Il cibo quello buono: socialmente, economicamente e ambientalmente parlando

di Giulia Bassetto. Riprese di Juan Torregrosa

Sinergia; resilienza; rispetto della tradizione contadina; ritmo naturale della Pachamama; movimento socio-politico; sguardo lungimirante e approccio olistico; risposta al cambiamento climatico

Se stessimo giocando alle parole crociate queste probabilmente sarebbero varie definizioni utilizzate per indovinare ‘agroecologia’. 

L’agroecologia non può infatti essere descritta da una singola parola o definizione in quanto racchiude in sé diversi settori e sfere; in primis il settore agroalimentare che viene circoscritto all’interno della sfera sociale, politica ed economica.

Se da un lato la definizione di agroecologia risulta essere molto estesa, dall’altro però il suo approccio è invece molto chiaro: favorire i fattori economici tanto quanto quelli ambientali e sociali, partendo dalla convinzione che il minimo cambiamento in una di queste tre sfere può sconvolgere l’intero sistema (agricolo e non solo). Approccio che noi, in Vivila in 3D, stiamo cercando di trasmettere e diffondere.

Una definizione

Non esiste un’unica definizione di agroecologia né tantomeno è un concetto nuovo: ce lo insegna infatti la tradizione contadina, particolarmente sentita nelle comunità latino americane, ricche della loro storia e cultura agraria.

Come ci spiega uno dei maggiori referenti dell’agroecologia, Miguel Altieri (agronomo e professore cileno), l’agroecologia va concepita come un ricco conglomerato di principi il cui obiettivo finale è quello di produrre in modo migliore senza pesticidi chimici, riducendo gli input esterni e gli impatti negativi ad ambiente e società (Altieri, 1995).

Il pensiero e l’approccio agroecologico seguono un pensiero circolare e olistico che cerca di arrivare alla radice del problema attraverso soluzioni non convenzionali derivate dalla conoscenza scientifica e dalle consapevolezze locali, evitando pratiche  di immediata applicazione, come i pesticidi. Questo perché ogni contesto è a sé stante, unico e specifico e non può dunque essere approcciato in maniera universale (Ecoportal.net, 2016). L’agroecologia ha una visione completa dell’ecosistema: unisce il sapere contadino al mondo accademico; la tradizione alla conoscenza scientifica; l’innovazione tecnologica al ritmo della terra nel rispetto della biodiversità.

L’evoluzione del modello agroecologico trova le sue radici nella storica necessità di esprimere una forma di resistenza al modello agricolo industriale ‘convenzionale’, trovando un modello alternativo all’odierno che si basa sulla semplificazione, l’industrializzazione, la monocultura e l’esportazione dei prodotti (Gliessman, 2017). 

Negli anni poi, l’agroecologia è stata declinata in quelli che oggi sono i suoi tre principali elementi: le pratiche, la scienza e il movimento sociale

Le pratiche più utilizzate, comprendono la rotazione delle colture, la diversificazione delle specie, l’uso di semi nativi e l’assenza totale di fertilizzanti chimici o pesticidi. L’agroecologia come scienza, invece, favorisce l’olismo, l’unicità di ogni terreno, la policoltura e, soprattutto, favorisce la produzione e le risorse locali (Altieri & Toledo, 2011) – in altre parole il KM0. Tra gli scopi di queste pratiche e di questa scienza troviamo quello di aumentare la biodiversità e la complessità totale del sistema agricolo, migliorando conseguentemente la sostenibilità e la resilienza del campo (Altieri & Toledo, 2011). Questo risulta evidente nei momenti di grande siccità o durante le inondazioni, quando, grazie all’enorme biodiversità e vivacità del terreno, la sopravvivenza della coltivazione è più probabile che in un campo seminato con una sola specie.

Il movimento agroecologico, invece, ha iniziato a svilupparsi nel contesto latinoamericano parallelamente ai movimenti ambientalisti internazionali dagli anni ’60 in poi. Dagli anni ‘90, il movimento si è espresso con l’obiettivo di diffondere un paradigma agricolo alternativo e rigenerativo che promuovesse la produzione alimentare familiare, locale o nazionale basata su conoscenze tradizionali, risorse locali ed energie rinnovabili (Altieri & Toledo, 2011:587). Una delle più forti espressioni del movimento è la Via Campesina, un movimento internazionale nato nel 1993 che riunisce milioni di piccoli e medi contadini, senza terra, donne e giovani rurali, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo. La forza della Via Campesina deriva principalmente dal senso di solidarietà e unità di questi gruppi che vedono nell’agroecologia l’espressione di una giustizia e dignità sociale che si oppone ai monopoli di industrie agroalimentari che favoriscono principalmente la sfera economica a quella sociale ed ambientale.

