“Compra Meno, Scegli Bene, Fallo Durare”: El Costurero per una moda più sostenibile

di Maddalena Recla

Photo by Dinh Pham on Unsplash

Sai che nel 2020 il settore della moda è risultato essere una delle maggiori cause di inquinamento a livello mondiale?

Nonostante se ne parli ancora poco, la moda è un business che ha un impatto estremamente dannoso sull’intero ecosistema in termini di produzione di rifiuti, emissione di CO2 e consumo di risorse idriche. Il settore produce di fatto il 20% dello spreco globale di acqua ed è responsabile del 10% delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale, dato comparabile a quello dell’intera Europa. 

Una delle principali cause delle enormi conseguenze portate dall’industria del vestiario risiede nell’affermazione su scala internazionale della fast fashion: un modello di business nato negli anni Ottanta basato su produzioni estremamente rapide in grandi quantità e a prezzi bassi. Negli ultimi decenni, specialmente a partire dagli anni 2000, questo business ha rivoluzionato il mondo della produzione dei vestiti e le abitudini di acquisto delle persone, innescando un circolo vizioso altamente insostenibile. Il modello ha infatti accelerato e aggravato il costo ambientale del guardaroba, portando consumatori e consumatrici a comprare di più e usare meno, creando tassi di spreco elevati e favorendo delle scelte dannose per l’ambiente, i lavoratori e le lavoratrici. 

Secondo la Ellen McArthur Foundation, se nei prossimi anni non si riuscirà a ridurre l’impatto negativo del settore, entro il 2050 l’industria della moda consumerà il 25% del carbon budget mondiale, ossia il bilancio che indica la quantità di CO2 che possiamo ancora emettere nell’ atmosfera senza sforare la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura globale, rispetto ai livelli preindustriali – obiettivo affermato dagli Accordi di Parigi del 2015. 

Considerando il contesto in cui ci troviamo, un cambio di rotta risulta dunque necessario per il benessere del pianeta. Di fondamentale importanza, in quest’ottica, è e sarà cruciale promuovere una trasformazione culturale che riesca a mutare i comportamenti quotidiani delle persone. Per questo motivo, a livello globale numerosi movimenti e organizzazioni  sostengono da anni l’esigenza di un cambiamento, cercando di orientare tutti e tutte verso un consumo più critico e consapevole.

Anche a Trento ci sono persone che si impegnano ogni giorno per promuovere una moda più consapevole e rispettosa dell’ambiente e degli individui. Un esempio tra queste è Sandra Toro, fondatrice dell’Associazione El Costurero. Da oltre cinque anni, tramite la sua organizzazione, Sandra cerca di trasmettere alla comunità trentina l’importanza di un comportamento più sostenibile, che eviti gli sprechi e diffonda la cultura dello zero waste, quindi zero sprechi, anche quando si tratta di vestiario. In particolare, El Costurero promuove il riuso e il riciclo dei vestiti attraverso lezioni e laboratori in cui viene trasmessa la tecnica del cucito, grande passione della sua fondatrice.

Ecco l’intervista che abbiamo realizzato con Sandra per scoprire di cosa si occupa El Costurero e per capire meglio come avere un guardaroba sostenibile!

Cos’è “El Costurero”?

El Costurero è un’associazione culturale che nasce nel 2015 a Trento con l’obiettivo di promuovere, valorizzare e divulgare il riutilizzo di materiali, attraverso workshop di sartoria sovversiva e incontri su tematiche legate alla sostenibilità, all’ecologia e al risparmio delle risorse. Nel laboratorio di Trento in via Torre D’augusto 9, nel quartiere di San Martino, si può per partecipare a corsi, attività e workshop dove imparare a cucire e riciclare materiali che di solito vengono buttati via.

Una curiosità: da dove deriva il nome?

El costurero in spagnolo è la scatoletta dove si tengono tutte le cose per cucire (fili, aghi, forbici, bottoni ecc). Nella mia città, a Medellín in Colombia, ai tempi delle nonne, era anche il momento di ritrovo delle donne, dove si faceva maglia, uncinetto, rammendo e si chiacchierava.

È stato difficile portare l’idea del riuso di materiali e vestiti in Trentino? 

È stato molto difficile, lo è ancora e lo sarà per un po’.

