (e in Trentino17), la legge che si occupa di conciliazione della vita familiare e di diritto alla cura regola anche i “tempi della città”18. L’intera legge è molto complessa ma due elementi, per quanto riguarda le regole che lo Stato ha deciso di darsi con riguardo al tempo, sono particolarmente interessanti: il primo, riguarda la scelta di adottare anche nel linguaggio della legge la distinzione tra tempi “di vita” e “di lavoro”. Oltre a essere un’espressione del linguaggio comune, indica la scelta di distinguere i due aspetti, di dare loro lo stesso valore, in un certo senso “uguale e contrario” visto che si escludono a vicenda.

L’altro aspetto interessante è lo scopo con cui vengono istituite le banche del tempo: questi strumenti, che in Italia risalgono al 1992 e che, quindi, non sono un’invenzione di questa legge, hanno come scopo quello di “promuovere un nuovo concetto di solidarietà sociale attraverso lo scambio di saperi e abilità, utilizzando il tempo, e non il denaro, come misura dello scambio e intervenendo nei bisogni quotidiani dei propri iscritti e/o soci”19.

Se non è un fatto nuovo, se a livello globale tutto fa pensare che non sia ancora maturo il tempo per dar vita ad una transizione verso un sistema produttivo meno predatorio, quello che la pandemia sta restituendo è una consapevolezza più diffusa rispetto al passato, che ridà invece valore al tempo, al di là del lavoro. “Durante il lockdown”, ci raccontava ancora Francesca Forno, “molte interviste per Nutrire Trento Fase 2 hanno fatto emergere come, avendo più tempo, le persone siano tornate a fare cose: una signora, in particolare, ha imparato a fare il pane ed è diventata brava. Oggi che sono ripresi i ritmi più normali, continua a fare il pane: una volta che ti reskilli (ossia impari nuove competenze), riesci ad incorporarla nelle pratiche della società accelerata. Certo, se decelerassimo sarebbe meglio”.

Si tratta, ancora una volta, di fare una scelta: anzi, di fare delle scelte. Non basta – non è mai bastata – l’azione individuale: “per risolvere il problema della crisi della cura, la soluzione è solo una: cambiare. Cambiare il sistema, cambiare i paradigmi del lavoro, del tempo, della condivisione dei ruoli e dei compiti”20

Individuale e collettivo, interdipendenti e consapevoli. Serve tempo e non è vero che non ne abbiamo: serve scegliere diversamente come viverlo.

Fonti

1. Davide Mazzocco, Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo, D Editore, Roma, 2019.

2. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario, Bompiani, Firenze, 2021, pp. 31-53.

3. Michel Foucault, La società disciplinare, Mimesis, Milano, 2010.

4. Byung-Chul Han, La società della stanchezza. Nuova edizione ampliata, nottetempo, Milano, 2020, p. 40.

5. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 37.

6. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 40.

7. Francesco Codello, Né obbedire né comandare. Lessico libertario, elèuthera, Milano, 2009, pp. 114-116.

8. Byung-Chul Han, La società della stanchezza, cit., pp. 47-53.

9. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 35.

10. Guillaume Duval, Disuguaglianza globale, in Alternatives Economiques, settembre 2000, in Internazionale extra | Genova 2001, estate 2021, p. 26.

11.  The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, Roma, 2021, pp. 17-33.

12. ​​Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, Torino, 2018.

13. The Care Collective, Manifesto della cura, cit., p. 33.

14. Christophe Meierhans, Non fare niente sarebbe già molto, perché l’umanità sta lavorando troppo, in cheFare, al link: https://www.che-fare.com/non-fare-niente-sarebbe-gia-molto-perche-lumanita-sta-lavorando-troppo/ 

15. UN Policy Brief, The Impact of COVID-19 on Women, 9 aprile 2020, p. 13, al link: https://www.unwomen.org/en/digital-library/publications/2020/04/policy-brief-the-impact-of-covid-19-on-women, traduzione personale

16. Oxfam, Time to Care. Unpaid and underpaid care work and the global inequality crisis, gennaio 2020, p. 26, al link: https://oxfamilibrary.openrepository.com/bitstream/handle/10546/620928/bp-time-to-care-inequality-200120-en.pdf, traduzione personale

17. https://www.consiglio.provincia.tn.it/leggi-e-archivi/codice-provinciale/Pages/legge.aspx?uid=22329 

18. Legge n. 53/2000 recante le “disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”.

19. https://www.italiachecambia.org/mappa/banche-del-tempo/ 

20. Jennifer Guerra, Il capitale amoroso, cit., p. 98.

Sostenibilità a…ruota libera!

di Gabriele Piamarta

Continuando a parlare di riuso, oggi portiamo l’esempio di Ruota Libera, un’associazione roveretana nata nel 2012. Questa realtà ci è stata raccontata da Michele Pedrotti, attuale presidente di Ruota Libera che ha deciso, su consiglio di una collega che conosceva il suo passato da ciclista e il suo amore per le bici, di far nascere qualcosa legato a questa sua passione.

Riciclofficina

E quel qualcosa nasce eccome, con la fondazione di Ruota Libera, che fa partire subito un grande progetto: la “Riciclofficina”, una vera e propria officina per sole biciclette. Fortunatamente Michele aveva già gran parte del materiale per aggiustare le bici, soprattutto grazie al lavoro di rete e ai contatti, così l’associazione riesce a partire con tutto il necessario e poche spese. Ormai, dopo quasi 10 anni di esistenza, le cose sono cambiate: ora la “Riciclofficina” ha  a disposizione due set completi per sistemare le bici e grandi quantità di materiali, nuovi e non.

Foto di Elissa Capelle Vaughn da Pixabay

Ma di che cosa si occupa ora la “Riciclofficina”? Si riparano bici, con la possibilità, almeno in bassa stagione, di assistere e aiutare nel sistemare il proprio mezzo. Ma non solo: si recuperano anche pezzi da biciclette usate, si organizzano laboratori aperti al pubblico per insegnare a prendersi cura e a fare piccoli interventi di manutenzione sul proprio mezzo e infine si crea anche un bel gruppo di persone con simili ideali e passioni.

Ma perché noi di Vivila in 3D, che abbiamo come stella polare la sostenibilità, che orienta tutti i nostri articoli, parliamo della Riciclofficina di Ruota Libera? Non solo perché parliamo di riuso, ma anche perché con il loro progetto sono un esempio di sostenibilità in tutte le sue tre dimensioni:

Sociale: Le persone che lavorano presso la “Riciclofficina” sono persone che erano in difficoltà e avevano bisogno di imparare un mestiere: questo per loro è solo un punto di partenza, visto che una volta imparato il mestiere e apprese le giuste competenze l’obiettivo è quello di reinserirsi nel mondo del lavoro (anche grazie ai tirocini formativi presso una delle aziende partner del progetto).

Ma non è tutto, infatti Via Calcinari 7 – dove si trova  la Riciclofficina – è anche un punto d’incontro, dove sì, porto la bici ad aggiustare, ma anche dove  passo per fare due chiacchiere e conoscere nuove persone.

Foto di Cord Allman da Pixabay

Ambientale: Come dice il nome, la “Riciclofficina” ha come punto cardine il riciclo, infatti se possibile favorisce il recupero delle bici che ormai non circolano più, e il riuso di ogni pezzo salvabile. Ovviamente però si mette  in primo piano la sicurezza del ciclista, perciò quando un pezzo è troppo usurato o comunque ha finito il suo ciclo di vita, c’è anche la possibilità di farselo montare nuovo; e come se non bastasse, l’officina promuove ovviamente l’uso della bici, il mezzo più sostenibile di tutti.