Ma lasciamo che Marco Tasin, agronomo e attuale produttore agroecologico trentino, ci racconti cosa significa agroecologia per i piccoli produttori locali, come tutto ciò tocca direttamente noi consumatori e consumatrici e cosa, nella sua ottica, andrebbe cambiato.

Marco Tasin ci racconta l’agroecologia e l’esperienza della CSA di Trento

Sovranità Alimentare

Dalle parole di Marco si evince il forte aspetto sociale di questo movimento che è intrinsecamente legato al concetto di sovranità alimentare, il cui alfiere più (comb)attivo è probabilmente La Via Campesina. Il concetto di sovranità alimentare parte dal presupposto che ogni individuo ha e deve avere il diritto di controllo sulle proprie scelte alimentari, dall’origine all’approvvigionamento del cibo, nel rispetto della diversità culturale e produttiva (La Via Campesina, 2013).

La sovranità alimentare viene invocata da coloro che si battono per riforme agrarie che aboliscono la produzione di OGM favorendo metodi sostenibili e rigenerativi, al fine di garantire anche ai senza terra l’accesso all’acqua, alla terra, ai semi e il diritto di proteggersi da importazioni di cibo a prezzi troppo bassi (Via Campesina, 2003). 

L’agroecologia e la sovranità alimentare vanno quindi mano nella mano nel cammino verso un sistema agroalimentare inclusivo e sostenibile, un sistema che ha il triplice vantaggio di cui vi parlavamo inizialmente: la resilienza creata dalle pratiche e dalla scienza agroecologica non si traduce solo in vantaggio ambientale, ma altresì in vantaggio economico e sociale.

Come? In primis perché, come ci ha spiegato Marco, anche durante le epoche climatiche sfavorevoli (sempre più frequenti a causa dei cambiamento climatico) viene garantita una, seppur minima, produzione. Il che significa non solo garantire un introito (economico) costante, ma anche saper rispondere meglio al cambio climatico. In secondo luogo perché i costi di produzione sono minori in quanto il produttore non è dipendente da prodotti esterni, come i pesticidi che, nella maggior parte dei casi, vanno comprati. Il terzo enorme vantaggio è quello sociale: la valorizzazione della tradizione contadina, le conoscenze esistenti, la creazione di reti e network di persone significa intrecciare un tessuto sociale estremamente tenace anche grazie al rapporto di fiducia tra i diversi produttori e poi tra loro e i consumatori.

Non ci resta allora che provare a scoprire queste piccole produzioni agroecologiche locali. Non solo per la loro attenzione al sociale e all’ambiente, ma anche perché i prodotti che coltivano sono veramente, veramente buoni! Parola di Vivila in 3D.

Il Masetto e il racconto di un’altra montagna

di Marianna Malpaga

Il Masetto

Inoltrarsi nella valle di Terragnolo significa entrare in un Trentino diverso, forse sconosciuto a chi abita in città. In un’ora di macchina da Trento – mezz’ora da Rovereto – si arriva a “Il Masetto”, che si trova a Geroli, una delle trentatré frazioni del Comune di Terragnolo. 

Il Masetto è una via di mezzo tra un’osteria, un ostello e un rifugio, ma non è solo questo: è molto difficile usare un’unica parola per descriverlo, ma proveremo a raccontarvi come e perché è nato proprio nella valle di Terragnolo. 

“Volevamo unire ospitalità e cultura”

Il Masetto

Nel 2016 il Comune di Terragnolo indice un bando per affidare la gestione della struttura che attualmente ospita Il Masetto. Gianni Mittempergher, che viene dal mondo dei rifugi e delle malghe, e Giulia Mirandola, che si è sempre dedicata a editoria, illustrazione e formazione, vincono il bando presentando un progetto che punta sul turismo e sulla cultura. “Abbiamo tentato di coniugare due approcci”, ci racconta Gianni Mittempergher. “Uno, un po’ più classico, legato all’ospitalità. Il Masetto, infatti, ha una foresteria con diciotto posti letto e fa anche ristorazione, con una particolare attenzione alle produzioni locali e alla cucina del territorio”. Nel 2020, Il Masetto ha ottenuto un importante riconoscimento da parte di Slow Food Italia, che l’ha definita come la “miglior novità” delle “Osterie d’Italia 2020”. Il motivo? “Perché ha saputo connettere il territorio alla cucina e creare eventi di interazione sociale che ruotano attorno ai temi della sostenibilità sociale e ambientale”, scrive Slow Food. 