Quanto è stato importante entrare in relazione con altre realtà sensibili a queste tematiche (come Fa’ la Cosa Giusta! Trento e il Distretto Economia Solidale) per lo sviluppo dell’Associazione?

Penso che fare rete sia una cosa molto importante, ancora di più quando stai cercando di dire al mondo un messaggio che forse ancora non vuole ascoltare. Fin dall’inizio ho cercato di collaborare con tutte le associazioni e realtà sul territorio e questo sicuramente mi ha aiutato a portare il mio messaggio più velocemente di come sarei riuscita a fare da sola. In cinque anni siamo passati da una stanzetta a Gardolo a un laboratorio in San Martino, e abbiamo partecipato alla maggior parte degli eventi a Trento e dintorni dove si parla di sostenibilità, ecologia e risparmio di risorse.

Quali sono i principali miti da sfatare quando si parla di moda sostenibile/riuso dei vestiti?

Mito 1

Donare i vecchi vestiti è un metodo sostenibile per ripulire l’armadio.

Verità

Mentre i negozi dell’usato e di carità donano o vendono una parte dei vestiti che ricevono, la maggior parte dei vestiti donati finiscono o nelle discariche o spediti nei Paesi in via di sviluppo (principalmente in Africa), fattore che ha un impatto negativo sulle industrie locali. In generale, solo il 10% dei vestiti donati ai negozi dell’usato viene venduto. 


Mito 2

I vestiti comprati online e restituiti vengono rivenduti.

Verità

I resi finiscono in discarica o bruciati. Il più delle volte per le aziende è meno costoso disfarsi dei resi che ispezionarli e rimpacchettarli. I brand non vogliono che vengano donati per paura che il prezzo crolli o danneggi la loro esclusività. Negli ultimi cinque anni il volume dei resi da acquisti online è incrementato del 95%.


Mito 3

Se il capo è più costoso allora meno lavoratori saranno stati sfruttati.

Verità

Molti dei brand di medio e alto prezzo in realtà producono nelle stesse fabbriche dei brand del fast fashion. Questo vuol dire che i diritti e le condizioni dei lavoratori sono le stesse sia per i brand costosi che per quelli a basso costo. Il prezzo di un capo non garantisce che i lavoratori siano stati pagati il giusto perché il costo del lavoro è solo una minima parte del totale dei costi di produzione.

Quale potrebbe essere un consiglio da dare e da usare quotidianamente (alla portata di tutti/e) per essere più sostenibili quando si parla di riutilizzo dei materiali e di vestiti?

Compra meno, scegli bene, fallo durare.

Quando si comprano vestiti, quali sono gli aspetti più importanti a cui fare attenzione (materiali, lavorazione, costo, ecc)? E quanto è importante leggere l’etichetta?

Sicuramente la cosa più importante è leggere l’etichetta: da lì si possono ricavare molte informazioni utili, come i materiali e dove è stato prodotto il capo. Ma non è abbastanza: tante volte i materiali e luoghi di produzione sono ingannevoli perché ci sono margini entro i quali si possono modificare queste informazioni. Io consiglio alle mie costureras di guardare anche sempre le cuciture e sentire il materiale al tatto. Se lo facessimo tutti avremo “l’occhio più allenato”. Il prezzo è poco rilevante se non si è in grado di valutare la qualità.

Portando lo sguardo sulla situazione attuale, è evidente come la pandemia abbia rappresentato un momento di grandi difficoltà e cambiamenti per quanto riguarda le tematiche legate alla sostenibilità. Secondo te, che impatto sta avendo sulle abitudini individuali per quanto riguarda l’acquisto/riuso di vestiti? 

Su questo non ti saprei rispondere (non ho abbastanza elementi in mano per valutare). Sicuramente per noi è stato un momento molto difficile, perché con le restrizioni dovute al Covid non possiamo fare gli swap party, che non vediamo l’ora di poter tornare a fare.

A fine aprile si è tenuta la Fashion Revolution Week, un’iniziativa del movimento Fashion Revolution, il quale si batte per un’industria della moda che rispetti le persone e l’ambiente. Vista la tua adesione al movimento, quale credi sia la sfida maggiore al momento per quanto riguarda l’affermazione di un modello di moda più sostenibile? 