Economica: Esatto, infatti una parte in buone condizioni, recuperata da una vecchia bici, garantisce un buon pezzo a un minor prezzo.

Ruota Libera però non è solo la “Riciclofficina”. Vedendo nel settore della ristorazione un possibile sbocco lavorativo, un anno e mezzo fa, infatti, acquisisce una gastronomia, alla quale dà il nome di ”Fiori di Zucca”. L’intenzione è quella di formare delle persone come aiuto-cucina, per aiutarle a reinserirsi nel mondo del lavoro; purtroppo l’anno abbondante di pandemia li ha messi a dura prova, speriamo che ora vada tutto per il meglio… Anzi, basta sperare: se passate da Rovereto, fate un salto da “Fiori di Zucca”!!!

Il nostro rifiuto e il bisogno di guardare la realtà

di Emanuele Pastorino

Global Strike 2019 – Trento | Foto del Forum trentino per la pace e i diritti umani

Only way through is colonization

Acclimatization

Population exodus

Monetization

Civilization

The operation has begun

There is no Planet B

I King Gizzard cantano anche i nostri rifiuti. There is no Planet B1è una delle frasi che più risuonano nelle manifestazioni del 2019, quelle dei Fridays for Future e di Extinction Rebellion, e ben rappresenta il problema: “tra 400 anni, se qualcuno farà un buco ad Ischia Podetti, troverà i nostri rifiuti indecomposti come noi troviamo i reperti archeologici delle antiche civiltà”. A dircelo è Thomas Deavi, ingegnere ambientale e divulgatore che collabora come libero professionista con gli enti gestori del Trentino, per formare e informare la popolazione sulla corretta gestione dei rifiuti.

Discarica di Trento (Ischia Podetti) | Llorenzi, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Molto nella gestione dei rifiuti è cambiato, eppure viviamo in una costante crisi: “la difficoltà nel gestire questo passaggio è legata al fatto che il Trentino è un insieme di valli fatte a V, dove lo spazio a disposizione per stoccare rifiuti è minimo e dove lo sfruttabile è stato sfruttato (l’ultimo spazio era la discarica di Arco, anche quella ormai satura)”.

Dagli anni ‘80, quando in Trentino sono stati censiti più di 400 siti di deposito dei rifiuti, discariche più o meno formali, le cose sono molto cambiate: “attualmente, quei 400 posti sono diventati 1”, osserva ancora Thomas Deavi.

Foto di RitaE da Pixabay

Il contesto è molto mutato per mille ragioni: la sensibilità ecologista e le battaglie politiche hanno portato a trasformare le regole del gioco. Riduzione, riuso, riciclo sono diventati parte del ragionamento: siamo passati dal portare il 100% del rifiuto prodotto in discarica a introdurre limiti progressivi.

In Italia, l’anno cui guardare è il 1997, con l’entrata in vigore del decreto Ronchi2: abbiamo sviluppato sistemi di raccolta e intercettazione dei rifiuti sempre più precisi, capaci di togliere dalle discariche porzioni sempre più ampie di rifiuti, di attivare la raccolta differenziata, di renderla prassi.

Allo stesso tempo, però, diminuiva lo spazio dove lasciare questi rifiuti: “le discariche non sono infinite”, ci dice ancora Thomas, “per veicolare un’immagine che uso spesso in classe, ma anche nelle serate per gli adulti, è come se io avessi dello sporco in camera e per gestirlo in maniera corretta, lo mettessi sotto al tappeto. Questa è la discarica”.

Guardando ai dati del 2019 relativi ai rifiuti urbani, ci racconta Chiara Lo Cicero, referente dell’Unità organizzativa rifiuti e bonifica dei siti inquinati per la Provincia Autonoma di Trento, a fronte di 280mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Trentino, circa 213,5mila sono stati differenziati (75%). Un dato incoraggiante ma “i numeri possono dire tutto”, osserva la dott.ssa Lo Cicero. 

Gli ingombranti (9,7mila tonnellate) e lo spazzamento stradale (8,4mila, di cui circa 700 tonnellate vanno in discarica) coprono un’altra fetta della torta. 

“Gran parte del residuo (quasi 52mila tonnellate), di cui 13,4mila vanno all’inceneritore di Bolzano. Tutto il resto va in discarica. A questo resto dobbiamo aggiungere 11,5mila tonnellate di 191212 provenienti dalla raccolta differenziata”.

Quel codice – 1912123 – indica il residuo di lavorazione negli impianti dove viene portata la raccolta differenziata e in cui viene selezionata, separando il rifiuto differenziato correttamente dalle impurità. 191212 indica le impurità, e sono moltissime. “Ma non è tutto”, sottolinea la dott.ssa Lo Cicero “molte raccolte differenziate vanno fuori provincia e quindi non abbiamo intercettato i dati di questo 191212”.

La qualità del nostro rifiuto

“C’è un calcolo ben preciso definito a livello nazionale e su questo dobbiamo basarci” continua Chiara Lo Cicero, sottolineando come il problema sia che i calcoli, frutto della normativa nazionale a cui bisogna fare riferimento, sono esclusivamente basati su criteri quantitativi e non vanno ad indagare la qualità del rifiuto differenziato.

“Stiamo cercando di intercettare tutto quel rifiuto che, dagli impianti di selezione e trattamento, rientrano in discarica”, ci racconta, “e stiamo cercando di farli ritornare alla frazione d’origine (verso l’organico, la plastica o il vetro) e riconnetterli al gestore che li ha prodotti, decurtandoli per definire un indice di qualità della raccolta differenziata”.

“Negli imballaggi leggeri, oltre il 50% sono impurità”, ci dice ancora Thomas Deavi. “Ogni 100 chili buttati nel sacco azzurro, più della metà non doveva finire lì. Nel momento in cui arrivano nell’impianto di Lavis, dove avviene la selezione di quel rifiuto, i nostri sacchi azzurri vengono aperti e ci sono lavoratori e lavoratrici che separano i rifiuti, quello che non è plastica, non è acciaio, non è alluminio o non è tetrapack, o in generale non è imballaggio, va a finire in discarica come residuo di lavorazione”. È così che nasce il 191212.

“Invece che portare ad un vantaggio, anche economico (perché sotto al discorso dei rifiuti ci sono delle economie) diventa un costo” continua Deavi.

Azioni, pratiche, politiche: i tre piani di lavoro

Queste economie possono emergere e avere forza a fronte di un cambiamento di sguardo da parte di tutte e tutti: “il riuso deve essere posto al centro di una vera e propria riqualificazione culturale: oggi vediamo moltissime piattaforme (vinted; subito.it; ebay) che puntano e investono su un’economia del riuso” osserva Deavi. “Parallelamente, in Italia, ma non solo, c’è ancora l’idea – diffusa – per cui chi attinge al riuso lo faccia per questioni strettamente economiche: usato non è uguale a povero”.  

Trasformare il modo in cui guardiamo alle cose passa anche da pratiche collettive e politiche pubbliche che facilitino la trasformazione culturale, delle abitudini e degli stili di vita collettivi e individuali: sono tre i piani di lavoro – lo sappiamo – su cui concentrare un cambiamento così imponente. 