Il secondo approccio del progetto, invece, ha un carattere culturale. “Dal 2016 al 2019, Giulia Mirandola ha curato dei momenti di didattica e di narrazione dell’ambiente in cui ci troviamo”, aggiunge Gianni. Gli eventi culturali continuano tuttora, anche se in forma diversa, e accompagnano la stagione di apertura de Il Masetto, che va da maggio a ottobre. Dal 2016 sono passati sei anni: quella del 2021 è la sesta stagione de Il Masetto, che a settembre sarà chiamato a decidere se continuare o meno la sua avventura. 

“Perché siamo qui? Per raccontare un’altra montagna

Il Masetto

Il Masetto cerca di raccontare in modo sincero le bellezze e le difficoltà della valle di Terragnolo, senza edulcorare nulla, ma cercando comunque di valorizzare una località del Trentino (per il momento) ancora incontaminata. “Mi chiedi perché siamo qua? Siamo qua perché in Trentino c’è anche una montagna diversa da quella veicolata per ragioni – anche legittime – di promozione turistica”, afferma Gianni. “Del Trentino si conoscono le Dolomiti e i grandi sistemi di accoglienza: la val di Fassa, la val di Sole, Madonna di Campiglio, San Martino di Castrozza e il Garda. C’è però una montagna che sfugge a questo tipo di immaginario; è una montagna forse poco spettacolare, ma che ha tanto da insegnarci. Ci può anche educare su cosa sia il vero significato dello stare in montagna”. Cosa c’entra tutto questo con la parola “sostenibilità”? Gianni interpreta così la connessione tra montagna, turismo, cultura e sostenibilità: “Una valle come quella di Terragnolo non ha – e speriamo non avrà mai – grandi infrastrutture e insediamenti industriali: per me, dunque, è una valle sostenibile. Per contro, però, è una valle che ha subito un forte processo di spopolamento, e che adesso sta cercando di riflettere sul proprio futuro. Non si parla di progetti giganteschi, quanto di recuperare i muretti a secco, i terrazzamenti, la coltivazione del grano saraceno e un concetto di turismo lento. Anche se, più che lento, devo dire che mi piace chiamarlo attento. Un turismo che inviti a conoscere il territorio che si sta visitando. Attraverso i piatti, attraverso l’incontro reale con le persone che lo abitano, ma anche attraverso la voglia di approfondire gli elementi storici e naturalistici. Questo è ciò che cerchiamo di fare a Il Masetto, cercando però di non mostrare una cartolina della valle che sia bella da vedere ma che non corrisponda poi alla realtà delle cose”.

La contaminazione tra città e montagna, tra trentini e persone da fuori regione

Il Masetto

Sin dagli inizi, Il Masetto aveva l’intenzione di parlare a tutti: a chi abita la valle di Terragnolo, ma anche a chi viene da fuori, dalla città. Lo sforzo è stato quello di trovare un linguaggio comune, che fondesse semplicità e profondità e che favorisse l’incontro tra tutti e tutte. I laboratori che Giulia Mirandola ha organizzato fino al 2019, per esempio, erano frequentati da famiglie che venivano anche da fuori regione, e che per l’occasione si fermavano un paio di giorni nella foresteria. Ma c’era anche chi si incuriosiva pur provenendo da molto più vicino: partecipavano ai workshop anche i bambini della colonia estiva di Terragnolo. “Avveniva così uno scambio di impressioni tra i ragazzini di città, che si trovavano improvvisamente in una valle dove la natura è preponderante e dove l’ambiente del bosco è centrale, e i bambini di Terragnolo, che potevano sentire i racconti provenienti dalle ‘grandi città’, dove magari si sposteranno in futuro, per motivi di studio”, spiega Gianni Mittempergher. 

A inizio e fine stagione la frequentazione è più trentina. Nel bel mezzo dell’estate, però, arrivano a Il Masetto anche famiglie provenienti da Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia. “Alcuni giorni fa ci ha fatto visita una famiglia ligure”, aggiunge il gestore de Il Masetto. “Ci hanno conosciuti tramite i social e, passando in Trentino, hanno deciso di venire a trovarci”.

Il carattere “laboratoriale” de Il Masetto è cambiato, sia perché non c’è più Giulia Mirandola che se ne occupa sia per via dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19. Adesso, però, arrivano a Terragnolo delle persone – dei “turisti”, se così vogliamo chiamarli – che vogliono fermarsi più a lungo, anche per visitare la zona. “Non so se sia qualcosa di contingente o se si tratti invece di una trasformazione più profonda: sta di fatto che queste persone hanno voglia di sostare in questa valle”, commenta Gianni. 