Bisogna che i consumatori diventino più consapevoli e le leggi più chiare e restrittive. Sicuramente si stanno facendo molti passi avanti con nuovi materiali e nuovi modelli di produzione, ma la catena è molto lunga e bisogna agire in tutti i suoi anelli. 

Durante la Fashion Revolution Week noi ci siamo impegnati – come sempre – a raccontare alle persone cosa sta succedendo e chiedere ai brand #WhatsInMyClothes e #WhoMadeMyClothes.

I sette consigli di Sandra per un guardaroba sostenibile:

  • comprare vintage o di seconda mano
  • supportare i negozi locali
  • comprare equosolidale
  • affittare
  • partecipare a uno swap party
  • personalizzare 
  • riparare

Vi aspettiamo nel laboratorio!

Per qualsiasi informazione su “El Costurero” e le sue attività potete visitare il sito o seguire i profili Facebook e Instagram.  

Fonti 

Comunità in dialogo: leggere le etichette come atto politico e collettivo

di Emanuele Pastorino e Silvia Pedrazzoli

Foto di Erik Scheel da Pexels.com

Cosa sapete di quello che sta dietro l’etichetta della verdura che mangiate ogni giorno? Come scegliete la piattaforma con cui farvi arrivare la cena a casa? Che diamine vuol dire gig economy? Cos’è l’agroecologia?

E, soprattutto, perché parlarne per spronare le persone a guardare dentro le etichette?

La lettura delle etichette – ma ormai lo avrete capito – è un gesto individuale che però ha la capacità di innescare processi intrinsecamente politici e collettivi: di questo, noi ne siamo sicurз.

Ecco, allora, che come altrз prima di noi, abbiamo deciso di prendervi per la gola

Tra i fondatori di questi gruppi (i GAS – Gruppi di Acquisto Solidale -, ndr) c’è sempre stata l’idea per cui il cibo sia uno strumento per riattivare una partecipazione che non c’era più e che non riusciva a passare nei canali storici di mediazione della domanda” ci ha raccontato Francesca Forno, professoressa dell’Università di Trento ed esperta di movimenti sociali, in particolare legati al cibo.

Cibo, bene vitale.

Il cibo è un bene vitale sotto tanti punti di vista: se non serve spiegare il ruolo che ha nelle nostre tradizioni, quello su cui vale la pena concentrarsi è la sua capacità di mettere assieme relazioni, di far incontrare bisogni diversi e di dare loro una dimensione nuova, collettiva. Il cibo non solo è parte della nostra quotidianità, ma costituisce il simbolo del prendersi cura. 

Cibo e cura, cura e comunità: durante il primo lockdown, le azioni di cura della comunità legate al cibo si sono moltiplicate. Di più: sono state il gesto, spontaneo ed immediato, con cui le persone hanno reagito a quella crisi. Che poi, è anche questa crisi.

Insomma, se intrecciamo relazioni di cura, dove il nostro animo e la nostra azione si interessano in modo premuroso dell’altro – chiunque sia, questǝ altrǝ – allora le comunità che frequentiamo o in cui viviamo saranno curate.

Questo è uno dei significati che diamo all’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030, questo lo sguardo che vogliamo dare al rapporto tra cibo, comunità e cura. Con l’ottica dell’agire locale che guarda al contesto globale, abbiamo cercato esempi virtuosi, esperienze italiane e trentine, nate da bisogni diversi, ma che tendono a rendere più sostenibile la realtà che hanno attorno.

Cibo e cura, cura e comunità, comunità e lavoro: questi gli elementi da cui siamo partiti.

Diritti da costruire: cibo e lavoro.

Il lavoro posto al centro: questa la cifra distintiva del progetto Consegne Etiche promosso, a Bologna, dalla Fondazione Innovazione Urbana.

“Siamo partiti dal rispondere soprattutto alla questione lavorativa del rider. Quindi, partendo da quello, siamo arrivati a delle quote minime che dovevano essere garantite”. 