Le azioni individuali che devono essere più consapevoli, certo, ma che non possono che essere accompagnate da più informazione, più controlli, da scelte strategiche che facciano sì che a tutti i livelli della governance dei rifiuti convenga mantenere i cittadini e le cittadine informati e attenti a ciò che fanno quando creano rifiuti.

Sono gli altri due livelli, quelli senza i quali le azioni collettive, per quanto virtuose, non riescono ad avere l’impatto che speriamo: pratiche collettive e politiche pubbliche che mettano in campo scelte diverse. 

Tutti gli attori sono coinvolti” – osserva Chiara Lo Cicero – “e bisogna insistere molto su questo: noi lo stiamo facendo e verrà previsto dal Piano Rifiuti Urbani, direttamente o rinviando a documenti di integrazione che usciranno subito dopo”.

Per questo, ci racconta, nella rielaborazione del Piano Provinciale per i Rifiuti Urbani – un percorso già attivato e che dovrebbe arrivare ad una prima bozza entro il 31.12.2021 – sono state coinvolte fin da subito le categorie produttive: “anche le aziende producono rifiuti urbani”, osserva la dott.ssa Lo Cicero, “e poi tutte queste aziende sono interessate a questo sistema in qualità di stakeholder”, interessate a capire quali saranno le scelte e gli indirizzi dell’amministrazione nel prossimo futuro.

Ci fa anche alcuni esempi: “insisteremo sull’apertura di centri di riuso, strutture dove posso portare una bicicletta che non funziona più per farla riparare e rimetterla in circolazione, anziché portarla al CRM. Pubblicizzeremo i centri di riuso anche come CRM”.

Ma non solo: “Vogliamo revisionare i marchi provinciali” ci racconta ancora Lo Cicero, riferendosi agli ECO-marchi PAT, certificazioni elaborate dalla Provincia per attivare pratiche virtuose di sviluppo sostenibile3.

“ECOAcquisti, ECORistorazione, ECOEventi, puntando a Mercatini di Natale senza bidoni dell’immondizia, perché non servirebbero più grazie a bicchieri e tazze riutilizzabili, ed elaborando un criterio di assegnazione che tenga in considerazione questi marchi; Ecolabel, per il turismo, che è in corso di discussione con le APT allo scopo di sviluppare un turismo ecosostenibile del Trentino”.

Azioni puntuali e concrete ma anche di sistema: insieme alla pianificazione della gestione dei rifiuti, negli ultimi anni è stata depotenziata moltissimo anche l’informazione ai cittadini

“Dopo la grande spinta di vent’anni fa per l’attivazione della raccolta differenziata” – osserva Chiara Lo Cicero – “non è stata più portata avanti l’informazione: il cittadino è tempestato, non capisce più niente, non sa più se seguire quello che legge nelle etichette o quello che legge sui giornali legati alle disfunzioni degli impianti. Questo genera una fortissima disinformazione”.

Sul piano locale, la nascita del Nucleo Operativo Interservizio (NOI) presso il Comune di Trento è stato un tentativo di mettere in comunicazione vari soggetti, dal Comune a Dolomiti Ambiente, dagli esercenti alla Polizia Urbana che ha attivato molti interventi che, osserva Thomas Deavi “sono, però, piccoli rispetto alla gestione della massa di rifiuti dei complessi edilizi più grandi e dove convivono cittadini con livelli informativi molto diversi”. 

Su questo osserva come si stiano sviluppando azioni parallele e preventive: “con ITEA, Dolomiti Ambiente e il Comune si è lavorato per formare questi cittadini in modo da far sì che ci siano dei ‘nuclei di abitanti’ di quei complessi abitativi in modo che formino un ‘comitato di accoglienza’ di prossimità per chi arriva a viverci e spiegare il senso e il funzionamento della raccolta”.

Sul piano provinciale, “l’APPA ha, per legge, il compito di informare”, osserva il dott. Deavi, “nel 2003 facevamo serate pubbliche, incontri nelle scuole, collaborazioni con i supermercati. I fondi, da allora, sono diminuiti dell’80%. A questa percentuale se ne collega un’altra: negli imballaggi leggeri, oggi, circa il 50% sono impurità che vanno a finire in discarica. 

Fare formazione, stabilire pratiche di questo tipo, è necessario per avere azioni dei singoli più consapevoli”. 

Informazione che deve essere veicolata dal pubblico, dagli enti gestori e dalle aziende che si occupano di rifiuti anche attraverso sistemi di sanzionamento e premialità che non guardino solo al/la cittadino/a ma anche a chi ha la responsabilità della raccolta e, al contempo, di informare correttamente sui modi in cui la differenziata va fatta. Per farlo, ci racconta ancora Chiara Lo Cicero, serve fare un’azione a ritroso, dall’impianto alla raccolta, che punti “sul potenziamento dell’informazione e sui maggiori controlli anche in quelle isole ecologiche di raccolta stradale, dove la gente butta tutto quello che vuole”. A tutto questo vanno affiancati sistemi di informazione integrata, sanzioni per i cittadini così come già esistono ma anche “sanzioni sulla frazione estranea per il gestore, che avrà interesse ad attivare un sistema informativo”, conclude la dott.ssa Lo Cicero.

Ridurre è l’unica via

Tutto quello che buttiamo via lo abbiamo comprato”: il concetto è molto semplice ma è attorno a questo che si gioca la partita dei rifiuti. 

“Quando vado nelle scuole” – ci racconta Deavi – “faccio ragionare su questo: i ragazzi, in classe, hanno dai 3 ai 5 bidoni (tra la classe e i corridoi). Il bidone della carta, degli imballaggi leggeri, dell’umido, del residuo. Nei corridoi c’è la raccolta delle pile. Faccio ragionare i ragazzi – che siano bambini delle elementari o ragazzi del liceo – sul fatto che loro sono abituati a differenziare: lo vedono in classe, lo vedono a casa, lo vedono a calcio, a pallavolo, nelle piscine eccetera. Trent’anni fa, quando io andavo al liceo, avevamo un cestino rotondo dove buttavamo tutto”.

Abbiamo detto che l’informazione – e la sensibilizzazione – delle persone passa soprattutto dalle abitudini che cambiano: Chiara Lo Cicero ce lo spiega bene e fa un esempio sul grande tema, quello della plastica.

Ci racconta che sono in corso di revisione e ripensamento i criteri ambientali minimi (CAM)4 che vengono utilizzati nelle gare pubbliche per i servizi e, in particolare, di quelli dedicati ai servizi di ristoro negli uffici pubblici, in particolare con riguardo ai distributori automatici. 

Nel fissarli, fino adesso non si è fatta attenzione al tema dei rifiuti: nel giro di due anni scadranno anche tutti gli appalti provinciali, ed è l’occasione per cambiare alcune abitudini.

“Ci siamo accorti che, per la riduzione del rifiuto, dobbiamo parlare anche di qualità” osserva Chiara Lo Cicero. “Il grosso problema è l’uso scorretto della plastica che porta alla produzione di ingenti quantità di rifiuto: moltissime regioni stanno facendo normative sulla plastic free. C’è la direttiva 904 che ha vietato l’utilizzo di plastiche monouso: la bozza di recepimento italiana, così come i CAM a livello nazionale, hanno recepito queste direttive con un’azione di sostanziale greenwashing”, ci spiega. 

