di Marianna Malpaga

Se immaginiamo una bilancia, una a due bracci, di quelle che non si vedono più tanto spesso, possiamo comprendere la sostenibilità nelle sue tre dimensioni. La struttura rappresenta la sostenibilità ambientale mentre i due piatti, che vediamo in equilibrio, rappresentano la dimensione sociale e la dimensione economica.

La figura geometrica che rappresenta il nostro sistema economico è la linea. Il ciclo di vita degli oggetti, che inizia con l’estrazione delle materie prime, parte inesorabilmente tracciato. Si sa, insomma, come termina la loro esistenza: con lo scarto. A un certo punto, ci sembra infatti che essi abbiano smesso di svolgere la loro funzione e siano diventati inutili. 

Cosa c’entra questo con la sostenibilità economica?

Anzitutto, partiamo da una definizione: si può parlare di sostenibilità economica quando vengono messe in atto delle pratiche che supportano la crescita economica nel lungo periodo. Devono crescere prodotto interno lordo e occupazione. Ma c’è “un però”. Queste pratiche, infatti, non devono avere un impatto negativo sulla società e sull’ambiente: i beni e i servizi devono essere distribuiti equamente tra tutte e tutti e devono essere prodotti tenendo a mente i limiti che la Terra ci impone. In sintesi, non esiste sostenibilità economica senza sostenibilità sociale e ambientale. A suggerirlo è l’etimologia stessa della parola economia, che richiama il termine ecologia. Oikos, in greco, vuol dire casa, mentre il nomos è la norma, la legge. L’ economia, quindi, non è altro che l’insieme di leggi che regolano la nostra casa, la Terra; leggi che la società può indirizzare a seconda della sua sensibilità, e che sono il risultato di un processo politico, inteso come un percorso che porta a ragionare sulla vita della polis (città). 

Non si può fare un discorso sull’economia senza che esso non sia anche un ragionamento sull’ecologia, un logos (discorso) sulla nostra casa (oikos). 

Come la vogliamo, questa abitazione?

La pandemia ci ha costretto a fare i conti con un senso di precarietà e di fragilità. Ci siamo resi conto che il nostro modo di vivere non è sostenibile, e che l’economia lineare non riesce a rispondere ai bisogni che emergono nel nostro presente. Già da tempo, però, riecheggiavano le parole di chi sosteneva che, come noi, precaria e fragile è anche questa Terra che ogni giorno calpestiamo. 

Si è parlato tanto di cura, e tanto se ne parlerà. La cura, però, non è una linea, non concepisce lo scarto, fa attenzione al processo e a chi a questo processo è legato. Per questo, attraverso la campagna di sensibilizzazione Vivila in 3D, vorremmo cercare di raccontarvi cosa si nasconde dietro alcuni oggetti d’uso quotidiano e fornirvi piccole pillole che vi aiuteranno a costruire, assieme a noi, un modello di consumo basato su un’altra figura geometrica: il cerchio. L’economia circolare, infatti, contrappone alla cultura dello scarto la cultura della cura, che cerca di dare valore a un oggetto anche quando questo, a chi corre lungo binari lineari, pare aver esaurito la sua utilità. Concretamente, costruire un sistema economico circolare significa riutilizzare, riciclare, e dare nuova linfa a ogni cosa. 

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