© Margherita Caprilli per Fondazione per l’Innovazione Urbana

A raccontarcelo è Chiara Sponza che, per la Fondazione, si occupa di design dei servizi, gestione progetti e prossimità. Tutto è partito nel primo lockdown, con un’assemblea pubblica tra alcuni commercianti che portavano avanti autonome reti di prossimità e i rider, in particolare grazie al coinvolgimento di Riders Union Bologna, il sindacato dei rider bolognesi che, nel 2019, ha portato alla creazione della prima Carta dei diritti dei lavoratori digitali, di quella gig economy che entra nelle nostre vite e che crea una voragine di sfruttamento e assenza di tutele. Da quel momento, sono partiti tavoli di coprogettazione: nasce un Manifesto che fissa 13 criteri condivisi e inizia a delineare il significato di “etiche”.

A partire da una prima assemblea pubblica (che coinvolgeva esercenti di prossimità e cooperative del territorio che avevano dovuto reinventare il proprio lavoro durante il lockdown, rider, ricercatori nel settore del cooperativismo di piattaforma, startup sensibili al tema della consegna e altre esperienze locali), è seguita una fase di coprogettazione in cui “abbiamo rilevato” – ci racconta Chiara – “che dovevamo garantire alla cooperativa, per ogni ora di lavoro del fattorino – quindi compresa di tutte le spese di contratto e tutto quello che ci sta attorno – € 25 + IVA […]. Questo garantisce appunto i costi di contratto, di tutela, di malattia, di tutto quanto più € 9 netti all’ora di salario”.

Non diverso il ragionamento alla base di Food4Me: da piazza San Nicolò, a Verona, nell’ottobre 2019, 8 rider riescono a fondare la prima cooperativa di rider in Italia. L’obiettivo? Quello di creare un “servizio che promette di essere più affidabile, eticamente responsabile e socialmente sostenibile nel tempo, sono questi i presupposti principali della cooperativa”, come racconta nel suo comunicato stampa ConfCooperative Verona (tra i partner a sostegno del progetto, assieme a CISL e Banca Etica), a ridosso dell’avvio del progetto.

A raccontarci di questa esperienza è Thomas Morbioli, uno dei rider fondatori: la “diversità” di Food4Me, così la definisce, è quella di essere più tutelati rispetto a quanto non avvenga con le grandi piattaforme: hanno un contratto con contributi, assicurazioni, diritti.

E su questa diversità insiste, sottolineando l’importanza del ruolo dell’occhio del consumatore, che dev’essere più attento su questi temi.

Il nostro occhio quindi può essere allenato a comprendere i fattori complessi della realtà, comprendere la sostenibilità o insostenibilità delle nostre azioni, per prenderci cura delle comunità a cui apparteniamo.

Ricerca per l’azione e composizione del conflitto.

Quest’occhio allenato non serve soltanto ad agire come individui, come consumatori consapevoli, ma anche a dar vita a processi capaci di accompagnare le trasformazioni delle città.

In questo senso, il conflitto è una materia prima su cui lavorare. “Con Consegne Etiche ci è andata bene, nel senso che abbiamo riscontrato più voglia poi di trasformare questo conflitto in una collaborazione che non su altri progetti”: Chiara Sponza ce lo dice sorridendo e ricordando che la Fondazione è nata “proprio per creare delle occasioni di dialogo tra il “basso” e l’amministrativo, diciamo”.

E “dialogo” è la parola da cui parte anche Francesca Forno, responsabile scientifica di Nutrire Trento.

“L’idea con cui nasce Nutrire Trento – ci racconta – è quella di aggregare queste istanze dal basso, che praticano l’alternativa, e di renderle visibili” e di farlo attraverso una ricerca per l’azione: “noi non guidiamo il processo – io non so dove andrà Nutrire Trento e non voglio neanche immaginarmelo. C’è una circolarità molto forte, tra pratiche e ricerca”.

Nutrire Trento è una “cerniera” tra città e Università, un tavolo di lavoro che raccoglie persone e sensibilità diverse. Partendo dalla mappatura di attori e luoghi della filiera corta con l’arrivo dell’emergenza sanitaria,, grazie al dialogo instaurato dal gruppo di lavoro,  è stato lanciato  Nutrire Trento #fase2, una risposta alla chiusura dei mercati e alle difficoltà di produttori/produttrici, così come di consumatori/consumatrici. 