“Se da una parte viene bandita la plastica viene anche concesso l’utilizzo di plastiche biodegradabili. Questo, a mio avviso, non è andare contro la riduzione del rifiuto, ma far passare il concetto che è meglio produrre un rifiuto costituito da bioplastica piuttosto che produrne uno di plastica”.

Le bioplastiche, dunque, se da un lato non riducono il rifiuto, dall’altro non riescono neanche ad essere biodegradate, come dovrebbero. Infatti la certificazione che viene data a queste bioplastiche che non è garanzia di biodegradabilità delle stesse. “La certificazione”, osserva, “è basata su esperimenti fatti in laboratorio, dove viene tutto sminuzzato sotto i 2 mm, e dove si riesce a degradare la plastica entro i 90 giorni a 55°, condizioni che non rispecchiano quelle che si trovano negli impianti. Nei nostri impianti – non quelli trentini: in tutti gli impianti – non funziona così” sottolinea Lo Cicero.

“A livello provinciale, gran parte della raccolta differenziata dell’organico va all’impianto di Cadino che non è un semplice impianto di compostaggio, ma ha una tecnologia integrata: un primo trattamento anaerobico, che fa una degradazione spinta del rifiuto e produce biogas (purificato poi in biometano utilizzato per i trasporti locali), ed un secondo trattamento aerobico che rappresenta il cosiddetto compostaggio. È un impianto all’avanguardia e anche questo impianto ha le sue difficoltà a trattare la bioplastica

Questo genera un problema enorme: proseguendo con politiche di sostanziale greenwashing si genera il paradosso per cui sono le persone più attente all’ambiente a metterlo maggiormente in pericolo. L’utilizzo delle bioplastiche, di fatto, non ha cambiato le abitudini delle persone ma ha comportato costi elevatissimi: per i singoli, visto che le bioplastiche costano molto di più che la plastica; per il pubblico.

Complice il calo di un’informazione univoca e chiara e l’incertezza sempre maggiore dettata dall’essere comunque sommersi di stimoli diversissimi, le persone stanno facendo sempre più fatica a differenziare bene: le impurità, di cui parlavamo prima, sono un costo anche in termini economici e non solo ambientali. 

“L’unica cosa possibile da fare – visto che sta peggiorando la qualità dell’organico – è stata quella di acquistare, per l’impianto provinciale di Cadino, 4 macchinari nuovi. 3 per togliere il ferro, di tutti i tipi: 8 anni fa la qualità era molto più buona, oggi troviamo lattine di tonno, contenitori della marmellata e molto altro. Il quarto macchinario, invece, per lo scodellame di plastica biodegradabile: “è un impianto che funziona come una lavastoviglie”, ci spiega la dott.ssa Lo Cicero. “Questa macchina le lava, ripulendole dall’organico, e separando la poltiglia – per reimmetterla in ciclo – dalle scodelle – che vengono asciugate, messe in un container e poi buttate in discarica”.

E su questo ritorna il tema delle abitudini da cambiare: “vogliamo arrivare al punto di fare la scelta coraggiosa di vietare in tutti i modi l’usa e getta nel contesto della Provincia di Trento” ci racconta Lo Cicero. “Dobbiamo riuscire a cambiare l’abitudine del cittadino: non può esserci più l’abitudine di bere un sorso d’acqua e buttare il bicchiere. Devo portarmi il bicchiere da casa, portarmi la tazza di ceramica e andare alla macchinetta con la mia tazza” ci spiega.

“Ci è stato fatto notare che in questo modo creeremo, in un primo tempo, diversi problemi all’utenza: sì. Quello che vogliamo fare è creare il problema in modo che l’utenza si crei la soluzione da sola: la prima volta magari resterà senza caffè; la seconda si porterà la tazza da casa” osserva Lo Cicero, e sottolinea “ci sarà anche la possibilità di avere tazze riutilizzabili, sanificabili, sottoposte a cauzione vicino alle macchinette: se voglio me la porto a casa, altrimenti la si può lasciare per essere sanificata”.

E nel frattempo?

Questi interventi hanno percorsi di medio-lungo termine per raggiungere risultati: e nel frattempo?

“Dobbiamo trovare modalità alternative di riutilizzo di questi scarti” osserva Chiara Lo Cicero “questa è la grossa sfida: trovare delle novità, cambiare abitudini. È la parte più difficile”.

Negli anni si è molto discussa l’opzione della soluzione tecnologica, con la proposta – risalente all’inizio degli anni 2000 – di realizzare un termovalorizzatore per Trento. Tema che sta ritornando: “la soluzione tecnologica ha il vantaggio” osserva Thomas Deavi “che metto dentro 100 m3 di rifiuto, mi ritrovo a dover smaltire, a dover trovare lo spazio per 10 m3 di ceneri”, pensando ad un normale termovalorizzatore e alle difficoltà, di cui abbiamo parlato, nel trovare spazi adeguati dove smaltire i nostri rifiuti.

Ma il punto è forse un altro: il tema dei rifiuti impone di guardare con estrema attenzione alla questione della ricerca e innovazione: “fino a poco tempo fa” ci racconta Chiara Lo Cicero “non sapevamo che il polverino dei pneumatici potesse essere usato nell’asfalto”. Oggi Salvadori ha sviluppato questo meccanismo.

Accanto a queste forme di ricerca – che non sono soltanto tecnologiche, ma anche sociali ed economiche: andate a dare un’occhiata ai meccanismi elaborati da ATOTUS a Vezzano5 – c’è tutto il tema dell’impianto di destino finale. La situazione che stiamo vivendo – esaurimento dei siti di discarica; abitudini lente al cambiamento; l’inceneritore di Bolzano che fa resistenza e non vuole più i nostri rifiuti – impone di guardare a questa ipotesi con consapevolezza.

La Provincia, per questo, ha attivato un tavolo di approfondimento con l’Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler: “si può essere green”, osserva Chiara Lo Cicero, “anche prevedendo una tecnologia complessa per il trattamento dei rifiuti. Non si parla più di incenerimento, tecnologia vetusta, ma di produzione di idrogeno o biometano. Non è possibile prevedere solo la discarica e non ricorrere ad ulteriori trattamenti: abbiamo provato in questi ultimi anni e siamo assolutamente vittime di coloro che hanno gli impianti che servono a noi”.

Per fare tutto questo serve necessariamente una maggiore capacità di guidare questi processi: per il Trentino, questo ruolo dovrà essere assunto dalla Provincia, superando il sistema attuale – che prevede 12 gestori – per privilegiare la creazione di una cabina di regia unica capace di dare uniformità alla gestione, dalle tariffe alle regole della raccolta, dalla formazione all’informazione.

Un ruolo, quello del pubblico, che è di facilitazione e guida, non sostitutivo: serve l’insieme dei tre piani di lavoro – azioni individuali, pratiche collettive, politiche pubbliche – capace di generare una trasformazione di sguardo. “Se la cura diventasse il principio organizzativo di tutti gli stati del mondo, infatti, la disuguaglianza economica e le migrazioni di massa diminuirebbero e l’ingiustizia ambientale troverebbe rimedio grazie all’impegno reciproco alla cura del mondo. […] Per renderla realtà occorre contrastare e ripensare la nostra economia, a partire dal suo rifiuto della cura6.