Teatro, mostre, cene, corsi, proiezioni e incontri. A Il Masetto puoi fermarti per il piacere di ascoltare e guardare

Illustrazione di Giorgia Pallaoro per “il programma del masetto” 2021

Anche quest’anno, una rassegna anima il cortile de Il Masetto. Cominciato a inizio giugno, “il programma del masetto” si chiuderà domenica 12 settembre con lo spettacolo “Il Maggese. Un’idea più grande di me”, con Armando Punzo, regista e drammaturgo de La Compagnia della Fortezza.

Sono trenta gli appuntamenti in programma, organizzati con l’aiuto di Anna Benazzoli che, assieme a Gianni, a inizio primavera ha cominciato a pensare quali potrebbero essere gli autori e gli artisti da invitare a Terragnolo. Autori e artisti che si sposino con la filosofia de Il Masetto; che parlino quindi di montagna, società e cultura in modo il più sincero possibile. “Ci saranno anche due documentari sulle produzioni alimentari trentine, proiettati sul muro esterno della chiesa”, spiega Gianni. Accanto alla struttura de Il Masetto, infatti, c’è una chiesetta sconsacrata dedicata a San Giuseppe.  

Oltre alla possibilità di ascoltare spettacoli e incontri, c’è anche quella di assaporare la cucina de Il Masetto, che valorizza le produzioni tipiche del Trentino e della valle di Terragnolo, dove si sta cercando di recuperare e valorizzare la coltivazione di grano saraceno. 

Nota: Le foto sono di Francesca Dusini Dell’Eva e di Elisa Vettori (Pagina Facebook: Il Masetto)

Parte Vivila in 3D

Vivila in 3D è una campagna di sensibilizzazione che ha l’obiettivo di comunicare la sostenibilità nelle sue tre dimensioni: sociale, economica ed ambientale, attraverso una loro interpretazione soprattutto in termini di consumo critico, comportamenti consapevoli e produzione sostenibile.

L’idea nasce da un gruppo di giovani in servizio civile presso organizzazioni di Cooperazione Internazionale e associazioni locali della Provincia Autonoma di Trento: il Consorzio Associazioni con il Mozambico, il Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, il Centro per la Cooperazione Internazionale, Associazione Mazingira, Docenti Senza Frontiere, Vita Trentina.

Il teaser della campagna

La proposta di un progetto inter-organizzativo e tra diversi progetti di SCUP (Servizio Civile Universale Provinciale) si fonda su una precedente esperienza: la campagna #Coglila attuata nell’autunno 2019.

I sempre più frequenti disastri naturali e le enormi conseguenze sociali ed economiche a cui la popolazione mondiale è sottoposta hanno reso e rendono evidente la natura bidirezionale del rapporto tra ambiente e società. Questa profonda interconnessione restituisce la necessità di leggere i cambiamenti causati dall’uomo guardando all’intreccio tra trasformazioni sociali, politiche ed economiche con le loro diverse conseguenze ambientali, fisiche, chimiche e biologiche, tanto su scala locale quanto su quella globale. E viceversa. 

Nasce da qui la riflessione secondo cui è compito di ciascuno di noi assumere uno stile di vita sostenibile, scegliendo un approccio critico e consapevole. Ma non basta.

La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile

Alexander Langer

La campagna adotta l’approccio think global, act local: da un lato, dirige lo sguardo verso ciò che succede nel contesto internazionale in termini di sfruttamento di territori, persone e risorse, e dall’altro lato, sensibilizza il/la consumatore/consumatrice ad alternative socialmente, economicamente e ambientalmente sostenibili, e a KM0. 

La campagna di sensibilizzazione ha l’obiettivo di raggiungere e sensibilizzare alcuni dei profili di consumatori/consumatrici individuati, soprattutto all’interno della Provincia Autonoma di Trento.

Lo Smart City Index 2020 di EY classifica Trento come il capoluogo più sostenibile di tutte le regioni italiane e si può constatare, da una mappatura delle associazioni delle società civili sul territorio, che vi è una fitta rete organizzata attorno allo sviluppo di un’economia solidale.

Ma allora vi è davvero bisogno di una campagna di sensibilizzazione sulla sostenibilità in Trentino?

La risposta è sì, giustificata dal fatto che ancora molte persone privilegiano i prodotti di massa e a basso prezzo perché non conoscono il vero costo sociale ed economico che vi si nasconde dietro e pensano che sostenibilità ambientale e sociale non sia coniugabile con la propria sostenibilità economica. 

Vivila in 3D nasce per scardinare questa convinzione e far comprendere che si può vivere a KM0, rispettando l’ambiente, mettendo al centro le persone e i loro diritti e preservando il proprio portafoglio. Alla scoperta della sostenibilità!