Visto che le relazioni nutrono altre relazioni, è poi nata una Comunità che Supporta l’Agricoltura (CSA), un’esperienza che punta ad autosostenersi. “Dentro a Nutrire Trento c’è questo: persone diverse cercano di trovare delle comunanze ripensando i propri bisogni per indirizzarli verso obiettivi collettivi”, ci spiega Francesca Forno.

“All’inizio era molto forte, soprattutto tra gli agricoltori convenzionali – meno tra quelli biologici che avevano già intrapreso la via della transizione agroecologica – il tema della fatica, dell’impossibilità di rinunciare a certe pratiche perché la terra è bassa” – ci racconta ancora la prof.ssa Forno – “ogni attore, al Tavolo, inizialmente, aveva posizioni diverse di cui abbiamo tenuto conto riflettendoci assieme per pian piano sostituire i bisogni individuali con quelli collettivi, come quello di vivere in un ambiente sano dal punto di vista ambientale e sociale. Un esercizio che possiamo chiamare deliberazione collettiva dei bisogni. L’obiettivo di Nutrire Trento è trovare assieme le soluzioni ai grandi problemi di oggi che sono problemi che ci riguardano tutti e che necessitano dell’impegno di ognuno di noi per essere risolti”. 

È la deliberazione collettiva dei bisogni il metodo cui Nutrire Trento guarda. Il Tavolo si configura infatti come uno “spazio intermedio” con l’obiettivo di ridare slancio alla partecipazione, sperimentando pratiche capaci di infilarsi tra le pieghe del sistema e trasformarlo. Questo è il filo rosso che unisce le storie che stiamo raccontando.

© Nutrire Trento

L’ultima, in ordine di tempo, sta nascendo ancora qui a Trento: è la Portineria de la Paix, uno spazio, un presidio permanente capace di dare risposte in rete, mappando le risorse della comunità. Ma non solo: la Portineria ha la volontà di esserci e di stare nella e con la comunità. Francesca De Pretis, la portinaia assunta nell’ambito del progetto, descrive questa cosa con chiarezza: “la Portineria è come un porto, un luogo di scambio di vite e di esperienze che ha la volontà di mantenere uno sguardo attento sulla comunità e su quello che avviene, in un movimento continuo – da fuori a dentro, da dentro a fuori”.

© La Portineria de la Paix

Lì, l’associazione La Chichera – uno dei partner del progetto guidato da A.P.S. Dulcamara, insieme ad Alchemica, due punti libreria e ARCI del Trentino – aggiungerà ancora un tassello, portando in questa altra forma di “spazio intermedio” il discorso legato al cibo: lo farà con iniziative ed eventi, rendendo visibile la dimensione di comunità che riguarda il cibo.

Bisogni, cibo, conflitto

Sì, ok, ma cosa c’entra tutto questo con la lettura delle etichette? 

Le quattro storie che abbiamo raccontato – che, per la verità, sono solo accenni – descrivono come i livelli di lettura e consapevolezza legati alle nostre abitudini di consumo siano moltissimi e stratificati. 

Leggere le etichette in modo più attento, dunque, non riguarda semplicemente avere un minor impatto sull’ambiente. Riguarda, in modo profondo, come si sta all’interno della società: “non si può risolvere la crisi ambientale senza la crisi sociale. Non c’è risoluzione alla crisi ambientale se non c’è redistribuzione”, ci spiega ancora Francesca Forno. 

Ambientale e sociale, correlati e interconnessi.

Leggere le etichette in modo consapevole non è soltanto una buona pratica individuale, un meccanismo per risparmiare o per impattare meno sull’ambiente: è un modo per prendere coscienza della necessità di cambiare le cose e della possibilità di farlo soltanto stando assieme, come collettivo. 

Un cambiamento “lento, soave e profondo”, prendendo in prestito le parole di Alex Langer, capace di durare.

Riferimenti

Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano

Comunicato stampa ConfCooperative Verona

Consegne Etiche

CSA Naturalmente dal Trentino. Agricoltura secondo natura

Fondazione Innovazione Urbana

Food4me Facebook

Food4me

Manifesto valoriale di Consegne Etiche

Mappa di Nutrire Trento

Nutrire Trento #fase2

Progetto Nutrire Trento

Propaganda Live, Puntata del 24 aprile 2020

Riders Union Bologna