Fonti

1. https://open.spotify.com/track/3YCiB91fQ6aGH3KkBEyriG?si=19885414466949c9 

2. https://www.ciclia.it/decreto-ronchi/ 

3. http://www.unirima.it/2018/07/06/scarti-lavorazione-cer-191212/

3.  http://www.eco.provincia.tn.it/ 

4. https://www.minambiente.it/pagina/i-criteri-ambientali-minimi 

5. https://www.atotus.it/ 

6. The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Alegre, 2021, p. 80.

Come leggere un’etichetta

di Gabriele Piamarta

Eccoci qua a parlare di un argomento del quale si pensa sempre di saperne abbastanza, sbagliando. Oggi proviamo insieme a fare un po’ di chiarezza generale.

Se non si fosse capito dal titolo, oggi concludiamo il primo macrotema della nostra campagna parlando di etichette, in particolare di etichette di vestiti. Ne parleremo affrontando tre punti:

1.      Cosa devo guardare quando sono in negozio?

2.      Come lavare correttamente un capo?

3.      E, infine, come smaltirlo?

https://pixnio.com/

1.  Premessa: ove possibile, è sempre meglio scegliere vestiti di seconda mano, o perlomeno comprare solo quando è necessario, cercando di far durare i propri indumenti.

Detto ciò, ora possiamo iniziare. Immaginiamo di essere in un negozio: la prima cosa importante è non rimanere sotto choc per l’impatto che ci provoca ciò che troviamo davanti a noi: una scelta tra centinaia di capi di diversa marca, materiale, colore e tipologia.

Ed ora sorge la domanda fondamentale del mondo della moda, che mette in crisi filosofi e luminari:

scelgo solo in base ai gusti estetici e alle marche o anche in base ad altri fattori?

Noi oggi siamo qui per spezzare una lancia a favore dei cosiddetti “altri fattori”,  eccovi due dati che vi faranno capire perchè.

Dopo il settore petrolifero che, per ovvie ragioni, si aggiudica tristemente il primo posto nella classifica dei settori più inquinanti, indovinate quale settore si piazza al secondo posto? Eh già, proprio quello della moda! Pensate che per produrre un paio di jeans si utilizza un quantitativo di acqua pari al fabbisogno idrico per “100 giorni di vita di una persona che vive in Occidente e quello di un anno di una persona che vive nel sud Sahara.”

“Se la produzione annuale di abiti dovesse continuare a crescere alla  velocità attuale, si arriverà a produrre 160 miliardi di tonnellate di abiti per il 2050. Più di tre volte dell’attuale volume di produzione. Per produrre queste quantità verranno utilizzati 300 milioni di tonnellate di materiali non rinnovabili.” (Asvis)

Ma non è tutto: secondo uno studio dell’Unione Europea, circa l’8% delle patologie dermatologiche è dovuto alla bassa qualità degli indumenti che indossiamo giornalmente.

Oggi, però, non siamo qui per lamentarci, bensì per trovare alternative, perciò torniamo alla domanda del paragrafo: “Cosa guardare quando siamo in negozio?”. 

Per prima cosa, diffidate della moda low cost: se una maglietta ha un costo troppo basso è sinonimo di materiali di scarsa qualità (pericolosa per la pelle, e di facile scarto perchè poco durevole) e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici.

Come seconda cosa, molto importante, guardate il materiale, e se possibile evitate i materiali sintetici, sia per discorsi dermatologici che ecologici. Puntate sui materiali naturali; quello che va per la maggiore è il cotone. Cotone che purtroppo ha parecchi punti a sfavore, come l’elevato uso di pesticidi e l’enorme consumo di acqua.

Ora la domanda sorge spontanea: 

Ma se le fibre plastiche non vanno bene, e ora nemmeno il cotone è green, cosa possiamo acquistare?”

Domanda più che legittima, direi. Per fortuna negli ultimi anni  troviamo parecchie alternative più ecologiche: il cotone organico (che utilizza fino alla metà dell’acqua rispetto al cotone classico), la canapa e il lino, ormai utilizzati anche da alcuni grandi marchi. Ci sono infine tessuti meno usati, ma super ecologici come il bamboo, l’eucalipto, la seta ecologica e molti altri.

2. Ed eccoci ad un altro argomento molto delicato: il lavaggio. Direte voi:

“Il lavaggio? E cosa c’entra il lavaggio dei vestiti con la sostenibilità?” 

Beh, c’entra molto in realtà.

Prima di tutto mettiamo in chiaro una cosa: 

lavare i vestiti in modo corretto = durata maggiore dei capi. 

Ma non è tutto. Come precedentemente detto, sarebbe auspicabile che comprassimo e utilizzassimo solo prodotti naturali, ma sappiamo bene che praticamente ognuno di noi ha dei prodotti sintetici in casa, comprati per convenienza, disattenzione o semplicemente per necessità (l’abbigliamento tecnico e sportivo ne è un esempio). Perché lo sto dicendo? Perché purtroppo ad ogni lavaggio di abiti sintetici viene rilasciata una significativa quantità di microplastiche, che essendo per l’appunto, “micro”, non vengono fermate dai filtri e finiscono nei corsi d’acqua, ed infine in mare. Fortunatamente, però, nel 2021 l’ingegno umano continua  a sorprenderci: da qualche anno sono stati inventati dei fantastici sacchetti che, una volta riempiti con i vostri vestiti, non permetteranno la fuoriuscita di microplastiche. Le particelle di plastica dei vestiti sintetici, però, sono solo uno dei fattori inquinanti derivanti da un lavaggio tradizionale. Infatti, proviamo a pensare alle quantità di agenti chimici che vengono introdotti nelle acque reflue grazie all’uso di detersivi ed ammorbidenti. Questi prodotti contengono tensioattivi, perlopiù derivanti dal petrolio, che aumentano la penetrabilità degli agenti chimici negli organismi, danneggiando più facilmente la flora e la fauna acquatica. Ma ecco che, ancora una volta, si è trovata una soluzione al problema: perchè non utilizziamo un dispositivo ad ossigeno attivo? Un’azienda vicentina ha saputo fare dell’ozono il miglior disinfettante in circolazione, limitando l’utilizzo di acqua, elettricità, e riducendo drasticamente l’emissione di agenti chimici nell’ambiente. Il lavaggio tradizionale può essere ora più sostenibile, grazie ad un piccolo strumento, che, una volta connesso alla lavatrice, laverà e sanificherà gli indumenti con acqua fredda arricchita di ozono, ioni d’argento e raggi UV, evitando dunque l’utilizzo di detersivi inquinanti e talvolta irritanti.

3.  Dulcis in fundo, eccoci arrivati allo smaltimento dei rifiuti. Cosa fare quando non si usa più un vestito? 

Beh, in primis, meglio pensarci bene prima di buttarlo. Infatti, la scelta più ecologica sarebbe quella di tenersi i propri indumenti. Capiamo però la necessità di ricambio, perciò torniamo alla domanda: “come smaltire i vestiti?

Per rispondere a questo quesito bisogna suddividere gli indumenti in due categorie, quello in buono stato che può ancora essere messo, e quello che ormai non può più essere indossato.

Nel primo caso la scelta più indicata è quella di evitare di buttarlo, ma anzi garantire una nuova vita al proprio indumento. Questo si può fare in vari modi: regalando il capo ai parenti o agli amici, partecipando agli swap party, oppure portandolo ai vari mercatini dell’usato.

Tutto un altro discorso è invece se si parla di vestiti inutilizzabili, dai quali avete già recuperato tutto il salvabile (bottoni, cerniere, ricami).  Per questi non ci sono tante alternative e, a meno che non siate fortunati/e e conosciate persone  o organizzazioni che si occupano di riciclare tessuti, la strada è una sola: i cassonetti gialli dedicati. Attenzione però alle regole, perché in alcuni luoghi si accettano solo abiti in buono stato.

Enrico Marchi CC BY-NC-SA 2.0

“ma che fine fanno dopo?”

Una volta riposti nei cassonetti, la responsabilità è del Comune, che  se in buono stato, li distribuisce a delle cooperative, perché venga recuperato quanto più materiale  possibile. Tutti i vestiti inutilizzabili invece finiscono se va bene per essere venduti a ditte che li trasformano in imbottiture, altrimenti nell’inceneritore.

Come potrete immaginare quest’ultima non è un’ipotesi che ci piace, ma, ad oggi non siamo ancora riusciti a trovare delle valide alternative, perciò tu, lettore o lettrice, conosci delle proposte migliori? In primis per allungare la vita degli abiti che indossi, e poi che idea sostenibile ci proponi per quanto riguarda i vestiti da buttare via?

Fonti

https://asvis.it/goal12/articoli/461-5207/lindustria-della-moda-ed-il-difficile-raggiungimento-degli-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile

https://www.laleggepertutti.it/242652_quali-tessuti-causano-dermatiti-e-problemi-alla-pelle

“Compra Meno, Scegli Bene, Fallo Durare”: El Costurero per una moda più sostenibile

di Maddalena Recla

Photo by Dinh Pham on Unsplash

Sai che nel 2020 il settore della moda è risultato essere una delle maggiori cause di inquinamento a livello mondiale?

Nonostante se ne parli ancora poco, la moda è un business che ha un impatto estremamente dannoso sull’intero ecosistema in termini di produzione di rifiuti, emissione di CO2 e consumo di risorse idriche. Il settore produce di fatto il 20% dello spreco globale di acqua ed è responsabile del 10% delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale, dato comparabile a quello dell’intera Europa. 

Una delle principali cause delle enormi conseguenze portate dall’industria del vestiario risiede nell’affermazione su scala internazionale della fast fashion: un modello di business nato negli anni Ottanta basato su produzioni estremamente rapide in grandi quantità e a prezzi bassi. Negli ultimi decenni, specialmente a partire dagli anni 2000, questo business ha rivoluzionato il mondo della produzione dei vestiti e le abitudini di acquisto delle persone, innescando un circolo vizioso altamente insostenibile. Il modello ha infatti accelerato e aggravato il costo ambientale del guardaroba, portando consumatori e consumatrici a comprare di più e usare meno, creando tassi di spreco elevati e favorendo delle scelte dannose per l’ambiente, i lavoratori e le lavoratrici. 

Secondo la Ellen McArthur Foundation, se nei prossimi anni non si riuscirà a ridurre l’impatto negativo del settore, entro il 2050 l’industria della moda consumerà il 25% del carbon budget mondiale, ossia il bilancio che indica la quantità di CO2 che possiamo ancora emettere nell’ atmosfera senza sforare la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura globale, rispetto ai livelli preindustriali – obiettivo affermato dagli Accordi di Parigi del 2015. 

Considerando il contesto in cui ci troviamo, un cambio di rotta risulta dunque necessario per il benessere del pianeta. Di fondamentale importanza, in quest’ottica, è e sarà cruciale promuovere una trasformazione culturale che riesca a mutare i comportamenti quotidiani delle persone. Per questo motivo, a livello globale numerosi movimenti e organizzazioni  sostengono da anni l’esigenza di un cambiamento, cercando di orientare tutti e tutte verso un consumo più critico e consapevole.

Anche a Trento ci sono persone che si impegnano ogni giorno per promuovere una moda più consapevole e rispettosa dell’ambiente e degli individui. Un esempio tra queste è Sandra Toro, fondatrice dell’Associazione El Costurero. Da oltre cinque anni, tramite la sua organizzazione, Sandra cerca di trasmettere alla comunità trentina l’importanza di un comportamento più sostenibile, che eviti gli sprechi e diffonda la cultura dello zero waste, quindi zero sprechi, anche quando si tratta di vestiario. In particolare, El Costurero promuove il riuso e il riciclo dei vestiti attraverso lezioni e laboratori in cui viene trasmessa la tecnica del cucito, grande passione della sua fondatrice.

Ecco l’intervista che abbiamo realizzato con Sandra per scoprire di cosa si occupa El Costurero e per capire meglio come avere un guardaroba sostenibile!

Cos’è “El Costurero”?

El Costurero è un’associazione culturale che nasce nel 2015 a Trento con l’obiettivo di promuovere, valorizzare e divulgare il riutilizzo di materiali, attraverso workshop di sartoria sovversiva e incontri su tematiche legate alla sostenibilità, all’ecologia e al risparmio delle risorse. Nel laboratorio di Trento in via Torre D’augusto 9, nel quartiere di San Martino, si può per partecipare a corsi, attività e workshop dove imparare a cucire e riciclare materiali che di solito vengono buttati via.

Una curiosità: da dove deriva il nome?

El costurero in spagnolo è la scatoletta dove si tengono tutte le cose per cucire (fili, aghi, forbici, bottoni ecc). Nella mia città, a Medellín in Colombia, ai tempi delle nonne, era anche il momento di ritrovo delle donne, dove si faceva maglia, uncinetto, rammendo e si chiacchierava.

È stato difficile portare l’idea del riuso di materiali e vestiti in Trentino? 

È stato molto difficile, lo è ancora e lo sarà per un po’.

Quanto è stato importante entrare in relazione con altre realtà sensibili a queste tematiche (come Fa’ la Cosa Giusta! Trento e il Distretto Economia Solidale) per lo sviluppo dell’Associazione?

Penso che fare rete sia una cosa molto importante, ancora di più quando stai cercando di dire al mondo un messaggio che forse ancora non vuole ascoltare. Fin dall’inizio ho cercato di collaborare con tutte le associazioni e realtà sul territorio e questo sicuramente mi ha aiutato a portare il mio messaggio più velocemente di come sarei riuscita a fare da sola. In cinque anni siamo passati da una stanzetta a Gardolo a un laboratorio in San Martino, e abbiamo partecipato alla maggior parte degli eventi a Trento e dintorni dove si parla di sostenibilità, ecologia e risparmio di risorse.

Quali sono i principali miti da sfatare quando si parla di moda sostenibile/riuso dei vestiti?

Mito 1

Donare i vecchi vestiti è un metodo sostenibile per ripulire l’armadio.

Verità

Mentre i negozi dell’usato e di carità donano o vendono una parte dei vestiti che ricevono, la maggior parte dei vestiti donati finiscono o nelle discariche o spediti nei Paesi in via di sviluppo (principalmente in Africa), fattore che ha un impatto negativo sulle industrie locali. In generale, solo il 10% dei vestiti donati ai negozi dell’usato viene venduto. 


Mito 2

I vestiti comprati online e restituiti vengono rivenduti.

Verità

I resi finiscono in discarica o bruciati. Il più delle volte per le aziende è meno costoso disfarsi dei resi che ispezionarli e rimpacchettarli. I brand non vogliono che vengano donati per paura che il prezzo crolli o danneggi la loro esclusività. Negli ultimi cinque anni il volume dei resi da acquisti online è incrementato del 95%.


Mito 3

Se il capo è più costoso allora meno lavoratori saranno stati sfruttati.

Verità

Molti dei brand di medio e alto prezzo in realtà producono nelle stesse fabbriche dei brand del fast fashion. Questo vuol dire che i diritti e le condizioni dei lavoratori sono le stesse sia per i brand costosi che per quelli a basso costo. Il prezzo di un capo non garantisce che i lavoratori siano stati pagati il giusto perché il costo del lavoro è solo una minima parte del totale dei costi di produzione.

Quale potrebbe essere un consiglio da dare e da usare quotidianamente (alla portata di tutti/e) per essere più sostenibili quando si parla di riutilizzo dei materiali e di vestiti?

Compra meno, scegli bene, fallo durare.

Quando si comprano vestiti, quali sono gli aspetti più importanti a cui fare attenzione (materiali, lavorazione, costo, ecc)? E quanto è importante leggere l’etichetta?

Sicuramente la cosa più importante è leggere l’etichetta: da lì si possono ricavare molte informazioni utili, come i materiali e dove è stato prodotto il capo. Ma non è abbastanza: tante volte i materiali e luoghi di produzione sono ingannevoli perché ci sono margini entro i quali si possono modificare queste informazioni. Io consiglio alle mie costureras di guardare anche sempre le cuciture e sentire il materiale al tatto. Se lo facessimo tutti avremo “l’occhio più allenato”. Il prezzo è poco rilevante se non si è in grado di valutare la qualità.

Portando lo sguardo sulla situazione attuale, è evidente come la pandemia abbia rappresentato un momento di grandi difficoltà e cambiamenti per quanto riguarda le tematiche legate alla sostenibilità. Secondo te, che impatto sta avendo sulle abitudini individuali per quanto riguarda l’acquisto/riuso di vestiti? 

Su questo non ti saprei rispondere (non ho abbastanza elementi in mano per valutare). Sicuramente per noi è stato un momento molto difficile, perché con le restrizioni dovute al Covid non possiamo fare gli swap party, che non vediamo l’ora di poter tornare a fare.

A fine aprile si è tenuta la Fashion Revolution Week, un’iniziativa del movimento Fashion Revolution, il quale si batte per un’industria della moda che rispetti le persone e l’ambiente. Vista la tua adesione al movimento, quale credi sia la sfida maggiore al momento per quanto riguarda l’affermazione di un modello di moda più sostenibile? 

Bisogna che i consumatori diventino più consapevoli e le leggi più chiare e restrittive. Sicuramente si stanno facendo molti passi avanti con nuovi materiali e nuovi modelli di produzione, ma la catena è molto lunga e bisogna agire in tutti i suoi anelli. 

Durante la Fashion Revolution Week noi ci siamo impegnati – come sempre – a raccontare alle persone cosa sta succedendo e chiedere ai brand #WhatsInMyClothes e #WhoMadeMyClothes.

I sette consigli di Sandra per un guardaroba sostenibile:

  • comprare vintage o di seconda mano
  • supportare i negozi locali
  • comprare equosolidale
  • affittare
  • partecipare a uno swap party
  • personalizzare 
  • riparare

Vi aspettiamo nel laboratorio!

Per qualsiasi informazione su “El Costurero” e le sue attività potete visitare il sito o seguire i profili Facebook e Instagram.  

Fonti 

Comunità in dialogo: leggere le etichette come atto politico e collettivo

di Emanuele Pastorino e Silvia Pedrazzoli

Foto di Erik Scheel da Pexels.com

Cosa sapete di quello che sta dietro l’etichetta della verdura che mangiate ogni giorno? Come scegliete la piattaforma con cui farvi arrivare la cena a casa? Che diamine vuol dire gig economy? Cos’è l’agroecologia?

E, soprattutto, perché parlarne per spronare le persone a guardare dentro le etichette?

La lettura delle etichette – ma ormai lo avrete capito – è un gesto individuale che però ha la capacità di innescare processi intrinsecamente politici e collettivi: di questo, noi ne siamo sicurз.

Ecco, allora, che come altrз prima di noi, abbiamo deciso di prendervi per la gola

Tra i fondatori di questi gruppi (i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale -, ndr) c’è sempre stata l’idea per cui il cibo sia uno strumento per riattivare una partecipazione che non c’era più e che non riusciva a passare nei canali storici di mediazione della domanda” ci ha raccontato Francesca Forno, professoressa dell’Università di Trento ed esperta di movimenti sociali, in particolare legati al cibo.

Cibo, bene vitale.

Il cibo è un bene vitale sotto tanti punti di vista: se non serve spiegare il ruolo che ha nelle nostre tradizioni, quello su cui vale la pena concentrarsi è la sua capacità di mettere assieme relazioni, di far incontrare bisogni diversi e di dare loro una dimensione nuova, collettiva. Il cibo non solo è parte della nostra quotidianità, ma costituisce il simbolo del prendersi cura. 

Cibo e cura, cura e comunità: durante il primo lockdown, le azioni di cura della comunità legate al cibo si sono moltiplicate. Di più: sono state il gesto, spontaneo ed immediato, con cui le persone hanno reagito a quella crisi. Che poi, è anche questa crisi.

Insomma, se intrecciamo relazioni di cura, dove il nostro animo e la nostra azione si interessano in modo premuroso dell’altro – chiunque sia, questǝ altrǝ – allora le comunità che frequentiamo o in cui viviamo saranno curate.

Questo è uno dei significati che diamo all’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030, questo lo sguardo che vogliamo dare al rapporto tra cibo, comunità e cura. Con l’ottica dell’agire locale che guarda al contesto globale, abbiamo cercato esempi virtuosi, esperienze italiane e trentine, nate da bisogni diversi, ma che tendono a rendere più sostenibile la realtà che hanno attorno.

Cibo e cura, cura e comunità, comunità e lavoro: questi gli elementi da cui siamo partiti.

Diritti da costruire: cibo e lavoro.

Il lavoro posto al centro: questa la cifra distintiva del progetto Consegne Etiche promosso, a Bologna, dalla Fondazione Innovazione Urbana.

“Siamo partiti dal rispondere soprattutto alla questione lavorativa del rider. Quindi, partendo da quello, siamo arrivati a delle quote minime che dovevano essere garantite”. 

© Margherita Caprilli per Fondazione per l’Innovazione Urbana

A raccontarcelo è Chiara Sponza che, per la Fondazione, si occupa di design dei servizi, gestione progetti e prossimità. Tutto è partito nel primo lockdown, con un’assemblea pubblica tra alcuni commercianti che portavano avanti autonome reti di prossimità e i rider, in particolare grazie al coinvolgimento di Riders Union Bologna, il sindacato dei rider bolognesi che, nel 2019, ha portato alla creazione della prima Carta dei diritti dei lavoratori digitali, di quella gig economy che entra nelle nostre vite e che crea una voragine di sfruttamento e assenza di tutele. Da quel momento, sono partiti tavoli di coprogettazione: nasce un Manifesto che fissa 13 criteri condivisi e inizia a delineare il significato di “etiche”.

A partire da una prima assemblea pubblica (che coinvolgeva esercenti di prossimità e cooperative del territorio che avevano dovuto reinventare il proprio lavoro durante il lockdown, rider, ricercatori nel settore del cooperativismo di piattaforma, startup sensibili al tema della consegna e altre esperienze locali), è seguita una fase di coprogettazione in cui “abbiamo rilevato” – ci racconta Chiara – “che dovevamo garantire alla cooperativa, per ogni ora di lavoro del fattorino – quindi compresa di tutte le spese di contratto e tutto quello che ci sta attorno – € 25 + IVA […]. Questo garantisce appunto i costi di contratto, di tutela, di malattia, di tutto quanto più € 9 netti all’ora di salario”.

Non diverso il ragionamento alla base di Food4Me: da piazza San Nicolò, a Verona, nell’ottobre 2019, 8 rider riescono a fondare la prima cooperativa di rider in Italia. L’obiettivo? Quello di creare un “servizio che promette di essere più affidabile, eticamente responsabile e socialmente sostenibile nel tempo, sono questi i presupposti principali della cooperativa”, come racconta nel suo comunicato stampa ConfCooperative Verona (tra i partner a sostegno del progetto, assieme a CISL e Banca Etica), a ridosso dell’avvio del progetto.

A raccontarci di questa esperienza è Thomas Morbioli, uno dei rider fondatori: la “diversità” di Food4Me, così la definisce, è quella di essere più tutelati rispetto a quanto non avvenga con le grandi piattaforme: hanno un contratto con contributi, assicurazioni, diritti.

E su questa diversità insiste, sottolineando l’importanza del ruolo dell’occhio del consumatore, che dev’essere più attento su questi temi.

Il nostro occhio quindi può essere allenato a comprendere i fattori complessi della realtà, comprendere la sostenibilità o insostenibilità delle nostre azioni, per prenderci cura delle comunità a cui apparteniamo.

Ricerca per l’azione e composizione del conflitto.

Quest’occhio allenato non serve soltanto ad agire come individui, come consumatori consapevoli, ma anche a dar vita a processi capaci di accompagnare le trasformazioni delle città.

In questo senso, il conflitto è una materia prima su cui lavorare. “Con Consegne Etiche ci è andata bene, nel senso che abbiamo riscontrato più voglia poi di trasformare questo conflitto in una collaborazione che non su altri progetti”: Chiara Sponza ce lo dice sorridendo e ricordando che la Fondazione è nata “proprio per creare delle occasioni di dialogo tra il “basso” e l’amministrativo, diciamo”.

E “dialogo” è la parola da cui parte anche Francesca Forno, responsabile scientifica di Nutrire Trento.

“L’idea con cui nasce Nutrire Trento – ci racconta – è quella di aggregare queste istanze dal basso, che praticano l’alternativa, e di renderle visibili” e di farlo attraverso una ricerca per l’azione: “noi non guidiamo il processo – io non so dove andrà Nutrire Trento e non voglio neanche immaginarmelo. C’è una circolarità molto forte, tra pratiche e ricerca”.

Nutrire Trento è una “cerniera” tra città e Università, un tavolo di lavoro che raccoglie persone e sensibilità diverse. Partendo dalla mappatura di attori e luoghi della filiera corta con l’arrivo dell’emergenza sanitaria,, grazie al dialogo instaurato dal gruppo di lavoro,  è stato lanciato  Nutrire Trento #fase2, una risposta alla chiusura dei mercati e alle difficoltà di produttori/produttrici, così come di consumatori/consumatrici. 

Visto che le relazioni nutrono altre relazioni, è poi nata una Comunità che Supporta l’Agricoltura (CSA), un’esperienza che punta ad autosostenersi. “Dentro a Nutrire Trento c’è questo: persone diverse cercano di trovare delle comunanze ripensando i propri bisogni per indirizzarli verso obiettivi collettivi”, ci spiega Francesca Forno.

“All’inizio era molto forte, soprattutto tra gli agricoltori convenzionali – meno tra quelli biologici che avevano già intrapreso la via della transizione agroecologica – il tema della fatica, dell’impossibilità di rinunciare a certe pratiche perché la terra è bassa” – ci racconta ancora la prof.ssa Forno – “ogni attore, al Tavolo, inizialmente, aveva posizioni diverse di cui abbiamo tenuto conto riflettendoci assieme per pian piano sostituire i bisogni individuali con quelli collettivi, come quello di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ambientale e sociale. Un esercizio che possiamo chiamare deliberazione collettiva dei bisogni. L’obiettivo di Nutrire Trento è trovare assieme le soluzioni ai grandi problemi di oggi che sono problemi che ci riguardano tutti e che necessitano dell’impegno di ognuno di noi per essere risolti”. 

È la deliberazione collettiva dei bisogni il metodo cui Nutrire Trento guarda. Il Tavolo si configura infatti come uno “spazio intermedio” con l’obiettivo di ridare slancio alla partecipazione, sperimentando pratiche capaci di infilarsi tra le pieghe del sistema e trasformarlo. Questo è il filo rosso che unisce le storie che stiamo raccontando.

© Nutrire Trento

L’ultima, in ordine di tempo, sta nascendo ancora qui a Trento: è la Portineria de la Paix, uno spazio, un presidio permanente capace di dare risposte in rete, mappando le risorse della comunità. Ma non solo: la Portineria ha la volontà di esserci e di stare nella e con la comunità. Francesca De Pretis, la portinaia assunta nell’ambito del progetto, descrive questa cosa con chiarezza: “la Portineria è come un porto, un luogo di scambio di vite e di esperienze che ha la volontà di mantenere uno sguardo attento sulla comunità e su quello che avviene, in un movimento continuo – da fuori a dentro, da dentro a fuori”.

© La Portineria de la Paix

Lì, l’associazione La Chichera – uno dei partner del progetto guidato da A.P.S. Dulcamara, insieme ad Alchemica, due punti libreria e ARCI del Trentino – aggiungerà ancora un tassello, portando in questa altra forma di “spazio intermedio” il discorso legato al cibo: lo farà con iniziative ed eventi, rendendo visibile la dimensione di comunità che riguarda il cibo.

Bisogni, cibo, conflitto

Sì, ok, ma cosa c’entra tutto questo con la lettura delle etichette? 

Le quattro storie che abbiamo raccontato – che, per la verità, sono solo accenni – descrivono come i livelli di lettura e consapevolezza legati alle nostre abitudini di consumo siano moltissimi e stratificati. 

Leggere le etichette in modo più attento, dunque, non riguarda semplicemente avere un minor impatto sull’ambiente. Riguarda, in modo profondo, come si sta all’interno della società: “non si può risolvere la crisi ambientale senza la crisi sociale. Non c’è risoluzione alla crisi ambientale se non c’è redistribuzione”, ci spiega ancora Francesca Forno. 

Ambientale e sociale, correlati e interconnessi.

Leggere le etichette in modo consapevole non è soltanto una buona pratica individuale, un meccanismo per risparmiare o per impattare meno sull’ambiente: è un modo per prendere coscienza della necessità di cambiare le cose e della possibilità di farlo soltanto stando assieme, come collettivo. 

Un cambiamento “lento, soave e profondo”, prendendo in prestito le parole di Alex Langer, capace di durare.

Riferimenti

Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano

Comunicato stampa ConfCooperative Verona

Consegne Etiche

CSA Naturalmente dal Trentino. Agricoltura secondo natura

Fondazione Innovazione Urbana

Food4me Facebook

Food4me

Manifesto valoriale di Consegne Etiche

Mappa di Nutrire Trento

Nutrire Trento #fase2

Progetto Nutrire Trento

Propaganda Live, Puntata del 24 aprile 2020

Riders Union Bologna